Intervista al Prof. Erica Hunter a cura di Maria Laura Conte
ML. C.: Come vanno lette le persecuzioni dei cristiani in Iraq? Cosa c'è
dietro?
E. H.: La persecuzione anti-cristiana che sta avendo luogo in Iraq è
iniziata realmente solo dalla metà del 2006. Prima di allora, i sacerdoti
iracheni con i quale mantengo dei contatti non erano particolarmente
preoccupati circa le loro relazioni con l'islam. Di fatto, consideravano le
attività degli evangelici americani più pericolose. Cosa abbia determinato
una svolta degli eventi nel 2006, anno nel quale abbiamo assistito
all'epurazione di Dora, un sobborgo di Baghdad con una consistente
popolazione cristiana, è difficile dirlo. Mi è stato detto che alcuni slogan
scritti sui muri di Dora recitavano "Dora è riservata a cristiani e
sunniti", lasciando intendere che gli sciiti non erano i benvenuti. A metà
del 2006 cominciarono ad apparire slogan che dicevano "Dora è solo per i
sunniti". Come sappiamo la maggior parte delle famiglie cristiane furono
cacciate dalle loro case.
È estremamente difficile seguire le attività dei gruppi insurrezionalisti
che hanno perpetrato queste epurazioni e queste uccisioni. Sono come
camaleonti: nascono, si sciolgono e si ricostituiscono al di fuori di schemi
prevedibili. I gruppi insurrezionalisti possono cambiare affiliazione se è
utile ai loro scopi e obiettivi finali, benché sia importante capire che
neanche questi siano statici. Per esempio, la "Brigata islamica della
Rivoluzione anni Venti", notoriamente anti-americana, ha cambiato
orientamento un paio di anni fa, unendosi alle forze statunitensi nel
tentativo di acquisire una posizione dominante su Al-Qaida. Questa svolta
non è stata vista come un dietrofront rispetto ai principi, bensì come una
decisione pragmatica utile a giustificare il loro potere crescente e il loro
controllo.
Le recenti epurazioni, a Mosul, dell'antica popolazione cristiana della
città è stata attribuita ora a gruppi insurrezionalisti sunniti ora a
miliziani curdi. Con le elezioni in vista e la propensione dei curdi ad
estendere i loro territori e la loro influenza molto più a sud di quanto
tradizionalmente stabilito, è ampiamente riconosciuto che l'epurazione
cristiana doveva rafforzare quelle pretese. Altre comunità, compresi gli
yazidi e i turcomanni, sono state soggette a notevoli pressioni da parte dei
curdi.
ML. C.: Le ragioni di questa situazione sono da ricercarsi negli anni
recenti (dalla caduta di Saddam a oggi) o hanno radici più lontane?
E. H.: Le ragioni della situazioni attuale vanno ricercate in buona parte in
fattori esterni ai confini iracheni. Il paese si trova tra l'Iran e l'Arabia
Saudita, i cui interessi sono oggi rappresentati in Iraq. Si pensa che
entrambi i paesi sostengano finanziariamente i gruppi insurrezionalisti. La
contesa più generale è tra Sunnita e Sciiti, coi loro gruppi di seguaci, e
riguarda anche le ambizioni dei curdi. I cristiani, in quanto minoranza
impotente, non hanno spazio in questa battaglia per la spartizione del
potere. Si potrebbe pensare che essi rimangano al di fuori dell'interesse
dei gruppi insurrezionalisti, sennonché le ambizioni di potere di questi
ultimi sono connesse con l'islamizzazione dell'Iraq e con l'idea che "gli
altri" non facciano parte della società irachena nascente.
ML. C.: Quanto pesa nell'attuale situazione la divisione tra le chiese
cristiane?
E. H.: La divisione teologica delle varie chiese non è significativa.
Tuttavia ci sono linee di separazione etno-linguistiche che distinguono le
comunità e che vanno prese in considerazione. Le divisioni tra i
Siro-Ortodossi e la Chiesa Orientale datano del primo millennio d.C., ma le
origini delle divisioni etno-linguistiche (di fatto oggi più influenti)
possono essere fatte risalire al XVI-XVII secolo. I Caldei sono il gruppo di
cristiani iracheni più numeroso. Sono fondamentalmente arabofoni e
mantengono il siriaco per la liturgia. Un'ampia maggioranza vive sin dalla
metà del XII secolo a Mosul. Si considerano arabi, come esemplificato dal
commento di Tareq 'Aziz, ex-primo ministro, che si definiva un arabo
cristiano. Il concetto di arabo è intrinseco alla filosofia ba'athista, ma
la sua auto-definizione rifletteva anche il contesto urbano di Mosul e
l'identità della famiglia dalla quale proveniva. Per contrasto, gli assiri,
cioè i membri della Chiesa orientale, i cui territori si trovano
tradizionalmente in Kurdistan e nello Hakkari parlano neo-aramaico.
Chiaramente parlano anche arabo, ma non lo considerano la loro lingua madre.
Fino agli anni dieci del XX secolo vivevano una vita tribale non dissimile
da quella dei curdi tra i quali abitavano. Oggi è in corso una forte
discussione sull'identità, con gli Assiri a rivendicare una "nazionalità",
che allo stesso tempo si basa sull'identità religiosa e la supera, e a
tentare di ritagliarsi una patria nella pianura di Ninive. I caldei, d'altro
canto, si considerano di nazionalità irachena. In alcuni quartieri c'è una
tendenza preoccupante a fare l'equazione tra il termine arabo e l'identità
musulmana e a evitare di utilizzarlo per i cristiani, benché vi siano prove
incontrovertibili che un numero cospicuo di arabi fu cristianizzato nel
primo millennio d.C., soprattutto ai confini meridionali della Mesopotamia.
I vari gruppi etno-linguistici contribuiscono senza dubbio alla ricchezza
della storia dell'Iraq.
ML. C.: E quanto incide l'antagonismo tra curdi e arabi?
E. H.: La divisione tra arabi e curdi influenza direttamente le comunità
cristiane, in termini di affiliazione e di identità. Il dibattito circa
l'identità etno-linguistica incide sulla divisione tra arabi e curdi. È
possibile che questa sia fomentata dalle autorità curde, ansiose di
diffondere il concetto di "curdità" in aree che tradizionalmente non sono
mai state curde per sostenere le loro rivendicazioni territoriali.
Personalmente ritengo che questa triste divisione, alla cui radice c'è una
lotta di potere tra arabi e curdi, sia uno dei fattori più prostranti per le
comunità cristiane in Iraq, e rischia di spaccarle al loro interno.
ML. C.: Alcune testate giornalistiche arabe collegano le persecuzioni alle
prossime elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali e alla
rappresentatività delle minoranze. Che ne pensa?
E. H.: Si stima che le recenti epurazioni di Mosul siano state istigate dai
curdi, al fine di svuotare la zona delle popolazioni che tradizionalmente si
considerano arabe e hanno sempre resistito all'assimilazione all'identità
curda. Ancora una volta, questi eventi mostrano le conseguenze profonde
della divisione tra arabi e curdi sui cristiani.
ML. C.: Come va considerato il fatto che il Parlamento ha approvato una
norma che assegna un solo seggio su 440 alla minoranza cristiana, mentre il
governo - su proposta delle nazioni Unite - aveva promesso di garantirne 13?
E. H.: Nella migliore delle ipotesi questa decisione è sintomo di una
mancata considerazione dei diritti democratici delle comunità minoritarie,
mentre al peggio è indice della crescente islamizzazione dell'Iraq.
L'attribuzione di un seggio non rappresenta il numero delle comunità in
nessuna proporzione. Il modello adottato sembrerebbe quello della
Costituzione iraniana, dove i cristiani (e altre minoranze) dispongono di un
seggio. Può essere descritto come tokenism (una concessione di facciata
n.d.t.), che non dà voce in capitolo alle comunità.
ML. C.: Guardando al passato, alla storia dell'Iraq, quale ruolo hanno
svolto nei secoli le comunità cristiane nel Paese? Si sono ricavate uno
spazio - un compito particolare nel contesto iracheno? E' mutata nel tempo
la modalità della maggioranza di guardare a questa minoranza, ai cristiani?
Come e perché?
E. H.: Non posso che rimarcare il formidabile ruolo svolto dai cristiani in
Iraq nel corso dei secoli. Le prime comunità vi si erano già stanziate nel
secondo secolo d.C. e rappresentarono una minoranza cospicua - e influente -
durante l'era Sassanide. Il primo impatto dell'islam in Mesopotamia avvenne
tramite Hira, successivamente nota tra gli storici musulmani come un centro
di prima importanza della cristianità. Si possono fare delle congetture
sull'influenza della cristianità di Hira nella formazione del pensiero
islamico, specialmente nelle roccaforti sciite di Najaf e Kerbala, così come
a Kufa, che si sviluppò direttamente da Hira. Nell'ottavo secolo, la
trasmissione della filosofia greca alla cultura araba fu realizzata col
contributo di traduttori cristiani. Anche nel periodo mongolo i cristiani
svolsero un ruolo molto rilevante: paradossalmente, alcune delle mogli dei
Khan appartenevano alla Chiesa orientale, che aveva svolto attività
missionaria nell'Asia centrale e in Cina dal settimo secolo. Più di recente,
nel XX secolo, i cristiani hanno contribuito allo sviluppo dell'Iraq come
nazione moderna, eccellendo soprattutto nell'ambito medico e perpetuando in
questo modo la tradizione di competenza medica già nota nell'ottavo secolo.
Se qualcuno è interessato a conoscere il contributo fondamentale dato
all'Iraq dalle sue comunità cristiane, posso consigliare il libro di Suha
Rassam, Christianity in Iraq (Gracewing 2005). Il dottor Rassam non è solo
un fisico, ma uno dei miei ex-studenti oltre che cristiano di Mosul.
Le attuali epurazioni e uccisioni di cristiani è in gran parte
responsabilità di gruppi insurrezionalisti, elementi anarchici parzialmente
composti da iracheni ma che includono anche stranieri. Questi gruppi
impongono la loro politica del terrore al fine di conquistare il potere. Non
penso che l'iracheno comune, "l'uomo della strada", abbia modificato il suo
atteggiamento verso i cristiani in modo significativo. Certo, possono
evitarli, dal momento che i cristiani sono un obiettivo dei ribelli. Anche
l'economia fa la sua parte, visto che i cristiani sono percepiti come
particolarmente agiati e, avendo molti parenti in Occidente, sono una buona
fonte di reddito. L'industria dei rapimenti non è alimentata soltanto da
ragioni politiche, ma anche considerazioni economiche. L'attuale situazione
dell'Iraq è anarchica. Il governo di Baghdad è virtualmente inefficace, è
più una burocrazia che un vero apparato di potere. È incapace di piegare i
gruppi insurrezionalisti infiltrati nei servizi di polizia iracheni e in
altre forze di sicurezza. Finché i ribelli non saranno ridotti all'
obbedienza, i gruppi dominanti e particolarmente rumorosi potranno
prosperare. Tuttavia, ho avuto notizia di atti di cortesia e sostegno
provenienti da singoli musulmani, e questo è confortante.
ML. C.: Quali possibili soluzioni intravede per fermare la persecuzione e
quindi la fuga dei cristiani dall'Iraq?
E. H.: La risposta a questa domanda è complessa. Finché i ribelli non
saranno ricondotti all'obbedienza - ed è, come ho detto prima, molto
difficile, dal momento che ricevono finanziamenti dall'estero - la violenza
continuerà. Uno dei fattori importanti, credo, è la ripresa economica. I
gruppi insurrezionalisti offrono impiego ai giovani che altrimenti non
avrebbero altre prospettive. Alcuni individui infatti sono idealisti, ma io
ritengo che molti - si presentasse l'occasione di un impiego stabile -
volterebbero le spalle a tali attività. In secondo luogo i giochi di potere
tra sciiti e sunniti, arabi e curdi, vanno disinnescati. In questo scenario
le minoranze non hanno alcun ruolo e sono impotenti. Attualmente, il numero
di mandei si aggira attorno alle due migliaia di persone, contro le 50.000
riportate dai dati precedenti al 2003. I cristiani sono la minoranza più
numerosa dell'Iraq, ma in termini relativi i loro numero è piuttosto
ridotto. Perciò non possono competere nella spartizione del potere. Nella
migliore delle ipotesi vengono manipolati per fini politici, come sta
succedendo con i curdi; nella peggiore sono considerati come una macchia da
cancellare attraverso l'islamizzazione dell'Iraq, che è il vero programma di
molti gruppi ribelli. In poche parole, nel breve periodo non vedo soluzioni.
Credo che ci vorranno anni e anni per risolvere la crisi che ha sconvolto
l'Iraq. Il paese che un giorno emergerà avrà una struttura socio-religiosa
molto diversa da quella precedente al 2003.