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La Voce 29/03/08 Sansego,nata per un dispetto al diavolo - speciale di Mario Schiavato

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Pytheas

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30 mar 2008, 06:43:2930/03/08
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di Mario Schiavato

Pagina versione carta

Le leggende dell'isola di sabbia, la più esterna dell'arcipelago lussignano
Sansego, nata per un «dispetto del diavolo»


Dato che non era stagione di turisti, eravamo arrivati nella bellissima
isola di Lussino quasi per caso onde poter passare un paio di giorni di
riposo fermandoci dapprima nell'antica Ossero, sull'isola di Cherso, con la
sua bellissima chiesa e le sue antiche rovine, poi oltre il ponte, scavato
ancora in epoca romana, avevamo raggiunto la nostra meta, sostando dapprima
a Neresine con i suoi ottimi ristoranti, quindi a Cunski, ancora nella bella
Lussinpiccolo, per andare a pernottare alfine in un modesto appartamento
privato situato vicino alla chiesa e al campanile di Lussingrande con l'intenzione,
all'indomani, di trovare una barca per poter fare un giro attorno alle isole
Orjule e magari arrivare a San Pietro ai Nembi (Ilovik), l'isola più a sud
dell'arcipelago. Invece, al mattino appena alzati, mentre eravamo sul molo
in cerca di una barca, abbiamo scorto un non troppo grande natante con un
gruppetto di turisti che si recava a Sansego (Susak). L'isola di Sansego? L'isola
di sabbia? E perché no? Ne avevamo tanto sentito parlare. Possiamo unirci a
voi? Certo, coraggio salite! Ed eccoci dunque a bordo appena in tempo perché
il motore già ronfava e il kapetan era già al timone.
E adesso vi citiamo tutto quello che dell'isola una guida che accompagnava
il gruppo - davvero gentilissima e bene informata - ci spiegò durante la non
lunga attraversata sulla quella specie di carretta che ci faceva
abbondantemente dondolare per le brevi onde di un borin per fortuna non
troppo forte, mentre osservavamo veramente entusiasmati i voli dei tanti
gabbiani e, all'orizzonte, l'Osorcica, il monte che con i suoi 589 metri
sovrasta tutte le isole.

Un fenomeno naturale insolito

Dunque, prima di tutto la posizione di Sansego: è la più esterna delle isole
dell'arcipelago lussignano e, come abbiamo già detto, si tratta di un'isola
di depositi di sabbia, fenomeno naturale piuttosto insolito, anzi, un vero e
proprio enigma, con una superficie di 375 ettari, superficie che nella parte
settentrionale raggiunge la quota di 98 metri sul livello del mare. L'abitato
più antico, Gornje Selo, è sorto attorno all'ex convento di S. Nicola,
costruito nell'undicesimo secolo all'epoca di San Gaudenzio, il vescovo di
Ossero che secondo la leggenda fece miracolosamente sparire dalle isole
tutti i serpenti. Oggi del convento sono rimaste soltanto poche rovine, in
quanto il suo materiale e le sue pietre squadrate sono servite nel 1770 alla
costruzione dell'attuale chiesa parrocchiale consacrata, come abbiamo già
detto, a San Nicola e restaurata di recente grazie all'apporto dei sansegoti
sparsi per il mondo. In questa chiesa viene custodito un crocifisso del XII
secolo di dimensioni inusitate che viene popolarmente chiamato Veli Buoh
(Grande Dio) e che, per i visitatori, costituisce una particolare
attrazione.

Un vino molto generoso

Il borgo sottostante con il porticciolo sul mare, è invece di data più
recente. L'isola è soprattutto caratterizzata dai suoi canneti e dalla
disposizione del terreno a terrazze e orti, dove si coltiva prevalentemente
la vite. Se ne ricava un particolare vino generoso, ottimo quello rosso, che
a detta degli esperti sommelier raduna in un certo senso il profumo del mare
ma anche altri aromi esotici probabilmente portati qui dal vento. Oggi
questi estesi vigneti sono stati in parte abbandonati proprio perché poca è
ormai la popolazione residente, circa 150 abitanti, quasi tutti vecchi, in
quanto la maggior parte ha cercato fortuna in America dove oggi vivono circa
2.500 sansegoti. Tuttavia, negli ultimi tempi un membro della famiglia
lussignana dei noti imprenditori marittimi Cosulich ha iniziato la
rivalutazione dei vigneti e ciò in senso industriale, costruendo anche una
cantina. Il turismo, invece, dalle poche notizie che si hanno, avrebbe avuto
inizio nel 1914 quando un certo dottor Hajos aperse un bagno climatico nella
baia di Bok.

Poche case e poche anime

Per quanto riguarda la storia antica dell'isola, bisogna ricordare che
durante il periodo dell'antica Roma qui sorsero delle ville di ricconi che
venivano a passare l'estate. Nei documenti di quell'epoca l'isola viene
ricordata col nome di Sansagus mentre in un documento posteriore, risalente
al 1071, secondo il quale il territorio veniva dal re Kresimir donato all'ordine
dei Benedettini, l'isola veniva ricordata con il nome di Sansocouo. C'è
ancora da ricordare che nel 1171 l'abitato aveva poche case e 300 abitanti
mentre in epoca più recente, cioè durante il possesso dell'Austria, si
allargava ulteriormente verso il mare su quella parte dell'isola dove sorge
il piccolo porto e che ancor oggi viene chiamata Spijazia. Il più alto
numero di abitanti venne registrato durante la dominazione italiana quando
nel 1943 si contarono ben 1.640 anime. C'è ancora da dire che la secolare
distanza e dunque in un certo senso l'isolamento, hanno contribuito a
conservare la parlata originaria, gli usi e le attività economiche.
Particolarmente interessanti i costumi popolari delle donne che destano
sorpresa per il colore e la leggiadria, indossati soprattutto dalle ragazze
nubili durante le feste e i matrimoni.

I sette cognomi più antichi

C'è un'altra curiosità da sottolineare e potemmo accertarcene visitando il
cimitero, dove spicca il biancore delle tombe ben curate. Costruito in
località Merine nel 1818, in esso dominano i sette antichi cognomi isolani e
cioè: Busanic, Matesic, Mirkovic, Morin, Picinic, Skrivanic e Tarabokija.
Forse la nostra gita sarebbe finita con queste notizie forniteci dalla guida
se, una volta sbarcati sul piccolo molo dell'abitato sul mare, prima ancora
di visitare il paese non avessimo incontrato un anzianotto con tanto di
berretto con l'ongia e con un giaccone con i bottoni lustri, il quale,
sentendoci parlare tra noi in italiano, ci si affiancò mentre pian piano
salivamo su per l'erta scalinata onde raggiungere il cosiddetto Gornje Selo
e poter visitare la chiesa e, quindi, anche la cantina. Aveva, il vecchio,
un gran naso bluastro, una spiccata parlata mezzo italiana e mezzo croata
piuttosto invadente, frammezzata spesso da sonore risate.

Le storie di «Kapetan Filip»

Fu a lui che chiedemmo quali fossero le leggende più interessanti dell'isola.
Kapetan Filip, come si presentò subito allungando a tutti la mano callosa,
non si fece ripetere l'invito e così apprendemmo nuovamente una versione di
quei miti che dalle nostre parti sono molto popolari e che per quanto
riguarda le pietre si riferiscono di solito al Carso non solo, ma anche all'arena
di Pola. Qui però, non si trattava di pietre, si trattava di sabbia.

L'arrivo del «Veli Buoh»

Dice questa leggenda, infatti, che quando Dio creò la terra, dopo aver
esteso lungo le rive dei mari la sabbia, gliene rimase ancora parecchia che
raccolse tutta in un enorme lenzuolo che affidò a una compagnia di angeli in
volo. Stava appunto il Creatore studiando dove spargerne ancora quando,
senza che se ne accorgesse nessuno, alla spicciolata arrivò il diavolo in
persona il quale, per fare un dispetto, con il suo affilato tridente
squarciò il grande lenzuolo. La sabbia dunque cadde in mare e fu così che
sorse l'isola di Sansego. Naturalmente la leggenda narrata da kapetan Filip
non finì qui. Infatti, aggiunse pronto che quando i primi abitanti
capitarono nell'isola deserta e qui si insediarono, erano sempre tristi, ma
tristi davvero e preoccupati perché sulla sabbia, è cosa nota, all'infuori
delle canne, altre piante non è che crescano bene. A questo punto, a suo
dire, arrivò portato dalle onde del mare quel Veli Buoh, quel grande
crocifisso che oggi si trova nella chiesa parrocchiale.

Il vitigno intrecciato al crocifisso

I sansegoti appena lo videro galleggiare cercarono subito di recuperarlo ma
fu una faccenda piuttosto difficile. Sembrava che la grande croce
desiderasse rimanere a mollo nel mare. Dovettero intervenire dei ragazzi,
anime innocenti, i quali finalmente, riuscirono a portarla a riva e quindi
in processione fino al convento dei Benedettini. Intrecciata a quella croce
del Veli Buoh c'era anche una pianta, allora ai più sconosciuta, che venne
immediatamente interrata nell'orto del convento. Era un vitigno, quel
vitigno che in pochi anni riuscì a coprire di vigneti l'intera superficie
dell'isola. Con le abbondanti bevute di quel nettare, i sansegoti non furono
più tristi, anzi poterono inventare tutte quelle feste e quelle canzoni che
ancor oggi si cantano in paese come la celebre "Sansigu gradicu, ti si na
Vrsicu" che naturalmente kapetan Filip intonò, un po' stonato, in nostro
onore.

I costumi variopinti delle donne nubili

Poi ci sarebbe la leggenda dei costumi variopinti delle donne nubili di
Sansego. Questa venne fuori dopo che potemmo assaggiare alcune bucalete dell'ottimo
vino dell'isola seduti al sole accanto all'edificio della chiesa. Questa
leggenda ricorda l'avventura di una bella ragazza piuttosto povera della
quale s'era innamorato un riccone che ogni tanto ancorava la sua barca al
largo dell'isola e poi arrivava a terra per comperare il vino. Costui un bel
giorno chiese alla famiglia della ragazza di poterla sposare. Padre e madre
furono ben contenti di sistemare la figlia, ma la faccenda era che essendo
troppo poveri non potevano darle neanche un po' di dote. Fu per questo che
ogni ragazza di Sansego donò alla futura sposa chi un lenzuolo, chi una
federa, chi un sugaman, chi un camicione, le amiche una gonna. E fu proprio
indossando tutte quelle gonne colorate una sopra l'altra che la sposa si
presentò davanti all'altare per poter dire sì al ricco navigante. Un uso,
questo, che si è tramandato fino ai nostri giorni. Le donne sposate invece
portano ugualmente parecchie sottogonne bianche, ma sopra soltanto una gonna
nera. Calze e skarpine vengono confezionate in casa.
Una volta di ritorno sul piccolo molo dell'isola di sabbia, risate e strette
di mano con kapetan Filip conclusero quella nostra gita.


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