Stare insieme è un anti-stress, studio svela i benefici dello 'scudo sociale'

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Stare insieme è un anti-stress, studio svela i benefici dello 'scudo sociale'

Ricerca UniPd dimostra che la vicinanza di qualcuno, anche sconosciuto, riduce lo stato di allerta
del cervello

17 febbraio 2026 | 00.11
Redazione Adnkronos

Lo stress va gestito in compagnia. Poco importa con chi, se è il partner, una persona amica o uno
sconosciuto: in una situazione stressante il semplice fatto di non essere soli, di avere accanto
qualcuno, riduce lo stato di allerta del sistema nervoso. In poche parole, allenta la tensione. Uno
studio pubblicato su 'Psychophysiology' da scienziati dei dipartimenti di Psicologia dello sviluppo
e della socializzazione e di Psicologia generale dell'università di Padova, in collaborazione con la
Wake Forest University statunitense, spiega perché stare insieme è un anti-stress. Se le ricerche
epidemiologiche in ambito psicologico e medico suggeriscono che il supporto sociale è associato a un
migliore stato di salute fisica e mentale e a una maggiore longevità, il nuovo lavoro svela i
meccanismi e i benefici dello 'scudo sociale' sul cervello.

Il team padovano - riporta UniPd in una nota - ha monitorato un riflesso primordiale, il
trasalimento, quando si affronta una situazione stressante da soli oppure in compagnia. Il
trasalimento è la rapida contrazione muscolare che segue un rumore improvviso: è una risposta
automatica e in una condizione di minaccia questo riflesso viene modulato dal cervello per
'prepararci all'azione'. Se ci sentiamo in pericolo, il sistema si 'accende' o si 'spegne' a seconda
delle strategie difensive più adatte. Ma cambia qualcosa se si è soli o in compagnia? Il campione
preso in esame era di 70 partecipanti dello stesso sesso (donne), per minimizzare gli effetti delle
differenze di genere nella reattività affettiva. I soggetti, divisi in 3 gruppi, sono stati
sottoposti al Trier Social Stress Test (Tsst), un protocollo standardizzato che induce stress
attraverso la simulazione di un colloquio di lavoro svolto davanti a una commissione di valutazione.
Un primo gruppo svolgeva la prova da solo, un secondo con accanto il partner e il terzo con vicino
una persona sconosciuta. Durante il test i ricercatori hanno misurato il 'grado di allerta' dei
partecipanti attraverso il riflesso di trasalimento (startle reflex), che cresce sempre di più
quando il nostro organismo percepisce l'ambiente circostante come minaccioso.

Dallo studio emerge che, in una situazione di stress, quando si è soli ad affrontarla il cervello è
più in allerta rispetto a quando lo stesso contesto critico viene gestito insieme a qualcun altro:
il riflesso di trasalimento aumentava in chi era da solo nello svolgimento del compito, con una
soglia significativamente più alta rispetto a chi era in compagnia. L'aspetto interessante -
sottolineano gli autori - è che questo effetto di scudo sociale non era limitato solo a chi era
accompagnato al test dal partner, ma anche da chi lo faceva alla presenza di uno sconosciuto. La
presenza di un altro si è rivelata efficace nel produrre una protezione sulla reattività del sistema
nervoso delle partecipanti: un 'regolatore fisiologico' capace di ridurre l'allerta del sistema
nervoso durante situazioni di stress acuto.

"I nostri dati - spiega Antonio Maffei del Dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della
socializzazione dell'università di Padova, primo autore del lavoro - supportano la Social Baseline
Theory, una recente teoria che suggerisce che il cervello umano sia ottimizzato per lavorare al
meglio quando siamo insieme ad altre persone e non in isolamento, soprattutto quando si tratta di
affrontare situazioni stressanti Quando siamo soli il sistema nervoso deve farsi carico interamente
di monitorare l'ambiente per prevenire eventuali pericoli, un'attività che richiede una maggiore
quantità di risorse sia cognitive che metaboliche. La semplice presenza fisica di un altro individuo
agisce come un segnale di sicurezza che permette al cervello di ottimizzare questo investimento di
risorse, regolando la risposta da stress in modo più efficiente, e agisce quindi come un regolatore
fisiologico capace di ridurre l'allerta del sistema nervoso durante situazioni di stress acuto".

Questi risultati - conclude la nota - mostrano come l'ambiente sociale modelli la nostra reazione
psicofisiologica alle situazioni stressanti. Inoltre, la ricerca pone le basi per futuri studi volti
a comprendere il ruolo che le differenze individuali svolgono nel potenziare questi effetti.
L'obiettivo ultimo è comprendere come sfruttare al massimo l'enorme potenziale che le relazioni
hanno nel migliorare la nostra salute e il nostro benessere.




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