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Corriere della Sera 01/11/06 Volti di una terra: Bettiza, Matvejevic, Missoni: una Piccola Patria

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Pytheas

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Nov 3, 2006, 8:26:47 AM11/3/06
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VOLTI DI UNA TERRA

Bettiza, Matvejevic, Missoni: una Piccola Patria


A volte la Dalmazia sembra un luogo più mitico che geografico, una
particolare consorteria dello spirito.

Eppure i dalmati in carne e ossa esistono, e come; oltre a un bagaglio
storico comune, portano con sé la dimestichezza per le tre lingue canoniche
(italiana, serbocroata e tedesca), il gusto della mescolanza culturale e
dello scherzo, un pò di sana nostalgia per i bei tempi andati ma anche molta
satira corrosiva rivolta a quelli presenti. Difficile mettere d' accordo
questa famiglia eccentrica su una tavola di valori comuni.
Lo scrittore Enzo Bettiza, che si autodefinisce «uno stambecco, un
sopravvissuto della Dalmazia più autentica e completa», si dichiara
orgoglioso della sua discendenza: «Fra i miei avi non c' è nessuno che non
ci sia nato, in quella vera Dalmazia che non si confonde con il Quarnaro, ma
che da Zara scende fino a Cattaro».
Un altro scrittore di madre croata e padre russo, Predrag Matvejevic,
giustifica così la sua appartenenza alla dalmaticità: «Ho vissuto una parte
della mia infanzia a Sebenico; Mostar, dove sono nato, è vicinissima alla
frontiera dalmata, il primo mare che ho solcato è proprio l' Adriatico
dalmata».

Magari i confini indicati da Matvejevic, anzi dal grande scrittore
croato Krleza che lui cita, non coincidono perfettamente con quelli di
Bettiza: la patria ideale dalmata si estenderebbe per lui «fino al golfo di
Fiume, o addirittura a quello di Trieste».

Identica, però, è l' avversione polemica per le «falsificazioni
storiche nazionalistiche, che vorrebbero appiattire l' identità
plurinazionale dalmata riducendola a una soltanto, e finendo col tradirla».

Il poeta e critico Tonko Maroevic interpreta così lo stesso tema:
«Nascere in una città fondata e costruita da Diocleziano, Spalato-Split, e
provenire da un' isola prescelta dall' antica immigrazione ellenica, da
Paros a Faros, l' odierna Starigrad-Hvar, lo sento come un patrimonio
prezioso della comunità alla quale appartengo, e ho il dovere di esserne
cosciente».

Nei discorsi di Ottavio Missoni, stilista nato a Ragusa e
incarnazione anche simbolica dell' «esilio permanente» da una Dalmazia che
non esiste più, si sente ritornare spesso la definizione di «costa orientale
dell' Adriatico», includendovi dunque l' Istria, mentre la costa dalmata
vera e propria inizia subito dopo Fiume, alla baia di Buccari, per arrivare
«fin quasi ai confini albanesi».

L' ideale adriatico di Missoni consiste, oltre che di storie
familiari, di emozioni: «ginestre splendenti, ciclamini selvatici, asparago
tra i rovi» per l' Istria; «donne vestite di nero, con il fazzoletto in
testa o lo scialle d' inverno, in fila o isolate, nell' orizzonte luminoso
tra mare e rocce, nelle vigne e tra ulivi e fichi», per la Dalmazia. Una
appartenenza, nel caso di Missoni, da ostentare orgogliosamente sulle vele
della barca con cui percorre l' Adriatico (bandiera dalmata con tre teste di
leoni su fondo blu), mentre Maroevic commenta così: «La misura periferica e
provinciale di questo retaggio mi rende particolarmente sensibile alle
proporzioni universali, relativizza tutte le pretese immodeste e mi fa anzi
profondamente auto-ironico».

Però non esageriamo con la modestia, potremmo aggiungere con Bettiza,
perché l' Illiria - come lui definisce spesso metaforicamente la Dalmazia
nei suoi romanzi - «fin dai tempi antichi si è svuotata per incarnarsi
altrove: ha fornito legionari e imperatori come Diocleziano ai romani,
Giustiniano ai bizantini, santi eruditi e peccaminosi come il biblista
Gerolamo ai cristiani, vescovi superbi e anti-romani alle plebi dei Balcani,
grandi viaggiatori come Marco Polo e grandi comandanti ai veneziani, ciurme
bellicose alle piraterie adriatiche, capitani di lungo corso come il padre
di Missoni agli austriaci, capi risorgimentali come Supilo e Trumbic agli
slavi, scrittori bilingui e patrioti risorgimentali agli italiani».
«E poi da qui è venuto un fior di letterati, da Tommaseo allo stesso
Bettiza», aggiunge Maroevic. Certo, il nazionalismo ha inquinato questo
luogo mitico: lo denuncia Matvejevic. «Vetrani, o Vetranovic, scrisse un
inno patetico all' Italia e io dovevo venire in Italia per conoscere questi
versi del nostro poeta, eliminati dai manuali croati. Ma d' altra parte uno
dei più grandi criminali della seconda guerra mondiale, Ante Pavelic, fu
addestrato con i suoi ustascia dalle camicie nere a Lipari, e nel 1941 i
suoi uomini furono caricati sui camion di Mussolini per andare a Zagabria a
prendere il potere.
I manuali italiani di storia questo episodio non lo menzionano».
Censure e odi antichi, insomma, danno una risonanza speciale alla
tradizionale invocazione di san Gerolamo sulla «colpa» d' essere dalmati.

Rovesciata però, ironicamente, da Maroevic: «Dio mi perdoni, sono
orgoglioso di essere dalmata».

Fertilio Dario

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