Rosamunda Testo

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Lida Rick

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Aug 5, 2024, 12:08:19 AM8/5/24
to ticbersscordus
Lamusica fu scritta dal compositore ceco Jaromr Vejvoda nel 1927, arrangiata da Eduard Ingriš e presentata col titolo Modřansk polka. Il primo testo fu scritto nel 1934 da Vclav Zeman ed il titolo mut in Škoda lsky (italiano: "Peccato dell'amore (che ho provato per te)"). La polka divenne famosa a tal punto che, nel 1938, furono venduti pi di un milione di copie dei dischi con la versione in tedesco.

Nel 1939, poco prima dello scoppio della guerra, Shapiro Bernstein compr la licenza per il mercato statunitense ed edit la canzone con il titolo Beer Barrel Polka, arrangiata da Lew Brown e Wladimir Timm con il testo e titolo inglese. Successivamente fu inserita nel repertorio di grandi musicisti come Andrews Sisters, Glenn Miller, Benny Goodman e Billie Holiday. Le Sorelle Andrews ne hanno inciso due versioni, la seconda dal titolo Here comes the navy divenne un inno non ufficiale della Marina degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale il testo americano di "Beer Barrel Polka" fece eco e nella discografia cecoslovacca entr il nuovo titolo Pojď sem s tm sudem ("Vieni qui con quel barile") basato sul titolo e testo americano.

Nel 1954 il fisarmonicista italiano-americano John Serry ha organizzato la canzone per la sextette della fisarmonica e ha registrato la canzone per RCA Records (RCA Thesaurus, 1954) [1]

In Italia possibile sentirla nel repertorio di molte orchestre di ballo liscio, con il testo in italiano scritto da Nisa. La canzone ha avuto un rilancio in Italia quando nel 1972 la cantante romana Gabriella Ferri ne incise una versione nell'album L'amore facile, non difficile, presentandola in vari programmi televisivi. L'Orchestrina Vesuvio, nel 1950, ne incide una versione strumentale. Il fisarmonicista Mario Battaini nel 1969 ne registra la versione strumentale, inserita nel 1973 nell'album 12 successi della musica da ballo con la travolgente fisarmonica di Mario Battaini (Raccolta n. 2). Lo stesso fa il fisarmonicista Gigi Stok nel 1977 nella raccolta Batticuore/Quattro soldi di liscio (Cetra, DPU 67). Nel 1983 Cesare Vaia e Polkadisco la eseguono nell'album Italian disco boys (New Eco, NELP 204). Nel 2016 Daniel Sax e Salvatore Amato la eseguono nell'album Dance party[2].


Va, inoltre, ricordato l'uso di questo motivetto nei lager nazisti in precisi momenti della giornata, soprattutto a Auschwitz. Ad esempio, al suono di questa allegra marcetta i detenuti del campo di concentramento venivano condotti ogni mattina a centinaia per volta - e rigorosamente in fila - per essere uccisi e poi bruciati[3].


Ci sono marce, marcette, rebetici. E sono i tempi binari, quelli che hanno bisogno di due stampelle per avanzare... e poi quelli ternari, da brindisi, da giro di vals, un due e tre! Quelli spezzati, gessati, sorpassati... e ancora treni e ferrovie, il vecchio West deragliato dietro le retrovie d'Oriente, la rotta greca, e canzoni di guerra, geografiche, patafisiche, e canti di mariachi tzigani, serenate, tranvai, rose e ombrelli.

Tutto perfettamente ballabile. Provate!

(Dalle note di accompagnamento all'album)Un colpo di cannone futurista a squarciare l'ultimo Capodanno del Novecento. Un'abbuffata secolare. "Canzoni a manovella" una di quelle opere che riescono a cogliere l'attimo e a cristallizzarlo per sempre. L'attimo in cui, come un moribondo, il Novecento riavvolge l'intero nastro del suo film prima che il sipario cali, portandosi via il suo campionario di personaggi, epoche, invenzioni, tradizioni e stili culturali. E, dietro le quinte, lui, il palombaro-Capossela, immerso nel suo scafandro a caricare la manovella di questa macchina del tempo che confonde passato e futuro in un'epopea da "Ventimila leghe sotto i mari". Paradossale, per uno che voleva diventare solo un "cantante confidenziale", un crooner da piano bar, qual era, del resto, l'emigrante Vinicio che girava su un furgone Volkswagen e si esibiva nei club emiliani alla fine degli anni 80. Ma come era stato possibile che il cantore intimista di "Una giornata senza pretese" potesse, d'un tratto, ergersi a regista di questo spettacolare e ipertrofico kolossal di fine secolo?



Forse tutto era cominciato con la sbornia del "Liveinvolvo", quando i netturbini pensarono di sognare vedendo uscire, nel cuore della notte, un corteo strombazzante con alla testa un cantante in colbacco. Una colossale sbronza musicale dal vivo, in compagnia dei mariachi gitani della Kočani Orkestar. Certo, c'erano gi stati la vampa di Tom Waits a infiammare balli di San Vito e altri deliri, le pantomime paesane, i corvi torvi e le contrade Chiavicone. Ma dal "Liveinvolvo" in poi che Capossela sposta definitivamente la barra verso l'etnomusicologia bulimica. "Coliche di immaginazione", le definir lui, baciato da uno stato di grazia che qui anche interpretativo, vista l'ampiezza di una gamma vocale (dal sussurro al rantolo waitsiano fino al canto squarciapolmoni) raramente riproposta in seguito.

Alle "Canzoni a manovella" l'ex-Vic Damone giunge dopo un lungo girovagare in un piccolo mondo antico, che spazia dal Sud del Mediterraneo all'Est dell'Europa, dalla Macedonia di Milcho Manchevski (il regista di "Prima della pioggia") alla favolosa Istanbul, dai rebetici di Salonicco alle polke di Varsavia. Ma a far scoccare la scintilla anche la lettura dei romanzi di Ferdinand Cline che, con il loro spaccato desolante e iperbolico della condizione umana, trascinano Capossela in quello zeitgeist oscuro di un'Europa lacerata dalle guerre, ma pervasa da un febbricitante anelito pionieristico. "Canzoni a manovella" diventa cos "un omaggio ai pionieri aerostatici, ai temerari e in generale a tutti quelli che hanno avuto il coraggio di buttarsi". Proprio come l'ineffabile Courtial des Pereires, che in "Morte a credito" s'inventa un pallone aerostatico di nome Zelante; oppure Bardam, il medico protagonista di "Viaggio al termine della notte", cui dedicata l'omonima, splendida ballata con piano a rullo, archi, grancassa e il fatidico coup de canon finale, a evocare l'inizio di una nuova era, tra slanci futuristi e ballerine in tut: "La notte passata e le nuvole/ gonfiano schiuma di Baltico e cenere". "Non sono pi la stessa persona da quando l'ho scritta", giurer Vinicio.

A un altro temerario della letteratura, Alfred Jarry, padre del ciclo di Ubu e della patafisica (la scienza delle soluzioni immaginarie), invece dedicata l'inquietante marcia del "Decervellamento", inno alla gogna meccanica del perfido Ubu, ripreso dalla versione scritta per Paolo Rossi (in "Hammamet ed altre storie") con un arrangiamento straniante alla Brecht-Weill che stravolge l'originario valzer musette.

Ma il Novecento, si diceva, anche secolo di guerre e di tragedie, come quella degli ebrei deportati ad Auschwitz, testimoniata da "Se questo un uomo" di Primo Levi. Uno spettro che squarcia il clima apparentemente festoso di "Suona Rosamunda": "Si bruci il circo e si bruci il ballo, e le divise ubriache d'amor, le marionette marciano strette dentro la notte tornan per noi". Il celebre motivetto "Rosamunda" - rielaborato dalla "Modranska Polka" del cecoslovacco Jaromir Vejvoda - si tramuta cos nella tortura inflitta alla protagonista, prigioniera degli aguzzini nazisti e costretta a suonare e danzare in quella giostra degli orrori. Un brano che profuma di spezie yiddish, grazie al contributo dell'ebreo newyorkese Marc Ribot alla chitarra e al violino suonato da Edoardo De Angelis.



Gi nel titolo del disco insita l'idea di qualcosa di meccanico: in principio era la Manovella, l'innescamotore, ma anche la necessaria carica di aggeggi ambulanti che bruciano l'aria di melodie familiari. Le canzoni si riempiono cos di bottigliofoni, fisarmoniche giocattolo, grancasse sinfoniche, piani chiodati a rullo, trombe a grammofono, onde martenot, violini a tromba, sberleffi timbrici tra il circo e l'osteria. Ed ecco, allora, irrompere sul tappeto volante il pi cialtronesco dei "Maraj", per un pandemonio balcanico in cui le "Mille e una notte" si trasformano in un film rocambolesco di Emir Kusturica ("Si scompiscia si sganascia si oscureggia il Maraj/ raglia tutta la marmaglia quando raglia il Maraja/ sguaian forte i commensali/ versan gli otri ed i boccali"). Riferimento non casuale quello a Kusturica, perch il Maraj ispirato ad Ahmed, l'uomo nero de "Il tempo dei Gitani", oltre che all'improbabile proprietario di una discoteca conosciuto da Vinicio ai tempi della gavetta. L'effetto balcanico garantito anche dal cymbalon e dal violino tzigano di Fabrice Martinez, romeno trapiantato in Francia.

Il circo una delle attrazioni fatali di Capossela, affascinato dalla maschera imbrattata di cerone dei "Pagliacci", improbabili domatori di pulci costretti a far ridere gli altri e incapaci di esser normali ("di creta mi pare il cerone, s'appiccica al volto il mal del buffone, ridere vorrei stasera, ridere vorrei per me"). Come Calvero, il personaggio di "Luci della ribalta": del resto, il feeling con l'universo chapliniano era gi stato suggellato un anno prima con la sonorizzazione di "Tempi moderni" ad opera dello stesso Capossela, che qui inscena una pantomima in condotta da un piano saltellante e da un harmonium a pompa.



Il piglio circense non scompare neanche negli episodi pi cupi, riletti sempre attraverso uno humor caustico. Come nella delirante funeral song della "Marcia del camposanto", ode alla superstizione religiosa del Sud, affollata di un'inquietante umanit (i becchini, il sagrestano, la materdomina, la mammanonna, l'arciprete, la marescialla zoppa di guerra) e di una non meno sinistra compagnia di uccelli e animali notturni: dalla "cinciallegra affranta" alla "cornacchia che gracchia alla macchia", fino alla malogna, una delle famigerate bestie della Cupa la cui "lagna" si spera non porti pi "scalogna". E non mancano naturalmente i due zecchini d'oro da apporre sugli occhi del defunto, "gonfio di birra, seduto in trono, al passo lento del perdono". Un irresistibile antipasto noir, insomma, per il futuro Paese dei Coppoloni, condito dagli ottoni inconfondibili di Roy Paci.

Lo spirito irridente marchia anche la prima infatuazione rebetika del "Contratto per Karelias". Un idillio, quello con il "blues dei greci", cui Capossela dedicher un album intero ("Rebetiko Gymnastas", 2012) e che qui si strugge nei fumi malinconici delle sigarette George Karelias and Sons prodotte a Kalamata, per una storia d'amor perduto adattata da una canzone del re del Pireo Markos Vamvakarias, con un altro testo formidabile, pieno di assonanze e immagini graffianti ("Sulla pelle ti ho tatuata/ come un crotalo per farmi ricordar/ dell'aspide nel cuore").

Ma i Balcani sono anche terra di guerre, come quella che insanguina il Kosovo: Capossela la coglie attraverso un particolare, un treno nero che sfreccia tra le bombe, come quel soldato in fuga verso un'alba impossibile e una sposa dal velo squarciato che non torner (l'angosciosa "Corre il soldato", tutta giocata sul dialogo tra i soliti ottoni, l'assolo di Giancarlo Bianchetti alla chitarra e il banjo di Ribot).



La filastrocca marinata della title track segna invece il primo tuffo in quell'universo lessicale salmastro che diventer un leit-motiv del Capossela a venire, con una serie di rime fulminanti: "Il tempo un alambicco/ che piano piano ci cola a picco", "dal fondo di uno scoglio/ nero di seppia come il petrolio", "un lampo brill a squame/ nell'abisso di verderame", "un'eco scosse la chiglia/ della ciurma nella bottiglia", "si butta il palombaro/ con la sua tuta da calamaro", "tutt'intorno si fan la scrima/ con le foche da brillantina". Ma marinati sono anche i suoni, dalla "chitarra sirena" di Ribot, amplificata dall'e-bow, al fragore delle bottiglie usate come percussioni, dagli ottoni fatti ripassare in un tubo per ottenere un effetto subacqueo al sonar e agli altri effetti da sommergibile. E nella ciurma dei cori finali spunta finanche Manuel Agnelli degli Afterhours.



Poi, c' l'immancabile capitolo delle ballate. La malia gitana del tango "Solo mia" nasce da un adattamento della macedone "Bilo cija" della Kočani Orkestar. Il valzer fiabesco dei "Pianoforti di Lubecca", allestito insieme a Pascal Comelade per piano, toy piano e rullo di Edison, si arricchisce del canto della soprano giapponese Mayumi Torikoshi, per raccontare l'incanto dei vecchi pianoforti abbandonati in una fabbrica di polvere da sparo, che una sera iniziano a parlare e a suonare vecchi notturni demod. La serenata bluesy di "Signora luna" scaraventa le suggestioni leopardiane in un western metafisico alla "Dead Man", grazie alle chitarre spettrali di Ribot e al contrabbasso ossessivo di Ares Tavolazzi. Il valzer zuppo di malinconia e di archi di "Nella pioggia" un'ode all'amatissima Milano, la citt "zucchero e catrame", per dirla con Dalla, che "brilla di ferro e binari", con il viavai incessante dei suoi tram e dei suoi treni ("che partono ogni ora, ma non partiamo noi") e le insegne che "dipingono amanti dai vetri rigati al vapore".

La conclusiva "Resto qua" invece l'istantanea da groppo in gola della fine di uno spettacolo, quando il pubblico va via e l'artista viene sbalzato in un attimo dal calore degli applausi al vuoto gelido della solitudine, mentre "il sipario resta": un commiato struggente, tra archi filtrati da un vecchio grammofono, suoni di giostra e fuochi d'artificio. Infine, la struggente rumba anni 50 di "Con una rosa" (ispirata da "L'usignolo e la rosa di Oscar Wilde") in realt un'outtake: non era una canzone a manovella, ma Capossela la aggiunge ugualmente in scaletta, rapito dalla sua grandeur melodica, che scivola maestosa tra congas, archi e chitarre jazzate.



Vinicio Capossela guarda il mondo da un obl (vedasi copertina) e ne restituisce un'immagine di straripante creativit felliniana, assistito da una pattuglia di musicisti di lusso e dalla regia sapiente di Tommaso Vittorini, orchestratore e arrangiatore dell'album, che racconter anche tutti i travagli della sua gestazione, dalle stravaganze dell'autore (ad esempio, l'idiosincrasia per la batteria, rimpiazzata con tubi di ferro abbandonati nello studio di registrazione) al lungo lavoro di ricerca (incluse le visite al Museo Marini di Ravenna, dove erano raccolti tanti curiosi strumenti musicali, usati in parte nelle canzoni). Un album monumentale e certamente non facile, ma fabbricato con mezzi espressivi pi leggeri dell'aria. Ambizioso, s, ma mai pretenzioso.

il grimaldello con cui Capossela scardina le ultime resistenze di una critica che da qui in poi inizier a venerarlo quasi incondizionatamente. E all'obiezione che lo perseguiter forse per sempre, lasciamo che sia lui stesso a rispondere: "Ho esagerato? S, certamente vero. Ma la vita non esagera, forse?".



P.S. E se esagerata parsa anche questa recensione, invochiamo la stessa attenuante.



Un ringraziamento a Laura Rizzo per la mole di informazioni messa a disposizione nel libro "Canzoni a manovella - Vinicio Capossela" (Arcana, 2015).

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