Calcio e basket: perché i campioni sbagliano i tiri decisivi?
Sotto pressione, anche i campioni possono sbagliare: è colpa della tensione che interrompe
l'automatismo dei movimenti, facendoli pensare come dei principianti.
3 aprile 2026 - Chiara Guzzonato
Anche gli atleti migliori sbagliano: pensiamo al famoso rigore mancato dal nostro Roberto Baggio
costatoci il titolo di campioni ai mondiali del '94, o ai quattro tiri liberi falliti da Nick
Anderson in gara 1 delle finali NBA del '95. Si tratta probabilmente di tiri provati migliaia di
volte e, nella maggior parte dei casi, riusciti. Cosa prende allora il sopravvento in questi
momenti? Se l'è domandato un team della Mississippi State University, arrivando alla conclusione che
a metterci lo zampino sia la pressione, che de-automatizza i movimenti dei giocatori. In poche
parole: pensano troppo.
LO STUDIO. I ricercatori hanno monitorato simultaneamente i movimenti del corpo e l'attività
cerebrale di giocatori di basket principianti e intermedi per 50 tiri ciascuno. Hanno analizzato la
meccanica di questi movimenti e registrato i segnali neurali che li regolavano.
Nei tiri finiti a canestro, i giocatori mostravano schemi motori più stabili e coordinati, con i
piedi ben piantati a terra, le articolazioni sincronizzate e meno variabilità nei movimenti di polso
e gomito. inoltre, l'attività cerebrale era più costante e "sintonizzata" sul compito. Al contrario,
nei tiri mancati il corpo continuava a correggersi durante l'esecuzione e il cervello appariva
impegnato a valutare e aggiustare i movimenti in tempo reale.
NON BISOGNA PENSARE TROPPO! Gli atleti d'élite, a differenza di quelli che vivono di solo talento,
non pensano a ogni movimento, ma "vanno in automatico" affidandosi a gesti affinati attraverso
migliaia di ripetizioni. Così facendo, la variabilità si riduce e il cervello lavora in modo sempre
più efficiente. E qui arriva il problema: sotto pressione, durante una gara importante, quella
stabilità può sgretolarsi: l'atleta torna a pensare troppo, monitorando e correggendo consciamente i
propri movimenti come faceva da principiante. Questo ritorno al controllo interrompe l'automatismo
costruito negli anni di allenamento, aumenta la variabilità e peggiora la prestazione.
«Se gli atleti imparano a riconoscere come il loro cervello e il loro corpo reagiscano sotto
pressione e si allenano a tornare in uno stato più stabile, potrebbero trovare la strada verso una
prestazione più costante», spiega David Van den Heever, uno degli autori. L'obiettivo, conclude
l'esperto, non è solo imparare il movimento corretto, ma anche capire quando smettere di
controllarlo.
https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00222895.2025.2532478
https://bit.ly/3PPFy7B
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