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unread,Feb 7, 2026, 4:54:44 AM (13 days ago) Feb 7Sign in to reply to author
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L'io e l'infinito
(Estratto da "Il dolore senza nome")
di Virginia Salles
Un’antica leggenda indù racconta di quando tutti gli uomini erano dèi.
Questi però abusarono tanto della loro divinità che Brahma decise di
privarli del potere divino e di nasconderlo in un posto dove fosse
impossibile trovarlo.
Fu così che il Signore degli dèi, riunitosi a consiglio con le divinità
minori disse: ”Ecco ciò che faremo della divinità dell’uomo, la
nasconderemo nel suo Io più profondo e segreto, perché è il solo posto
dove non gli verrà in mente di cercarla”. A partire da quel tempo,
conclude la leggenda, “l’uomo ha fatto il periplo della terra, ha
scavato, esplorato, scalato montagne e si è immerso nei mari alla
ricerca di qualcosa che si trova dentro di lui”.
I grandi sistemi spirituali sostengono che tale stato di “amnesia
cosmica” abbia inizio prima ancora della nascita. La separazione dalla
nostra natura divina, dal nostro “Sé profondo” secondo queste antiche
tradizioni è la nostra ferita esistenziale, il nostro “peccato
originale” che va lentamente trasformandosi in un dolore senza nome, una
sete insaziabile di infinito, un anelito verso un’esperienza non ben
definita di unità e di libertà.
Jung in molti suoi scritti descrive questo profondo desiderio che ci
travaglia e vede in questa sete di totalità l’elemento propulsivo del
processo di individuazione, la forza dinamica che tende a unire l’Io e
l’inconscio.
Durante gli stati non ordinari di coscienza provocati con vari mezzi tra
i quali la respirazione olotropica, alcune persone rivivono la propria
nascita, la lotta nel canale del parto oppure lo stato intrauterino che
viene descritto come “un’esperienza di beatitudine oceanica”, un momento
di benessere, libertà ed espansione. Altri riescono persino a mettersi
in connessione con ciò che viene chiamato “memoria cellulare del
concepimento” e descrivono una particolare, intensa emozione: il
profondo e diffuso dolore che si prova nel prendere forma umana. Il
momento del concepimento viene vissuto come la perdita della libertà e
unità originari e il dolore di essere “incarnati”, intrappolati in un
corpo individuale e materiale.
Secondo quanto emerge da questi vissuti l’attraversamento del canale del
parto accresce sempre di più il senso di delimitazione e confinamento in
una dimensIone corporea. La nascita è quindi un passaggIo, un “portale”
che dalla dimensione spirituale (transpersonale) si apre sul mondo
materiale (personale).
- Ricercatori spirituali -
Questa sete dell'anima per la totalità di cui parla Jung, quest'immensa
nostalgia per qualcosa che non ha nome descritta dalle varie tradizioni
spirituali è un impulso a ri-conoscere la nostra vera identità.
La santa indiana Mirabai si esprime con queste parole: "Il mio corpo
soffre, il mio respiro brucia. Vieni (O Signore) ed estingui il fuoco
della separazione". Quest’impulso può assumere le più svariate forme: da
un diffuso "mal di vivere" e dalla perdita del senso della vita fino a
una sua estrema manifestazione: la dipendenza da alcol, droghe, cibo,
relazIoni, gioco d’azzardo, brama di potere.
Spesso chi sperimenta per la prima volta la sostanza o l‘oggetto della
propria dipendenza, descrive quest’incontro come un "colpo di fulmine",
un incontro con tutto ciò che avevano sempre cercato: “sono finalmente a
casa“. A volte questo primo momento viene vissuto come un‘esperienza
pseudomistica, un "barlume di assoluto", un'espansione infinita fino
all‘identificazione con l‘intero universo.
Secondo quanto afferma William James nel suo libro Le varietà
dell'esperienza religiosa: "La sobrietà sminuisce, discrimina e dice no,
l‘ebbrezza espande, unisce e dice sì".
Christina Grof, nel suo libro Guarire della dipendenza, definisce
alcolisti e tossicomani "ricercatori spirituali" e analizza alcune tappe
della terapia "I dodici passi" utilizzata dagli Alcolisti Anonimi nella
cura della dipendenza da alcol, percorso da lei stessa intrapreso.
Christina Grof traccia un parallelo tra le tappe principali della
"guarigione" e i momenti fondamentali dei percorsi spirituali cosi come
sono descritti dalle diverse tradizioni. Queste sono alcune parole del
suo racconto autobiografico:
"In quei momenti ho intravisto i bagliori di uno stato di completezza in
cui ciascun filo della mia esperienza sembrava improvvisamente
congiungersi agli altri: tutto allora pareva andare a posto, ogni cosa
acquistava significato. Ho trovato ciò che cercavo anche nell'oblio
delizioso dell'alcol: i miei confini sparivano, la sofferenza svaniva e
pensavo di essere libera. Finche l'alcol mi si rivoltò contro".
Il programma terapeutico dei Dodici Passi utilizzato dagli Alcolisti
Anonimi riconosce dietro la brama dell'alcol questa aspirazione alla
trascendenza. Il programma definisce "malattia dell'anima" l'esperienza
di chi è afflitto da qualche dipendenza e "bancarotta spirituale" quel
momento in cui si tocca il fondo del proprio comportamento distruttivo e
autodistruttivo.
Nella sua famosa lettera inviata il 30 gennaio 1961 a William G. Wilson,
conosciuto come Bill Wilson, l’ideatore del "Programma dei Dodici
Passi", Jung scriveva: “In latino alcol si dice "spiritus". La stessa
parola, dunque, viene usata per la più elevata esperienza religiosa e
per il più corruttore dei veleni. Una formula utile quindi è: Spiritus
contra spiritum”. La proposta di Jung, il percorso spirituale come
antidoto alla devastazione dell’alcol, può essere applicata anche ad
altre forme di dipendenza: droghe, relazioni, cibo, potere ecc.
tratto da lista Sadhana