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unread,Jun 5, 2026, 2:29:42 AM (8 days ago) Jun 5Sign in to reply to author
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Il monaco buddista
di Hermann Keyserling
[...] il monaco buddista mi ha sorpreso per l'altezza del suo livello, non tanto intellettuale
quanto umano. Il suo tipo e' superiore a quello del cristiano: lo caratterizzano una mitezza, una
comprensione universale, una benevolenza, uno stare al di sopra delle cose che nemmeno il piu'
prevenuto oserebbe identificare con gli elementi che caratterizzano il prete cristiano. Cio' dipende
senz'altro dal perfetto sentimento di disinteresse che il buddismo infonde nei suoi seguaci. In
termini astratti, puo' apparire senza dubbio piu' bello vivere per gli altri anziche' per se stessi,
eppure, per come sono attualmente gli uomini, l'amore attivo per il prossimo rende non gia' piu'
ampi, ma piu' ristretti, giacche' soltanto in casi eccezionali la carita' non degenera in invadenza
e in avidita' di dominio.
Come sono privi di tatto tutti colori che insistono nel voler migliorare l'uomo! e come sono ottusi
tutti i missionari! Per quanto generosi si possa essere, e per quanto la fede in cui ci si riconosce
possa essere la piu' universale del mondo, il semplice fatto di voler convertire qualcuno rende
limitati, poiche' in termini psicologici cio' significa sempre solo imporre la propria opinione a un
altro. Chi lo fa e' ipso facto ottuso, e chi lo fa durevolmente, professionalmente, lo diviene di
giorno in giorno sempre di piu'. E' per questo che nei tratti tipici del prete cristiano,
soprattutto protestante, rientrano la grettezza, l'aggressivita', l'avidita' di dominio, l'assenza
di tatto e l'incomprensione.
Viceversa, una religione che, come il buddismo, stabilisce che l'unico motivo dell'esistenza e' la
cura della propria salvezza individuale, non puo' produrre risultati simili. Ovviamente, si ha
l'impressione che al loro posto esso dovrebbe infondere il piu' crasso egoismo, ma cio' nel buddismo
non accade per due ragioni: in primo luogo, perche' per esso la salvezza personale non significa la
beatitudine eterna dell'individuo, bensi' la liberazione dai limiti dell'individualita', sicche'
qualsiasi desiderio egoistico e' solo un fraintendimento; in secondo luogo, perche' il buddista
considera la benevolenza e la compassione come virtu' il cui esercizio favorisce e accelera piu' che
mai la liberazione dal proprio se'.
Ed e' proprio dalla cooperazione fra gli ideali del disinteresse e dell'amore per il prossimo che e'
scaturito quel particolare stato d'animo che rende il buddismo superiore a tutte le religioni, vale
a dire la carita' specificamente buddista. Mentre nel senso cristiano carita' significa *voler fare
il bene*, in quello buddista significa *far valere ciascuno al suo livello*, e cio' non nel senso di
rimanere indifferenti di fronte allo stato in cui un altro si trova, ma in quello della calorosa
comprensione di cio' che ogni stato ha di positivo. Secondo una concezione indiana universalmente
diffusa, ogni singolo individuo occupa esattamente il livello a cui appartiene e su cui e' salito o
disceso in virtu' dei suoi meriti specifici. Ogni stadio e' insomma intimamente giustificato.
Sarebbe senza dubbio auspicabile che ciascuno giungesse al livello piu' alto, sennonche' la via per
giungere a tal punto non conosce salti, ma solo un'ascesa lenta e graduale, sicche' ogni singolo
livello possiede la sua particolare idealita'.
Mentre quindi il cristianesimo, finche' fu animato da una tensione ascetica, disprezzava la vita
mondana rispetto a quella monastica, e avrebbe senz'altro preferito chiudere in convento l'intera
umanita', il buddismo - la cui predisposizione e' in linea di principio ancora piu' ostile al mondo
di quella del cristianesimo originario, che sosteneva espressamente la supremazia dello stato
monastico - e' purtuttavia ben lontano dal condannare cio' che sta in basso per amore di cio' che
sta in alto, dal momento che ogni stato e' necessario, e dunque buono. Il fiore non confuta la
foglia, cosi' come quest'ultima non confuta lo stelo e la radice. Voler bene agli uomini non
significa voler trasformare forzatamente tutte le foglie in fiori, ma farle valere come foglie e
comprenderle con amore.
Questa carita' meravigliosamente superiore si esprime in tutti i volti (che per il resto possono
essere anche insignificanti) dei monaci buddisti. Adesso non mi stupisco piu' della venerazione
senza pari di cui il monaco buddista gode fra il popolo, anche se a prima vista sembra davvero
paradossale che l'uomo piu' disinteressato debba godere di maggiore venerazione di colui che e'
attivamente impegnato per il benessere dei propri simili. Ma non avviene forse ovunque cosi'? L'uomo
non vuole porsi sotto la tutela di nessuno, sicche' chi vuole convincere gli altri incontra
necessariamente molte piu' difficolta' di chi, senza intenzioni e senza secondi fini, fa cio' che
gli sembra giusto per la sua persona. Entro i presupposti buddisti, la vita pura, priva di
intenzioni ed egoismi, condotta dal bhikkhu e' la vita suprema che un uomo puo' condurre sulla
terra, sicche' chi serve i monaci serve il proprio ideale.
[Tratto da _Diario di viaggio di un filosofo - India_ di Hermann Keyserling (1880 - 1946)] --