Nel documentario, che pretende di essere scientificamente esigente, Erik von Dniken esplora la questione dell'esistenza di forme di vita extraterrestre con le quali in passato il nostro mondo abbia avuto dei contatti, lasciando qualche segno per i posteri. Il film trasporta lo spettatore in un viaggio verso vari edifici ed opere d'arte antiche in tutto il mondo (tra le pi note le piramidi d'Egitto, le pitture su pietra del Sahara, le sculture in pietra dell'Isola di Pasqua, le piramidi azteche dell'America centrale e meridionale, la piana di Nazca).
Secondo le osservazioni di von Dniken nessun uomo del passato, con le tecnologie della propria epoca, avrebbe potuto realizzare in autonomia i vari oggetti, manufatti o monumenti proposti nel documentario, e quindi tali realizzazioni sono state possibili unicamente grazie ad aiuti "esterni" che disponevano evidentemente di tecnologie pi avanzate.
Il film basato sugli studi del saggista svizzero Erich von Dniken che nel 1969 aveva pubblicato il libro Gli extraterrestri torneranno basato sulla "teoria degli antichi astronauti", ipotesi pseudoscientifica che vorrebbe la Terra visitata in passato da extraterrestri. Nel volume viene riportata una serie di casistiche, racconti, oggetti e manufatti che l'autore attribuisce a visitatori extraterrestri.
La colonna sonora riscosse una certa notoriet. Venne composta dal musicista tedesco Peter Thomas, gi autore della colonna sonora del telefilm di fantascienza cult Le fantastiche avventure dell'astronave Orion (Raumpatrouille - Die phantastischen Abenteuer des Raumschiffs Orion). Venne eseguita dalla Peter-Thomas-Sound-Orchester e pubblicata dall'etichetta discografica Polydor in formato LP nel 1970 e ristampata in Stereo8 nel 1974 e CD nel 1998.
Il film fu oggetto di molte critiche provenienti soprattutto dagli ambienti scientifici, ma riscosse anche un grande successo da parte del pubblico e venne candidato all'Oscar come miglior documentario, senza per vincere alcun premio.
Il film ebbe notevole fortuna nel campo cinematografico americano e anglofono e nell'ambito russo per la partecipazione dello scrittore Aleksandr Kazancev, particolarmente popolare nell'ex Unione Sovietica.
All'uscita del film, l'Evangelischer Film-Beobachter ha affermato che "L'illustrazione cinematografica stata fatta senza alcuna interpretazione particolare, lasciando l'opinione finale allo spettatore. Un diario di viaggio che stimoler la discussione sull'argomento, una gioia soprattutto per i fan della fantascienza."[1] Sulla stessa onda anche il Lexikon des internationalen Films, che del film scrive: "Discutibile non solo dal ragionamento pseudo-scientifico, ma anche dal tentativo di manipolazione dello spettatore."
Fanta-archeologia, pseudoarcheologia o archeologia misteriosa: tre modi di indicare quella branca ufologica nata sull'onda del successo degli scritti di Erich von Dniken, poi proseguiti dall'italiano Pier Domenico Colosimo. Il documentario, mediante l'analisi di reperti archeologici insoliti ed astrusi (graffiti rupestri di fine Paleolitico che ritraggono alieni ed astronauti, proto-modellini di astronavi, linee di Nazca, Piramidi egiziane e sudamericane) vaglia l'ipotesi extraterrestre come prima causa della formazione culturale umana.
"La Terra appariva come una farinata, e il mare come una grande pozza." (Descrizione della visione del nostro Pianeta effettuata da un viaggiatore, nello spazio, in tempi non sospetti. Epopea di Gilgameš)
Ispirandosi ai controversi scritti di von Dniken, Harald Reinl realizza un suggestivo documentario, avvalendosi di enigmatiche riprese e della affascinante colonna sonora di Peter Thomas. Partendo dall'osservatorio astronomico di Monte Palomar, quindi dando una sintetica informazione sull'immensit dell'Universo e delle infinite galassie, Reinl percorre alla lettera il testo dello scrittore tedesco, supportato in seguito, nelle sue teorie, dall'italiano Colosimo. Fondamentale alla formulazione dell'ipotesi di una influenza culturale esogena appare anche la premessa del fenomeno definito "culto del cargo", manifestatosi durante la Seconda guerra mondiale allorch gli indigeni di remote isole del Pacifico -alla vista di aereoplani- fondarono una sorta di religione identificando nei piloti degli aerei delle divinit. Ecco allora che Dniken attribuisce significato tutt'altro che metaforico o allusivo a graffiti rupestri sparsi in tutto il Mondo o a testi considerati sacri, cominciando dalla Bibbia e le visioni di Ezechiele, passando per l'epopea iraqena di Gilgameš, sino ad arrivare all'India con le tavolette di Kandur e le Vimana (carri volanti) descritti con dovizia di particolari nel Mahabharata.
I misteri affrontati -non senza superficialit come nel definire un immenso aeroporto extraterrestre lo spazio peruviano delimitato dai geoglifi di Nazca- vanno dunque dalle imponenti strutture realizzate con pesantissimi blocchi di pietra finemente lavorata (la settima meraviglia del Mondo ch' la piramide di Cheope e le sue gemelle "a gradoni" americane, le strutture libanesi di Baalbek, Machu Picchu, l'Isola di Pasqua) ad artefatti definiti in gergo OOPART (acronimo dall'inglese Out Of Place Artifacts, ovvero oggetti fuori tempo e posto), tipo modellini in miniatura di aerei, astronauti e addirittura una pila ante litteram (conservata al museo di Bagdad). Non manca una veloce puntata anche dalle nostre parti, in provincia di Brescia, con riprese delle pitture rupestri della Valcamonica. Tra i reperti pi impressionanti -in grado di sollecitare enigmi davvero insolubili- le carte dell'ammiraglio turco Piri Res, redatte con una tecnica aerospaziale millenni di anni fa, e la stele tombale Maya denominata Astronauta di Palenque. Anche se oggi i temi trattati possono apparire piuttosto noti, a Reinl va riconosciuto il merito di avere affrontato (nel lontano 1970) un argomento decisamente avverso agli ambienti scientifici, ciecamente allineati alle teorie convalidate dal sistema politico/sociale che nell'unione dei poteri (accademici) supporta un atteggiamento censorio e di ingiusta chiusura sullo studio di fenomeni (pur reali) non convenzionali. La versione italiana valorizzata dai bei commenti pronunciati con voice over da Nando Gazzolo e Maria Pia Di Meo. Gli extraterrestri torneranno rimane dunque un classico, un bellissimo documentario in largo anticipo su tematiche diventate poi famose -e sfruttate spesso malamente- nel superamento del millennio.
La civilt che popolava Rapa Nui, scoperta il giorno di Pasqua del 1722 dall'esploratore olandese Jacob Roggeveen, fa ancora discutere gli studiosi a causa della sua improvvisa scomparsa, ma tutti concordano su un semplice dato di fatto: quella dei contatti alieni sempre stata una bufala.
Come tale, questa ipotesi da sempre coccolata da trasmissioni pseudo-documentaristiche come il nostrano Voyager della Rai e il famigerato Enigmi Alieni (Ancient Aliens) di History Channel, ma l'uomo che diede inizio a questo e molti altri miti pseudoarcheologici stato lo scrittore svizzero Erich von Dniken.
Un bugiardo patologicoPrivo di qualunque formazione in storia e archeologia (e in qualunque altro campo accademico) von Dniken nel 1968 pubblic il suo best-seller Gli extraterrestri torneranno? Il libro* * stato seguito nel 1970 da Noi extraterrestri, scritto mentre l'autore si trovava in carcere per truffa e appropriazione indebita ai danni degli hotel che aveva gestito negli anni precedenti. Uno psichiatra in quel processo lo defin un bugiardo patologico e in effetti si pu trarre la stessa conclusione leggendo i suoi libri sugli antichi astronauti, idea tra l'altro plagiata dal libro Il Mattino dei Maghi (1960) dei francesi Louis Pauwels and Jacques Bergier.
Nei suoi capolavori da auto-grill l'autore argomenta che i mo'ai, le iconiche statue in tufo dell'isola di Pasqua erette in onore degli antenati, sarebbero un manufatto alieno. Infatti, nella narrativa imposta da von Dniken al lettore, le antiche civilt non sarebbero state in grado di realizzare strutture complesse come le piramidi, le linee di Nazca o il complesso di Stonehenge: in tutti i casi o erano stati degli alieni, o questi ultimi avevano ispirato la realizzazione delle opere e/o fornito le tecnologie necessarie.
"Un piccolo gruppo di esseri intelligenti si arenato sull'Isola di Pasqua per un'avaria. Il gruppo arenato aveva grandi conoscenze, armi molto avanzate e conosceva un metodo per lavorare la pietra a noi sconosciuto. Gli stranieri sperarono che qualcuno li cercasse, li trovasse e li soccorresse, ma la terraferma pi vicina era distante 2.500 miglia. [...] La vita sull'isola divent noiosa e monotona, gli sconosciuti cominciarono a insegnare ai nativi le basi del linguaggio; raccontarono loro di altri mondi, stelle e soli. Forse per lasciare ai nativi una durevole memoria della loro permanenza, ma anche come segnale agli amici che li stavano cercando, gli stranieri estrassero una statua colossale dalla pietra. Poi fecero molti altri giganti di pietra che posizionarono su piedistalli di pietra sulla costa in modo che fossero visibili da lontano".
Cosa dice l'archeologiaSorvolando sull'assurdit degli alieni che ci insegnano a parlare e che sperano in un soccorso dal mare (!), a demolire questa teoria degli astronauti annoiati sono i dati dell'archeologia sperimentale. Gli studiosi, quelli veri, hanno dimostrato ampiamente che possibile scolpire il tufo e trasportare le statue realizzate fuori dalla cava dell'isola usando la tecnologia e la forza-lavoro che erano disponibili su Rapa Nui tra il 1200 e il 1500 d.C.. Nel video seguente, per esempio, poche decine di persone sono sufficienti a spostare una replica di mo'ai di cinque tonnellate, senza neanche un piccolo ufo ad aiutarli...
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