Addio zone d'ombra: ora gli ultrasuoni possono "illuminare" l'interno del nostro corpo

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Apr 26, 2026, 4:48:35 AM (3 days ago) Apr 26
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Addio zone d'ombra: ora gli ultrasuoni possono "illuminare" l'interno del nostro corpo

Una tecnica rivoluzionaria usa le onde sonore per generare luce in profondità nei tessuti umani: una
scoperta che potrebbe cambiare la diagnosi e la chirurgia di precisione.

26 aprile 2026 - Elisabetta Intini

Gli ultrasuoni sono ampiamente usati nella diagnostica per immagini (ecografie). In futuro
potrebbero attivare "punti luminosi" all'interno dei tessuti.

Una tecnica che sfrutta ultrasuoni e nanomateriali per generare emissioni luminose all'interno del
corpo potrebbe un giorno essere utilizzata come base per terapie mediche non invasive, che sfruttino
la luce per ridurre le infiammazioni, stimolare la crescita cellulare, attivare neuroni o uccidere
patogeni. Un gruppo di scienziati dell'Università di Stanford ha usato gli ultrasuoni per eccitare
nanostrutture iniettate nella circolazione sanguigna di topi e far emettere in risposta punti di
luce.

Grazie alla tecnica, descritta su Nature Materials, non solo è stato possibile produrre emissioni
luminose non invasive nel cervello, nella colonna vertebrale, nell'intestino e nei muscoli degli
animali; gli scienziati sono anche riusciti a stimolare diversi gruppi di neuroni nel cervello degli
animali e modificare alcuni loro comportamenti.

Nanoparticelle in circolo

Gli ultrasuoni penetrano più in profondità nel corpo umano rispetto alla luce. Gli autori dello
studio li hanno quindi usati per colpire in modo focalizzato nanomateriali ceramici, nanostrutture
normalmente utilizzate nel settore industriale rivestite con un involucro biocompatibile e iniettate
nei vasi sanguigni di alcuni topi. Questo tipo di materiale è stato scelto perché emette luce in
risposta a sollecitazioni meccaniche, come quelle imprimibili dagli ultrasuoni.

L'obiettivo era far arrivare le nanoparticelle ovunque nei tessuti attraverso il sistema vascolare,
e sfruttare questo stesso sistema per diffondere la luce nel corpo dei topi. Le nanoparticelle sono
rimaste scure finché non sono state colpite dalle onde ultrasoniche. A quel punto, però, in risposta
all'"urto" degli ultrasuoni, le particelle hanno generato tanti punti luminosi nei tessuti in cui si
trovavano, e permesso di effettuare una scansione "in movimento" del corpo dei topi mano a mano che
il punto focale degli ultrasuoni si spostava.

Tanti possibili utilizzi

Con gli ultrasuoni è stato anche possibile manipolare l'attività cellulare all'interno del cervello
dei topi. Applicando sulla testa dei topi una piccola cuffia che emetteva ultrasuoni, gli scienziati
hanno generato luce in diverse aree cerebrali dei roditori, arrivando a stimolare diversi gruppi di
neuroni e modificando il comportamento dei topi: a seconda dei neuroni stimolati, il topo girava a
sinistra o a destra.

Questo è solo uno dei possibili utilizzi della tecnica, che si presta a diversi sviluppi a seconda
della lunghezza d'onda utilizzata. Per eccitare i neuroni è stata sfruttata una luce blu con una
lunghezza d'onda di 490 nanometri, dello stesso intervallo di quelle usate nelle terapie
fotodinamiche anticancro (utili, per esempio, contro alcuni tumori cutanei). Ma cambiando il tipo di
luce usata o il nanomateriale da prendere come bersaglio si potrebbero ottenere risultati diversi.

Gli autori dello studio stanno per esempio testando un materiale che emette luce ultravioletta per
neutralizzare batteri e virus. La luce potrebbe anche essere usata per attivare o disattivare "a
comando" strumenti di editing genetico nei tempi o nelle aree desiderate, minimizzando il rischio di
mutazioni off-target, indesiderate.

Nanoparticelle: come smaltirle?

Prima di pensare di testare questo genere di strumento nel corpo umano bisognerà però capire se i
nanomateriali usati siano davvero compatibili con il nostro organismo: anche se nei topi non hanno,
apparentemente, provocato eventi avversi, gli scienziati hanno visto che potrebbero accumularsi in
organi come il fegato. L'ideale sarebbe sviluppare nanoparticelle che, una volta portato a termine
il loro lavoro, si degradino.

https://www.nature.com/articles/s41563-026-02556-z

da focus.it


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