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I primi provvedimenti antiebraici e la Dichiarazione del Gran Consiglio del Fascismo

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Amici di Lazzaro

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Jan 26, 2010, 9:37:43 AM1/26/10
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I primi provvedimenti antiebraici e la Dichiarazione del Gran
Consiglio del Fascismo
di Giovanni Sale S.I.

La pubblicazione dell'infausto Manifesto della razza segn� il deterioramento
dei rapporti fra il Regime fascista e la Chiesa. Il conflitto tra la Santa
Sede e il Governo fascista a causa della questione razziale e della
legislazione antiebraica, universalmente condannata dai cattolici.

[Da �La Civilt� Cattolica�, quaderno 3798, 20 settembre 2008, pp. 461-474]

Le prime leggi antiebraiche furono introdotte in Italia a partire dalla
prima settimana del settembre 1938. Tali norme erano comprese nella
definizione di �leggi per la difesa della razza� ed erano accorpate con le
disposizioni emanate dal Governo fascista, gi� a partire dall'anno
precedente, per scoraggiare le unioni o le convivenze tra italiani e donne
indigene nelle colonie africane. Perci� tutto il corpus legislativo veniva
denominato �leggi razziali�. In realt�, a partire dal settembre 1938, come
vedremo, tali norme avevano lo scopo di colpire la popolazione di origine
ebraica, e quindi sarebbe meglio parlare di �legislazione antiebraica�. Per
la prima volta nella storia dell'Italia unita, un testo legislativo aveva
per oggetto una parte dei cittadini dello Stato, identificata sulla base di
criteri razziali, la quale veniva colpita con una violenza e una radicalit�
normativa sino ad allora mai sperimentata. Il legislatore fascista non
arriv� fino alla revoca formale della cittadinanza per i �cittadini� di
origine ebraica, ma di fatto li priv� nel giro di pochi mesi di tutti i
diritti civili e politici, sradicandoli dal corpo stesso della nazione, di
cui avevano fatto parte fin dalla fondazione del Regno d'Italia. Le prime
vere e proprie disposizioni legislative antiebraiche emanate dal Governo
fascista sono due decreti legge: il primo � del 5 settembre e riguarda la
scuola, il secondo � del 7 settembre e riguarda l'espulsione degli ebrei
stranieri dal territorio italiano.

Quest'ultimo stabiliva che con la pubblicazione del decreto era �vietato
agli ebrei stranieri di fissare stabile dimora nel Regno, in Libia e nei
possedimenti dell'Egeo�. Allo stesso tempo venivano revocate �le concessioni
di cittadinanza italiana fatte a ebrei stranieri posteriormente al 1�
gennaio 1919�. Ad essi si intimava, inoltre, di abbandonare il territorio
nazionale entro sei mesi dalla pubblicazione del decreto-legge. Tale
provvedimento colpiva non soltanto i recenti rifugiati ebrei in fuga dalla
Germania nazista o da altri Paesi dell'Europa Centro-Orientale, ma anche
coloro che risiedevano in Italia ormai da decenni e che si erano inseriti
nella societ�, portandovi elementi di novit� e di progresso, soprattutto
nell'ambito delle professioni liberali, specie nelle scienze mediche. Tale
provvedimento annullava di colpo una tradizione di asilo per i perseguitati
politici, che all'estero era considerata una caratteristica del tratto
gentile e accogliente del popolo italiano. Questa legge, insomma, aveva la
finalit� professata di colpire duramente gli ebrei stranieri, che avevano
cercato in Italia �un soggiorno di transito o ancora di pi� una seconda
patria� (1). L'illusione nutrita dagli ebrei �profughi�, che l'Italia
potesse rappresentare per essi una terra di accoglienza, soggiorno o
transito, rischi�, nel giro di poche settimane, di trasformarsi in una vera
e propria trappola; di diventare in ogni caso una illusione perduta.

Il decreto-legge Bottai sulla scuola stabiliva l'espulsione, con effetto
immediato, dall'insegnamento nelle scuole statali o parastatali di ogni
ordine e grado �di persone di razza ebraica�. Inoltre, l'art. 2 statuiva:
�Alle scuole di ogni ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto
legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica�. Un ulteriore
decreto sulla scuola del 23 settembre 1938 stabiliva la creazione nelle
scuole elementari statali di speciali sezioni per gli alunni ebrei (con un
minimo di dieci presenze) e dava alle comunit� ebraiche la facolt� di
istituire proprie scuole elementari. Ai fini di tali provvedimenti era
considerato di razza ebraica colui che �� nato da genitori di razza ebraica,
anche se professi religione diversa da quella ebraica�. La scelta di
applicare la legislazione antiebraica partendo dalla scuola non era casuale
o senza significato. Innanzitutto, tale provvedimento aveva una valenza
psicologico-sociale molto forte: infatti poneva in piena luce, davanti al
Paese, il problema degli ebrei e lo faceva in un momento particolare della
vita sociale, quando, cio�, tutti gli alunni o studenti del Regno si
apprestavano a ritornare a scuola dopo le vacanze estive. Tale provvedimento
discriminatorio doveva rappresentare per tutti, ebrei e non ebrei, uno shock
salutare e necessario per dare un'indicazione certa sulla volont�
governativa di attuare una seria politica razziale, come gi� si faceva in
Germania, attraverso la separazione-segregazione sociale.

Va ricordato, inoltre, che il modo indiscriminato con cui tale decreto fu
ideato e poi applicato faceva cadere una volta per tutte ogni illusione
proporzionalista - cio� di concedere agli ebrei un peso nella vita sociale
proporzionato alla loro consistenza numerica - prevista nell'informativa
diplomatica n. 18 del 5 agosto, la quale aveva ottenuto il beneplacito e il
sostegno di molti settori del mondo cattolico. Inoltre, cominciare dalla
scuola, e da tutto ci� che ruotava intorno ad essa (associazioni giovanili,
famiglia ecc.), per meglio �separare e segregare�, significava puntare sulla
mobilitazione di quel particolare settore della societ� in cui veniva
forgiato l'uomo nuovo fascista, ritenuto pi� sensibile e permeabile alle
istanze volontaristiche che il regime intendeva alimentare.

A volte si dice che la legislazione antiebraica adottata in Italia a partire
dal settembre 1938 fu, rispetto a quella in vigore in altri Paesi
totalitari, pi� blanda, forse pi� umana. Si tratta di un mito da sfatare.
Anzi, alcune disposizioni al momento in cui furono emanate dal Governo
fascista erano pi� severe e persecutorie di quelle vigenti nella Germania
nazista: ad esempio, non esisteva in quel tempo in Germania una norma sull'espulsione
generalizzata degli ebrei stranieri; inoltre, l'espulsione totale degli
studenti ebrei dalle scuole pubbliche fu decisa dal Governo di Berlino due
mesi dopo la sua entrata in vigore in Italia e adottando il metodo della
gradualit� nella sua esecuzione (2).

Il Governo fascista su tale materia, come � stato giustamente notato, optava
per l'espulsione di tutti gli ebrei residenti in Italia. Ma tale obiettivo,
per diversi motivi, non era raggiungibile in tempi brevi; per il momento l'azione
governativa, come stava accadendo in Germania e negli altri Paesi
totalitari, si and� orientando con determinazione verso la
separazione-segregazione degli ebrei italiani - che a mala pena arrivavano a
50.000 - dal resto della comunit� nazionale. Come elemento di
discriminazione fu assunto il dato biologico-razziale e non quello di
appartenenza religiosa o culturale, come alcuni cattolici avevano sperato.
Tale indirizzo fu perseguito ostinatamente da Mussolini fino alla fine: nel
febbraio 1940 egli fece comunicare all'Unione delle Comunit� Israelitiche
Italiane che tutti gli ebrei di cittadinanza italiana avrebbero dovuto
abbandonare definitivamente l'Italia. In effetti, da alcuni mesi il Governo
stava preparando un progetto di legge che disciplinava tale espulsione,
graduandola in un arco temporale di dieci anni. �L'ingresso dell'Italia -
osserva Sarfatti - nel secondo conflitto mondiale e l'estensione della
guerra sui mari impedirono la realizzazione dell'ordine mussoliniano, mentre
il progetto legislativo fu rinviato al dopoguerra. Sino al 1941, emigr�
circa l'8 per cento degli ebrei italiani� (3).

� Civilt� Cattolica

NOTE

(1) E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei, Bari-Roma, Laterza, 2003, 69.

(2) Cfr ivi, 77; M. Sarfatti, Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende,
identit�, persecuzione, Torino, Einaudi, 2000, 98; V. Di Porto, Le leggi
della vergogna, Firenze, Le Monnier, 2000, 67.

(3) M. Sarfatti, Leggi razziali, in Dizionario del fascismo, Torino,
Einaudi, 2002, 23.
--
_________________________
dalla parte dei piccoli e dei poveri
www.amicidilazzaro.it

pio11leggirazziali.jpg

donquixote

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Feb 3, 2010, 5:48:23 PM2/3/10
to
"Amici di Lazzaro" <amicidil...@yahoo.it> ha scritto nel messaggio
news:4b5e...@news.x-privat.org...

> I primi provvedimenti antiebraici e la Dichiarazione del Gran
> Consiglio del Fascismo

Il fatto �, cari Amici del Giaguaro, che, come vi avevo
gi� spiegato qualche mese fa, il Papa non volle che le sue
opinioni sulla questione fossero conosciute dagli italiani...
Il governo italiano non poteva impedire che i discorsi del Papa
fossero stampati da riviste come L'Osservatore Romano
o la Civilt� cattolica.
Poteva al massimo minacciare un sequestro preventivo,
oppure sequestrare le riviste dopo la loro pubblicazione,
e comunque solo nelle edicole italiane, e non in quelle
dello Stato del Vaticano, o all'estero, ma tale sequestro
avrebbe provocato ripercussioni sia in Italia che nel mondo.
Fu quindi una precisa scelta del Papa quella di evitare
che i suoi discorsi sulla questione venissero pubblicati.
Viceversa bisogna sottolineare il fatto che nelle riviste
cattoliche italiane le leggi razziali non solo non venivano
condannate, ma anzi, spesso spiegate e giustificate.
La stessa Civilt� cattolica, dopo la pubblicazione
del manifesto della razza, scriveva: "Chi ha presenti
le tesi del razzismo tedesco, da noi riportate, rilever�
subito la notevole divergenza rispetto a quelle proposte
dal gruppo di studiosi fascisti italiani."
La stessa rivista, pochi mesi prima, aveva scritto:
"Molti giudei sono divenuti un pericolo sempre pi�
grave per la societ� nella quale vivono, e si fa pi�
urgente la necessit� di procurarvi un efficace rimedio."
Il "Ragguaglio dei cattolici italiani" scriveva: "Il problema
della razza non � posto soltanto nei confronti degli ebrei,
come certe polemiche vorrebbero far credere: c'� pure
la necessit� di non facilitare la nascita di una generazione
di mulatti, rendendo troppo facili i matrimoni fra i bianchi
e i neri, che sono invece da sconsigliarsi."
L'autore dell'articolo era Raimondo Manzini, che fu
in seguito direttore dell'Osservatore romano, e membro
della Democrazia Cristiana.
In tema di razzismo si distinsero poi particolarmente
altri due futuri leader della Democrazia Cristiana,
e pi� volte Primi Ministri della Repubblica italiana:
Amintore Fanfani e Aldo Moro.
Il primo scrisse che "Per la potenza e l'avvenire della
nazione gli italiani, oltre che numerosi e costituzionalmente
sani, devono essere razzialmente puri."
Aldo Moro, docente universitario a Bari, indic�
nel suo libro di testo intitolato"Lo Stato" quali erano
"gli elementi costitutivi da cui la nazione risulta":
"La razza, la cultura, la lingua, la religione, la tradizione,
le aspirazioni storiche".
La razza per prima! E la religione al quarto posto!
Di Aldo Moro, a causa della sua tragica fine,
cercano sempre tutti di parlare bene.
Sta di fatto che, da provetto democratico cristiano,
opportunista e poltronista, pass� dal razzismo
al "sinistrismo", e in tale seconda metamorfosi
poco ci manc� che il grande Cardinal Siri
lo prendesse a calci nel sedere....
http://tinyurl.com/yghot2r
Il 30 luglio del 1938 Ciano annotava nel suo diario,
in relazione all'incontro avuto con il Nunzio Pontificio:
"Ho parlato molto chiaramente a Borgoncini: gli ho spiegato
i presupposti e i fini del nostro razzismo.
Mi � parso assai convinto. Ed aggiunger�
che si � rivelato personalmente molto antisemita.
Domani conferir� con il Santo Padre."
Una settimana dopo scrive:"Per il problema della razza
il Papa, che adesso ha conosciuto i veri termini del problema,
comincia a disarmare."
Non a caso l'Osservatore romano del 29 agosto chiarir�
appunto che "il razzismo, quale fu considerato dal Santo Padre,
non costituisce un tema politico", e lo stesso Papa, nel discorso
in cui affermer� che, dal punto di vista religioso, "spiritualmente
siamo dei semiti" aggiunger� pure:"Noi riconosciamo a chiunque
il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi
contro tutto ci� che minaccia i suoi interessi legittimi."
Pio XI infatti non negava ai singoli Stati il diritto di approntare
legislazioni speciali nei confronti degli ebrei.
Le gerarchie ecclesiastiche ribadivano tale atteggiamento.
Per esempio, il 6 gennaio 1939 il vescovo di Cremona, monsignor
Giovanni Cazzani, disse: "Voi avete sentito affermare che la Chiesa
protegge e difende gli ebrei e il loro ebraismo: ci� non � vero,
la Chiesa ha sempre trovato pericolosa la coabitazione con gli ebrei".
E pochi giorni dopo, sull'Osservatore Romano veniva riportato
il testo di una sua omelia, nella quale il vescovo ribadiva:
"Un vero cattolico non ha domestici ebrei, o balie ebree,
non accetta maestri ebrei. La Chiesa fa di tutto per impedire
matrimoni tra ebrei e cattolici".
Anche nel periodo successivo, la Chiesa non solo non condann�
le legislazioni antisemite che si andavano diffondendo in Europa,
ma le approv�, implicitamente o esplicitamente.
Si pu� ricordare la legislazione antisemita della Slovacchia,
approntata da monsignor Tiso, che era allora capo del governo,
con l'appoggio della Santa Sede.
Quando il governo di Vichy incaric� il suo ambasciatore
in Vaticano di accertare se i decreti antisemiti appena
approvati superassero i confini della dottrina cattolica,
il Vaticano rispose che i provvedimenti economici e quelli
volti a isolare gli ebrei dal resto della societ� non costituivano
una violazione delle direttive promulgate dalla Chiesa.
Il 10 ottobre 1938 l'ambasciatore italiano presso la Santa Sede
comunic� per tele-espresso a Mussolini: "(...) le recenti deliberazioni
del Gran Consiglio in tema di difesa della razza non hanno trovato
in complesso in Vaticano sfavorevoli accoglienze (...) le maggiori
per non dire uniche preoccupazioni della Santa Sede si riferiscono
al caso di matrimoni con ebrei convertiti".
In effetti, dopo la approvazione delle leggi razziali,
non vi fu, da parte della Chiesa, che una debole denuncia
giuridica del "vulnus" al Concordato, relativo ai matrimoni misti.
Lo stesso Ciano rimase sorpreso, e giudic� la protesta
della Chiesa che, ripeto, nemmeno riguardava in s�
le misure complessive contro gli ebrei, "molto blanda"...
Appena due mesi dopo, nel dicembre del 1938, riferendosi
all'ormai prossimo decennale della stipulazione dei Patti
Lateranensi, il Papa lod� pubblicamente il Re e il Duce:
"Occorre appena dire, ma pur diciamo altamente, che,
dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e i Nostri
ringraziamenti vanno alle altissime persone, diciamo
il nobilissimo Sovrano e il suo incomparabile Ministro,
ai quali si deve se l'opera tanto importante, e tanto benfica,
ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo."
Pio XI mor� poco dopo, nel febbraio del 1938.
Il suo successore, il grande Pio XII, nella sua enciclica
"Summi pontificatus", scriveva dell'Italia fascista:
"E a particolare letizia si eleva il Nostro cuore nel potere,
in questa prima Enciclica, indirizzata a tutto il popolo cristiano
sparso nel mondo, porre in tal novero la diletta Italia, fecondo
giardino della fede piantata dai Principi degli Apostoli, la quale,
merc� la provvidenziale opera dei Patti Lateranensi, occupa ora
un posto d'onore tra gli Stati ufficialmente rappresentati presso
la Sede Apostolica."
Di fronte alle proteste di chi contestava un simile elogio
di un regime autoritario che aveva da poco varato
le leggi razziali, la "Civilt� Cattolica", la pi� prestigiosa
e autorevole rivista cattolica, le cui bozze sono vagliate
e approvate anticipatamente dalla Santa Sede, nel fornire
l'interpretazione autentica dell'Enciclica scrisse che la Chiesa
non poteva certo negare la sua approvazione verso "uno Stato
che, per un momento storico pi� o meno lungo, per cause
ragionevoli, come sarebbe il risveglio sociale, politico,
economico di un popolo altre volte sonnacchioso, ma
consenziente la maggioranza dei cittadini, e prestate le debite
garanzie alle inalienabili libert� dell'individuo: religione,
educazione, famiglia, ecc., ha creduto opportuno di adottare
un sistema dove l'autorit� ha una certa preponderanza
sulle cosiddette libert� democratiche."
E' bene pure sottolineare che, dopo la caduta di Mussolini,
il governo Badoglio contatt� la Santa Sede, per sapere
se essa riteneva opportuno abolire la legislazione razziale.
Il 28 agosto 1943 giunse la risposta: si riteneva opportuno
abrogare le disposizioni relative ai matrimoni misti, ma
si riteneva pure giusto confermare tutta la legislazione
di carattere discriminatorio nei confronti degli ebrei...
L'atteggiamento della Chiesa cambi� sostanzialmente
solo dopo l'8 settembre 1943, quando, per colpa
della dissennatezza del Re e di Badoglio, i nazisti
invasero l'Italia, e gli ebrei non furono pi� oggetto
di semplice discriminazione, ma di persecuzione
e deportazione.
Le leggi razziali furono certamente un errore, ma erano
solo leggi di discriminazione, tra l'altro meno gravi
di quelle che ancora vigevano, pi� di venti anni dopo,
nei liberaldemocraticissimi Stati Uniti d'America,
dove gli uomini di colore non potevano sedere a fianco
dei bianchi nemmeno sugli autobus, o condividere
con loro i cessi pubblici....
Riporto un testo di Marcello Veneziani, e poi altre considerazioni
mie che avevo gi� postato in passato sul NG:

RICORDIAMOCI LA LEZIONE DI HANNAH ARENDT
di Marcello Veneziani
Se domani vogliamo ricordare sul serio in Italia il Giorno della memoria,
riferito alla shoah, dovremo riprendere quel che scrisse la principale
studiosa ebraica del nazismo e del totalitarismo, emigrata dalla Germania
a causa delle persecuzioni. Mi riferisco ad Hannah Arendt, della quale
� uscito recentemente il denso epistolario con il suo maestro
Martin Heidegger (Lettere 1925-1975, edito da Comunit�).
Che cosa dice la studiosa ebrea?
1)"L'Italia era uno dei pochi paesi d'Europa dove ogni misura antisemita
era decisamente impopolare." Infatti, aggiunge, "l'assimilazione
degli ebrei in Italia era una realt�". La condotta italiana "fu il prodotto
della generale spontanea umanit� di un popolo di antica civilt�".
Un popolo che dai tempi dei romani conviveva con gli ebrei,
e continu� a convivere anche all'ombra della Chiesa cattolica:
il cattolicesimo trasmise agli italiani il germe di una antica
e diffusa diffidenza verso gli ebrei, considerati popolo deicida;
ma trasmise agli italiani anche maggiore temperanza
e maggiore comprensione umana verso gli ebrei, rispetto
ai paesi a estrazione protestante, pi� decisamente antisemiti.
2) "La grande maggioranza degli ebrei italiani - scrive la Arendt -
furono praticamente esentati dalle leggi razziali"
Perch� gran parte degli ebrei erano iscritti al Partito fascista
o erano stati combattenti, nota la Arendt, e i pochi ebrei
veramente antifascisti non erano pi� in Italia.
Persino il pi� razzista dei gerarchi fascisti, Farinacci,
notava la Arendt, "aveva un segretario ebreo".
3) A guerra intrapresa "gli italiani col pretesto di salvaguardare
la propria sovranit� si rifiutarono di abbandonare questo settore
della loro popolazione ebraica; li internarono invece in campi,
lasciandoli vivere tranquillamente finch� i tedeschi non invasero
il paese". E quando i tedeschi arrivarono a Roma per rastrellare
gli ottomila ebrei presenti "non potevano fare affidamento
sulla polizia italiana. Gli ebrei furono avvertiti in tempo,
spesso da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire."
Alcuni, va aggiunto, anche con l'aiuto del Vaticano. I nazisti,
aggiunge la Arendt, "sapevano bene che il loro movimento
aveva pi� cose in comune con il comunismo di tipo staliniano
che col fascismo italiano e Mussolini, dal canto suo, non aveva
n� molta fiducia nella Germania n� molta ammirazione per Hitler".
4) L'Italia fascista adott� nei confronti dei nazisti antisemiti un
sistematico boicottaggio. Nota la Arendt: "Il sabotaggio italiano
della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie soprattutto
perch� Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi
fascisti, quello di P�tain in Francia, quello di Horty in Ungheria,
quello di Antonescu in Romania, quello di Franco in Spagna.
Finch� l'Italia seguitava a proteggere i suoi ebrei, anche
gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare
altrettanto. Il sabotaggio era tanto pi� irritante in quanto
era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda".
Insomma il caso di Giorgio Perlasca, il fascista che salv�
la vita a 8 mila ebrei, non era isolato e autarchico.
5) Quando il fascismo, allo stremo della sua sovranit� politica,
cedette alle pressioni tedesche, cre� un commissariato per gli affari
ebraici, che arrest� 27 mila ebrei, ma in gran parte consent� loro
di salvarsi dai nazisti, di rifugiarsi, come scrive la studiosa ebrea.
Nota la Arendt, eccedendo perfino in indulgenza, che "un migliaio
di ebrei delle classi pi� povere vivevano ora nei migliori alberghi
dell'Is�re e della Savoia".
Risultato fu che "gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno
il dieci per cento di tutti quelli che vivevano allora in Italia".
Le citazioni sono tratte dal libro La banalit� del male (Feltrinelli).

Riporto alcuni brani di un articolo di Filippo Giannini:
"E' noto l'attacco lanciato dal Duce contro le teorie razziste
nazionalsocialiste, nel corso della visita alla citt� di Bari. Nel
pomeriggio del 6 settembre 1934, dal balcone del palazzo del Governo
Mussolini, dopo aver esaltato la civilt� mediterranea, disse:
"Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana piet�
talune dottrine di oltr'Alpe, sostenute da progenie di gente
che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti
della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio
e Augusto".

Pertanto sino ad allora non esisteva alcuna pregiudiziale anti ebraica
nell'animo di Mussolini. E allora, come si giunse alle (certamente)
odiose leggi razziali?

Nella guerra d'Etiopia (di cui ci sarebbe da parlare ampiamente)
la Societ� delle Nazioni, guidata, incredibilmente, dalle pi� imperialiste
e colonialiste delle Nazioni, l'Inghilterra e la Francia, impose le sanzioni
all'Italia. La Germania non si associa e continua ad intrattenere
ottimi rapporti con l'Italia.
1936. Scoppia la guerra civile spagnola; ancora una volta i Paesi
capitalisti si schierano con l'Unione Sovietica contro l'Italia
che collabora con Francisco Franco.
Di nuovo la Germania � accanto all'Italia. E questo nonostante
Stalin avesse sarcasticamente annunciato che una volta conquistata
l'Europa partendo dalla penisola iberica, avrebbe tolto le croci
dai cimiteri e persino dalle bare.

Tuttavia Mussolini non gradiva questa vicinanza con il F�hrer, di cui
diffidava fortemente in politica e, di conseguenza, cercava di svincolarsi;
con questo intento il 22 giugno 1936 rilasci� una (molto poco ricordata)
intervista all'ex ministro francese Malvy, nella quale ribadiva la propria
disponibilit� a collaborare con la Francia e con l'Inghilterra:
"La situazione � tale che mi obbliga a cercare altrove la sicurezza
che ho perduto dal lato della Francia e della Gran Bretagna.
A chi indirizzarmi se non a Hitler? Io vi devo dire che ho avuto
con lui dei contati, ma sin qui mi sono riservato di decidere (.).
Vi ho fatto venire perch� informiate il vostro Governo della situazione.
Io attender� ancora, ma se prossimamente l'atteggiamento del Governo
francese nei confronti dell'Italia non si modifica, se non mi si dar�
l'assicurazione di cui ho bisogno, l'Italia diventer� alleata
della Germania".
Questa preziosissima testimonianza viene riportata da E. Bonnifour
nella Histoire politique de la troisi�me republique.

Altri attestati della volont� dei Paesi liberalcapitalisti
ci vengono forniti da Winston Churchill e dallo storico inglese
George Trevelyan. Il primo (La Seconda Guerra Mondiale", Vol. 2�,
pag. 209): "Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini
a schierarsi dall'altra parte, la Germania non era pi� sola."
Quasi con le stesse parole George Trevelyan nella sua "Storia
d'Inghilterra", a pag. 834, ha scritto: "E l'Italia, che per la sua
posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l'Austria
e con i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania."

La storia stava cos� trascinando l'Italia alla "ineluttabilit�
dell'alleanza con Hitler e quindi della necessit� di eliminare
tutti i motivi non solo di frizione, ma anche solo di disparit�
con la Germania" (R. De Felice, Storia degli ebrei sotto
il fascismo, pag. 137). Mussolini era conscio che l'antisemitismo
occupava uno spazio preminente nell'ideologia nazionalsocialista,
di conseguenza, se voleva eliminare le ultime diffidenze tedesche,
anche nel ricordo del "tradimento italiano del 1915", e giungere
ad una reale alleanza militare, doveva adeguarsi alle circostanze.
Riteniamo che fosse questa e non altre la ragione della scelta del Duce.
E ci� viene confermato dal pi� attento studioso del fascismo
che osserva: "Una volta che Mussolini fu gettato nelle braccia
della Germania di Hitler, era impensabile che anche l'Italia
non avesse le sue leggi razziali."
Oppure come ha scritto lo storico ebreo Meir Michaelis:
"Non si trattava dunque di un problema interno, bens�
di un aspetto di politica estera."

Anche se quanto sin qui scritto � solo una parte del percorso che port�
l'Italia di Mussolini all'emanazione delle leggi razziali, il Duce, per
renderle il meno dolorose possibili, fra l'altro impose di "discriminare
non perseguire", oltre a lasciar aperte numerose scappatoie,
per cui si giunse a situazioni paradossali, come il caso denunciato
dal giornalista Daniele Vicini su "L'Indipendente" del 20 luglio 1993:
"Ebrei e comunisti tedeschi sciamano verso il Brennero, frontiera
che possono varcare senza visto a differenza di altre (americana,
sovietica, ecc.) apparentemente pi� congeniali alle loro esigenze."
Vicini dopo aver elencato decine e decine di nomi di ebrei
(e non solo ebrei, ma anche di comunisti) che fuggivano in Italia,
cita anche un nome che dovrebbe essere ben conosciuto
ai telespettatori italiani, perch� spessissimo presente
nelle trasmissioni televisive: quello di Edward Luttwak.
Una domanda si presenta spontanea: "Erano tutti pazzi a rifugiarsi
in un Paese dove vigevano le leggi razziali, oppure i fuggitivi
ben sapevano che quelle leggi erano poco meno che una farsa"?
Alla fine dell'articolo il giornalista Vicini esclama:
"Strana democrazia quella americana, strana dittatura
quella fascista."

I lettori che volessero approfondire l'argomento possono leggere
il nostro libro "Uno scudo protettore". "Scudo protettore" � una
espressione dello storico ebreo L�on Poliakov per indicare
la protezione posta in essere da Benito Mussolini a favore degli ebrei.
Ebrei non solo italiani: "Ovunque penetrassero le truppe italiane,
uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (.).
Un aperto conflitto si determin� tra Roma e Berlino a proposito
del problema ebraico (.). Appena giunte sui luoghi di loro
giurisdizione, le autorit� italiane annullavano le disposizioni
decretate contro gli ebrei (.)" (L�on Poliakov, "Il nazismo
e lo sterminio degli ebrei", pagg. 219-220).
Questo scudo si ergeva, quindi, non solo in Italia, ma in Croazia,
in Grecia, in Egeo, in Tunisia, in poche parole ovunque penetrassero
le truppe fasciste.

Il libro contiene un centinaio di documenti di come venne messo
in atto lo scudo, nonch� studi di storici che attestano la validit�
dei documenti.
Nomi come Rosa Paini (ebrea) ("Il Sentiero della Speranza", pag. 22):
"Quel colloquio lo aveva voluto Mussolini, ancora
pi� favorevole agli ebrei, in modo da essere indotto
a concedere tremila visti speciali per tecnici e scienziati
ebrei che desideravano stabilirsi nel nostro Paese."
Come Mordechai Poldiel (ebreo): "L'Amministrazione fascista,
e quella politica, quella militare e quella civile, si diedero da fare
in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle
leggi rimanessero lettera morta."
Israel Kalk (ebreo) "Gli ebrei in Italia durante il Fascismo":
"(.)Siamo stati trattati con la massima umanit�" e, ricordando
gli altri internati: "Credo di non temere smentite affermando
che con voi la sorte � stata benigna e che la vostra situazione
di internati in Italia � migliore di quella dei nostri fratelli
che si trovano in libert� in altri paesi europei."
O anche Salim Diamand (Internment in Italy - 1940-1945), ebreo.
"Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia. C'era del militarismo,
� ovvio, ma io non ho mai trovato un italiano che si avvicinasse a me,
ebreo, con l'idea di sterminare la mia razza (.). Anche quando apparvero
le leggi razziali, le relazioni con gli amici italiani non cambiarono
per nulla (.). Nel campo controllato dai carabinieri e dalle Camicie nere
gli ebrei stavano come a casa loro."
Oppure l'opinione dell'autorevole docente dell'Universit� ebraica
di Gerusalemme, George L. Mosse (ebreo), nel suo libro "Il razzismo
in Europa", a pag. 245 ha scritto: "Il principale alleato della Germania,
l'Italia fascista, sabot� la politica ebraica nazista nei territori sotto
il suo controllo (.). Come abbiamo gi� detto, era stato Mussolini stesso
a enunciare il principio "discriminare non perseguire".
Tuttavia l'esercito italiano si spinse anche pi� in l�, indubbiamente
con il tacito consenso di Mussolini (.). Ovunque, nell'Europa
occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei
in grado di chiedere la nazionalit� italiana.
Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta
di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l'Italia."

Si giunse, cos�, al 25 luglio 1943, ma anche in quei poco pi�
di 40 giorni del governo Badoglio le leggi antiebraiche
non furono annullate.
Segu� la fuga del re, di Badoglio e dello Stato Maggiore lasciando
gli italiani, l'esercito, ed � ovvio, anche gli ebrei in balia dell'ira
tedesca. Fu una fortuna per l'Italia tutta che Mussolini subentr�
formando un nuovo Governo, e parandosi di nuovo come scudo
tra la rabbia dell'alleato tradito e gli italiani tutti.
Ma la presenza tedesca era pressante specialmente agli inizi quando,
cio�, Mussolini stava organizzando la nuova struttura del suo Governo.
Fu in quei giorni, ed esattamente il 16 ottobre 1943 che i tedeschi
effettuarono un rastrellamento nel ghetto di Roma catturando pi�
di mille ebrei che, ripetiamo, sino ad allora erano stati protetti
dallo scudo. Ebbene, finalmente i tedeschi ebbero la possibilit�
di mettere in atto quanto sino ad allora era stato proibito.
Ma non tutto and� secondo le previsioni. Qualche lettore potrebbe
pensare che sul posto ci fossero dei partigiani per difendere
quegli infelici; ma quando mai!
I tedeschi si trovarono di fronte un uomo in camicia nera,
Ferdinando Natoni (che la storiografia dimentica di citare).
Ecco la testimonianza della figlia Anna; il padre, mentre la retata
era in corso, si precipit� in strada e, avvalendosi della qualifica
di "fascista", pretese dalle SS la restituzione degli ebrei catturati
nel suo edificio. Cosa che avvenne.
La Signora Anna ci ha detto che il padre mor� a 96 anni
e ci ha pregato di ricordare che "non rinneg� mai la sua fede".
[Ferninando Natoni fu nominato "Giusto di Israele" nel 1995,
su segnalazione di Marina Limentani Anticoli, che Natoni
aveva salvato, insieme alla sorella, rischiando la deportazione.
Per convincere i tedeschi che le due sorelle erano sue figlie,
Natoni aveva indossato la Camicia nera, e esibito la tessera
del Partito Nazionale Fascista. Durante la cerimonia, in Israele,
Natoni conferm� di essere ancora fascista...]
Altri nomi meritano di essere citati accanto a quello di Natoni:
Perlasca, salv� la vita ad alcuni migliaia di ebrei in Ungheria;
Zamboni riusc� a far fuggire da Salonicco centinaia di ebrei;
Palatucci ne salv� alcune migliaia a Fiume; Calisse oper�
in Francia e fece fuggire diverse decine di ebrei.
Non dimentichiamo il fascistissimo Farinacci che nascose
una famiglia di ebrei nella sua tipografia; e il futuro segretario
del Msi, Almirante che ne nascose alcuni nel Ministero dove lavorava.
Potremmo citare altri casi e nomi, ma non possiamo abusare oltre.
Mentre si svolgevano questi fatti, gli antifascisti e i partigiani
che facevano?
Tramavano...
Renzo De Felice osserva (op. cit. pag. 447): "Il 20 gennaio 1944
Buffarini Guidi, venuto a conoscenza del fatto che in molte localit�
i tedeschi prendevano in consegna gli ebrei ivi concentrati,
diede istruzioni perch� fossero fatti presso le autorit� centrali
germaniche i passi necessari ad ottenere che, in ottemperanza
al criterio enunciato, fossero impartite disposizioni atte
a far s� che gli ebrei rimanessero in campi italiani (.)."
Su questo argomento si trova una interessante testimonianza
di Primo Levi le cui memorie vengono in parte riportate
su L'Espresso del 27 settembre 2007.
Levi ricorda che fu arrestato il 13 settembre 1943 e trasferito
ad Aosta nella caserma della Milizia Fascista.
Levi e altri suoi correligionari furono affidati al Centurione Ferro,
il quale, saputo che "eravamo tutti laureati ci tratt� benevolmente;
egli poi fu ucciso dai partigiani nel 1945".
Primo Levi e gli altri furono sospettati di essere partigiani;
ecco cosa scrive Levi: "Il Centurione, appreso che eravamo
ebrei e non dei veri partigiani ci disse: "Non vi succeder� nulla
di male; vi invieremo al campo di Fossoli, presso Modena".
Ci veniva regolarmente distribuita la razione di vitto destinata
ai soldati e alla fine di gennaio 1944 ci portarono a Fossoli
con un treno passeggeri. In quel campo si stava abbastanza bene;
non si parlava di eccidi e l'atmosfera era sufficientemente serena;
ci permisero di trattenere il denaro che avevamo portato con noi
e di riceverne altro da fuori."

Riporto per l'ennesima volta dati e fatti storici che avevo
gi� documentato in altri messaggi:
Mussolini e il regime fascista, fino a quando mantennero la loro piena
indipendenza (cio� fino al 25 luglio 1943) si rifiutarono sempre,
nonostante le richieste e le minacce tedesche, di far deportare
anche un solo ebreo, non soltanto in Italia, ma in ogni territorio
nel quale giunsero le truppe di occupazione fasciste:
Francia meridionale, Grecia, Jugoslavia, nord-Africa ecc.
Ed � significativo che a documentare il salvataggio di decine
di migliaia di ebrei da parte del regime fascista siano stati,
in particolare, degli studiosi di origine ebraica, come Poliakov,
Steinberg e Shelah, che pure avevano validi motivi di risentimento
nei confronti di Mussolini e del fascismo.
Leon Poliakov (che fu anche consulente al processo di Norimberga)
ha scritto il saggio "La condition de Juifs en France sous l'occupation
italienne", Menachem Shelah ha scritto il saggio "Un debito
di gratitudine", e Jonathan Steinberg ha scritto il saggio
"Tutto o niente" (il titolo contrappone significativamente
il "tutto" del regime nazista, che ha attuato lo sterminio ebraico,
e il "niente" del regime fascista, che si � opposto fattivamente
alla politica di sterminio del nazismo).
Come rileva Steinberg:"Agli italiani non fu mai detto della conferenza
di Wannsee, tenuta il 20 gennaio 1942, n� degli incontri successivi.
Ufficialmente essi non sapevano nulla della soluzione finale.
Hitler non ne parl� al suo "caro Benito Mussolini", nonostante
il fatto che la decisione di sterminare un intero popolo trasformasse
la natura della guerra e riguardasse l'Italia, in quanto partner dell'Asse".
Mussolini, inizialmente, aveva autorizzato la richiesta di deportazione
dei tedeschi, i quali affermavano che gli ebrei sarebbero semplicemente
stati inviati in campi di lavoro situati nei territori dell'Est,
ma cambi� idea, e revoc� l'ordine, subito dopo, nel momento
in cui ebbe notizia di vessazioni compiute nei loro confronti.
Mussolini ordin� quindi che nessun ebreo (anche se straniero)
presente nei territori occupati dall'Italia fascista, fosse deportato
in altri Paesi (le richieste, oltre che dalla Germania, provenivano
anche dalla Francia e dalla Croazia).
Da quel momento, come afferma Steinberg, "l'Italia
si era formalmente impegnata a ostacolare la soluzione
finale in Europa".
Fino al 25 luglio 1943 nemmeno un ebreo, italiano o straniero,
fu mai consegnato dal regime fascista ai tedeschi, ai francesi,
ai croati, o a chiunque altro.
In Francia, come ricorda il nostro ambasciatore dell'epoca,
il primo ministro del governo di Vichy, Pierre Laval, "mentre
riusciva a capire il nostro interesse in favore di quegli ebrei
di nazionalit� italiana, non riusciva proprio a giustificare
il nostro intervento a favore degli ebrei stranieri".
E Steinberg sottolinea la straordinariet� di questo fatto,
che cio� proprio il regime fascista "alleato all'estero con
la Germania nazista, e totalmente dipendente dai tedeschi
per le materie prime, contrast� pi� o meno apertamente
il volere di Hitler."
In effetti il regime fascista non poteva contrapporre alle richieste
di deportazione e alle proteste, sempre pi� insistenti e minacciose,
della Germania (dalla quale l'Italia dipendeva ormai sia militarmente
che economicamente) nessun argomento plausibile: nonostante ci�,
tra mille difficolt� e con mille espedienti, grazie a una "cospirazione
che partiva da Mussolini e arrivava al pi� umile maresciallo
dei carabinieri", nessun ebreo fu mai consegnato ai nazisti.
Il prestigio di Mussolini, e l'ammirazione personale che Hitler
gli riservava, risultarono comunque decisivi, in una situazione
che vedeva l'Italia praticamente subordinata alla Germania,
come rileva Steinberg: "L'affetto di Hitler per Mussolini
diede agli italiani un certo margine di libert� per perseguire
una politica che ostacol� i piani tedeschi, irrit� i comandanti
di campo tedeschi, interfer� con le attivit� delle SS
e della Gestapo, e, di tanto in tanto, caus� le leggendarie
esplosioni di ira di Hitler".
"Come si sarebbe comportato Hitler nei confronti
di un'Italia senza Mussolini?".
Mussolini, da parte sua, non esit� nemmeno a intraprendere
vere e proprie azioni di forza nei confronti di Paesi alleati,
come la Croazia: "L'occupazione militare italiana fu estesa
alla seconda e alla terza zona [in Dalmazia erano state create
tre prefetture italiane e tre zupanati croati incastonati gli uni
negli altri] per frenare i massacri di serbi e contenere
le esplosioni di odio contro gli ebrei."
E quando, nel 1943, le autorit� tedesche manifestarono l'intenzione
di deportare tutti gli ebrei italiani residenti nel Reich e nei territori
occupati dalla Germania, Mussolini si oppose decisamente,
ottenendo il loro rimpatrio.
Alcuni ebrei italiani che si trovavano nei territori occupati
erano gi� stati arrestati e deportati, ma il governo fascista
chiese e ottenne il loro rilascio.
E' poi da sottolineare il fatto che non fu mai impedito
l'afflusso in Italia (e in Libia, provenienti dalla Tunisia
e dalla Francia) degli ebrei stranieri in cerca di salvezza.
Fu addirittura respinta la richiesta tedesca di estradizione
di alcuni ebrei rifugiatisi in Italia, ed accusati di attivit�
antinazista...
Con la Repubblica Sociale Italiana la situazione cambia radicalmente:
Mussolini accetta di crearla per evitare che i nazisti mettano a ferro
a fuoco l'Italia in seguito al voltafaccia operato dal re e da Badoglio,
ma il coltello ora ce l'hanno per il manico i tedeschi, che garantiscono
l'esistenza della RSI con il loro esercito.
La Repubblica Sociale Italiana fu creata principalmente per proteggere
gli italiani dalla vendetta che Hitler aveva gi� predisposto nei confronti
dell'alleato traditore.
Renzo De Felice ha ricostruito nei suoi studi l'origine della RSI:
Mussolini, dopo il 25 luglio 1943, era convinto che la sua storia
politica fosse finita. Era completamente demoralizzato (basta leggere,
a tale proposito, i suoi "pensieri pontini e sardi") e deciso a rimanere
definitivamente fuori dalla politica attiva.
Appena liberato dai tedeschi, si mostr� irritatissimo quando
gli dissero che era atteso in Germania, a Rastemburg.
Fu Hitler a imporgli praticamente il suo ritorno sulla scena
politica: se Mussolini avesse rifiutato di porsi alla guida
della costituenda RSI, egli avrebbe messo a ferro e a fuoco
tutta l'Italia, sulla base di un piano elaborato subito dopo il 25 luglio
(il successivo cambio di campo effettuato dal regime badogliano
era una ipotesi facilmente prevedibile).
Dal punto di vista politico, Mussolini non si faceva certo illusioni:
sapeva che il suo potere effettivo sarebbe stato limitato, e che la guerra
era con tutta probabilit� perduta.
Ma Hitler fu assolutamente esplicito: "Dovevo dare subito
un terribile esempio di punizione per tutti quelli, tra gli altri
nostri alleati, che potessero essere tentati di imitare l'Italia.
(...) Ma se voi mi deludete, io devo dare ordine che il piano punitivo
sia eseguito. (...) L'Italia settentrionale dovr� invidiare la sorte
della Polonia se voi non accettate di ridare valore all'alleanza
fra la Germania e l'Italia mettendovi a capo dello Stato
e del nuovo governo".
Per questo De Felice afferma testualmente:
"Mussolini, piaccia o non piaccia, accett� il progetto di Hitler
spinto da una motivazione patriottica: un vero e proprio "sacrificio"
sull'altare della difesa dell'Italia".
E ribadisce: "Mussolini torn� al potere per "mettersi al servizio
della patria", perch� solo cos� poteva impedire a Hitler di trasformare
l'Italia in una nuova Polonia, per rendere meno pesante e tragico
il regime di occupazione".
La presenza diretta dei nazisti in Italia imponeva un cambiamento
della politica nei confronti degli ebrei: fu quindi stabilito dal governo
della RSI che gli ebrei fossero posti in campi di concentramento
situati in Italia, ma venne ribadito il divieto di qualunque deportazione
all'estero. E' da rilevare che l'internamento in campi di concentramento
di determinate categorie di persone, durante la guerra, � un tipo
di provvedimento che venne impiegato pure dai governi
liberaldemocratici (che lo fecero per� spontaneamente
e autonomamente, e non pressati dalla presenza nazista,
come avvenne per la RSI....).
Negli Stati Uniti d'America, ad esempio, decine di migliaia
di cittadini americani, "colpevoli" solo di essere di origine italiana,
tedesca o giapponese, vennero deportati in campi di concentramento.
E non c'� nemmeno bisogno di rilevare che i campi
di concentramento italiani erano luoghi di detenzione,
e non campi di sterminio: non sono mai esistiti campi
di sterminio nel territorio nazionale governato dal fascismo.
Il famoso campo di San Sabba era infatti un campo nazista,
istituito dai nazisti, gestito dai nazisti, e posto in un territorio
sottratto al governo e alla giurisdizione della Repubblica Sociale
Italiana, perch� governato e controllato direttamente dai nazisti:
l'Adriatisches Kustenland, annesso al Reich tedesco.
Quando i nazisti cominciarono a richiedere la deportazione
degli ebrei, il governo fascista manifest� esplicitamente
il suo rifiuto, ribadendo che gli ebrei dovevano rimanere
in Italia, e diram� precise istruzioni, anche a livello periferico,
perch� venisse rifiutata la consegna degli ebrei ai nazisti.
A quel punto i nazisti ricorsero all'uso della forza, ignorando
l'opposizione del governo della RSI. Tutte le deportazioni
vennero effettuate o direttamente dai nazisti e dalle formazioni
che dipendevano dal loro (SS italiane, bande Koch, Carit�, ecc.)
o per ordine o imposizione da parte dei nazisti ai vari membri
del corpi locali della polizia, dei carabinieri, della GNR, ecc.
che decisero di obbedire agli ordini dei tedeschi.
Inizialmente il governo fascista cerc� addirittura di ottenere
la restituzione degli ebrei gi� deportati (i nazisti negarono
sempre che la deportazione avesse come fine lo sterminio)
come era avvenuto prima del 25 luglio 1943, ma la situazione
era ormai completamente cambiata.
Eichmann, memore degli smacchi e delle umiliazioni subite
in precedenza da parte del regime fascista, che aveva sempre
rifiutato la consegna degli ebrei, invi� una risposta sprezzante,
che suona oggi come un involontario elogio postumo
alla Repubblica Sociale Italiana:
"Ci rammarichiamo vivamente nel constatare che l'ambasciata
di una repubblica fascista continui a interporre i suoi uffici
a favore degli ebrei."
C'� poi da ricordare un fatto fondamentale (che, chiss� perch�,
non viene mai ricordato.....) necessario a spiegare il dato stupefacente
per cui pi� di quattro quinti degli ebrei italiani scamparono
allo sterminio (una percentuale pi� alta di salvati, in tutti
i Paesi europei, si riscontra solo in Danimarca): il governo
della Repubblica Sociale Italiana, forzato a istituire l'internamento
degli ebrei nei campi di concentramento a causa della presenza
diretta dei tedeschi, pur essendo deciso a evitare la loro deportazione,
poteva ipotizzare che i nazisti sarebbero ricorsi all'uso della forza,
come in effetti poi fecero.
Ebbene, il governo fascista fece rendere pubblicamente noto,
in anticipo, addirittura per radio, il provvedimento di internamento
degli ebrei (che, per essere efficace, sarebbe dovuto rimanere
assolutamente segreto) consentendo loro di salvarsi, e provocando
sconcerto e rabbia da parte dei nazisti.
In questo modo la maggior parte degli ebrei riusc� a fuggire:
molti di loro espatriarono in Svizzera, molti si nascosero in Italia
presso privati, molti si rifugiarono presso i conventi e le altre
strutture che la Chiesa cattolica mise a loro disposizione.

F.M.Arouet

unread,
Feb 6, 2010, 12:38:02 PM2/6/10
to
Possiamo riassumere i due interventi con:

le vostre parole siano si', si', no, no...
ma non simultaneamente, o si', si', oppure no,no...

Fabio.

donquixote

unread,
Feb 7, 2010, 6:50:22 PM2/7/10
to

"F.M.Arouet" <lazz...@yahoo.com> ha scritto nel messaggio
news:41754743-bdb7-4f4c...@z26g2000yqm.googlegroups.com...

> Possiamo riassumere i due interventi con:
>
> le vostre parole siano

Siano fondate sui fatti storici, esposti
nella loro complessit�, e con senso storico.
Cordiali saluti.

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