Il Tibet, un paese invaso e distrutto come la Palestina

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Jun 11, 2026, 3:56:02 AM (yesterday) Jun 11
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Il Tibet, un paese invaso e distrutto come la Palestina

Il Tibet prima dell'invasione comunista era una sorta di paradiso terrestre, con un sistema sociale
ed economico millenario che assicurava la libertà ed il benessere a tutta la popolazione. Venne
invaso e distrutto dai comunisti cinesi nello stesso periodo della fondazione d'Israele che causò
analoghe distruzioni alla Palestina.

A cura dell'associazione Italia - Tibet http://www.padmanet.com/ait/


INTRODUZIONE

Per quasi duemila anni il Tibet, composto dalle tre regioni amministrative denominate Kham, Amdo e
U-Tsang, è esistito come una nazione sovrana. La Cina comunista, che ha invaso e occupato il paese
nel 1949, considera invece ai nostri giorni come "Tibet" la cosiddetta "Regione Autonoma Tibetana"
(TAR), creata nel 1965 e comprendente, in larga parte, quella che per secoli è stata la regione
dello U-Tsang.

Il Tibet, comunemente conosciuto come "il Tetto del Mondo", è situato nel cuore dell'Asia e, dal
punto di vista ambientale, è una delle più importanti regioni del mondo. Situato a nord dell'India,
del Nepal, del Buthan e della Birmania, a ovest della Cina e a sud del Turkestan orientale, si
estende per circa 2.500 chilometri da ovest a est e per 1.500 da nord a sud, raggiungendo una
superficie di 2.5 milioni di chilometri quadrati (equivalenti a più di due terzi dell'India). Ha
un'altitudine media di 3.650 metri sopra il livello del mare e molte delle sue montagne superano
gli 8.000 metri: una per tutte, il monte Everest che, con i suoi 8.848 metri, è la vetta più alta
della Terra. L'altopiano tibetiano è il più alto e il più esteso del mondo e domina tutta la parte
centrale del continente asiatico. Gli fanno corona a sud la catena dell'Himalaya e a nord le
montagne dell'Altyn Tagh e del Gangkar Chogley Namgyal. A occidente si fonde con le cime del
Karakorum mentre a oriente scende in modo graduale verso le vette del Minyak Gangkar e del
Khawakarpo.

Prima dell'occupazione cinese, il Tibet era, dal punto di vista ecologico, un territorio
equilibrato e stabile perché la conservazione dell'ambiente era parte essenziale della vita
quotidiana dei suoi abitanti. I Tibetiani vivevano in armonia con la natura grazie alla loro fede
nella religione buddista che asserisce l'interdipendenza di tutti gli elementi esistenti sulla
terra, siano essi viventi o non viventi. Questa credenza era ulteriormente rafforzata dalla
stretta osservanza di una norma che potremmo definire di "autoregolamentazione", comune a tutti i
buddisti tibetiani, in base alla quale l'ambiente deve essere sfruttato solo per soddisfare le
proprie necessità e non per pura cupidigia.

Dopo l'occupazione del Tibet, l'attitudine amichevole e armoniosa dei tibetiani nei confronti della
natura fu brutalmente soppiantata dalla visione consumistica e materialista dell'ideologia
comunista cinese. All'invasione fecero seguito devastanti distruzioni ambientali che causarono la
deforestazione, il depauperamento dei pascoli, lo sfruttamento incontrollato delle risorse
minerarie, l'estinzione della fauna selvatica, l'inquinamento da scorie nucleari, l'erosione del
suolo e le frane. Ne consegue che, ai nostri giorni, lo stato dell'ambiente in Tibet è altamente
critico e le conseguenze di questo degrado saranno avvertite ben oltre i suoi confini.

Dal 1949, più di 1.200.000 Tibetiani, circa un sesto del totale della popolazione, sono morti in
Tibet come conseguenza della persecuzione politica, degli arresti, delle torture e della carestia.
Oltre 6000 monasteri sono stati distrutti. Sua Santità il 14° Dalai Lama, capo politico e
spirituale di sei milioni di tibetiani, nel 1959 è stato costretto a lasciare il paese e a cercare
rifugio in India. Con lui, sono fuggiti dal Tibet 85.000 Tibetiani che hanno trovato rifugio in
India, Nepal e Buthan.

LE CONDIZIONI AMBIENTALI PRIMA DELL'OCCUPAZIONE CINESE

Il Tibet possedeva il più efficace sistema di protezione ambientale di tutte le terre abitate del
mondo moderno. Parchi naturali e riserve, a salvaguardia della flora e della fauna, non erano
necessari in quanto il Buddismo insegnava alla gente l'interdipendenza di tutti gli elementi,
viventi e non viventi, presenti sul pianeta. Il Buddismo proibiva l'uccisione degli animali e
insegnava la compassione per gli esseri viventi e l'ambiente. E, soprattutto, il governo tibetiano
proibiva la caccia.

Flora

In Tibet crescevano più di 100.000 specie di piante ad alto fusto, alcune delle quali rare ed
endemiche. Vi erano più di 2.000 varietà di piante medicinali usate, non solo in Tibet ma anche in
India e in Cina, per preparare i medicamenti secondo i sistemi tradizionali. Molto diffuse erano
lo zafferano, il rabarbaro di montagna, l'elleboro, la serratula alpina himalayana e il rododendro
di cui esistevano, sull'altopiano tibetano, ben 400 specie diverse, quasi il 50% delle varietà
esistenti sulla terra.

Uccelli

In Tibet esistono 532 specie di uccelli raggruppate in 57 famiglie. Vi sono cicogne, cigni
selvatici, il martin pescatore, oche, anatre, rapaci, fringuelli, l'uccello pigliamosche della
giungla, tordi, pappagalli, cutrettole, vari tipi di uccelli canori, avvoltoi, e una particolare,
bellissima specie di picchio. L'uccello più raro e famoso è la gru dal collo nero, chiamata dai
Tibetiani "trung trung kaynak".

Animali selvatici

Le montagne e le foreste del Tibet davano un tempo rifugio ad un grande numero di animali selvatici
rari e in via di estinzione quali il leopardo delle nevi, il leopardo maculato, la lince, l'orso
nero himalayano, il burdocade tibetano (un ruminante tipico del Paese delle Nevi), lo yak
selvatico, il cervo muschiato, la gazzella tibetana, l'antilope tibetana, la lepre dell'Himalaya,
il panda gigante, il panda rosso e molti altri.

Foreste

Le foreste tibetane ricoprivano un'area di oltre 25 milioni di ettari. La maggior parte ricopriva i
pendii scoscesi della regione sud orientale del paese. Erano foreste di conifere tropicali e
subtropicali, per la maggior parte costituite da abeti rossi sempreverdi, pini, larici, cipressi,
betulle e querce. Le foreste tibetane erano di vecchia crescita, con piante di più di duecento
anni. La densità media della vegetazione era di 272 metri cubi per ettaro ma nella regione dello
U-Tsang poteva raggiungere anche i 2.300 metri cubi per ettaro, la più alta densità del mondo per
una vegetazione di conifere.

Minerali

Il Tibet era anche ricco di risorse minerali mai sfruttate. Nel suo sottosuolo vi sono 126 tipi di
minerali tra i quali oro, litio, uranio, cromite, rame, borace e ferro. Il Tibet possiede inoltre i
maggiori giacimenti d'uranio del mondo. I giacimenti di petrolio della regione dell'Amdo consentono
l'estrazione annuale di più di un milione di tonnellate di greggio.

Fiumi

In Tibet nascono alcuni dei più grandi fiumi dell'Asia. Tra i tanti, ricordiamo il Brahmaputra,
l'Indo, il Mekong, lo Yangtse e il Fiume Giallo. Lasciato il Tibet, i fiumi bagnano l'India, la
Cina, il Pakistan, il Nepal, il Buthan, il Bangladesh, la Birmania, la Tailandia, il Laos e la
Cambogia, assicurando, assieme ai loro tributari, il fabbisogno idrico necessario a milioni di
persone. Alcune ricerche hanno dimostrato che i fiumi che nascono in Tibet assicurano la vita al
47% della popolazione mondiale e all'85% dell'intera popolazione asiatica. La questione ambientale
tibetiana non è quindi soltanto un problema locale, ma è di cruciale rilevanza a livello
internazionale. Preservare l'Altopiano Tibetano dalla devastazione ecologica è essenziale non solo
per la sopravvivenza dei tibetiani ma anche per la salvezza di una metà dell'intera umanità.

LA DISTRUZIONE DELL'AMBIENTE DOPO L'OCCUPAZIONE CINESE

Violando le leggi e le normative internazionali, la Cina ha invaso e occupato il Tibet. La
resistenza tibetana e la repressione cinese portarono, il 10 marzo 1959, all'insurrezione nazionale
tibetiana brutalmente soffocata dall'intervento dell'Esercito di Liberazione Cinese che, secondo
stime fornite da Pechino, causò la morte di oltre 87.000 tibetiani nel solo Tibet centrale.

Decimazione della fauna selvatica

Prima dell'invasione cinese in Tibet era rigorosamente vietata la caccia agli animali selvatici. I
Cinesi non hanno rispettato questo divieto ma hanno anzi attivamente incoraggiato lo sterminio
degli animali rari o in via di estinzione. Il leopardo delle nevi, per fare un esempio, è cacciato
per la sua pelliccia, venduta a prezzi elevatissimi sul mercato internazionale. I permessi per
cacciare l'antilope tibetana oppure l'argali , un raro tipo di pecora selvatica, costano
rispettivamente 35.000 e 23.000 dollari americani. La carne delle antilopi, delle gazzelle e degli
yak selvatici è venduta nei mercati cinesi e anche europei.

Deforestazione

In nome dello "sviluppo", più di 70.000 cinesi sono addetti al taglio indiscriminato delle piante
secolari che costituiscono le ricche foreste delle regioni orientali e meridionali del territorio
tibetano. La medesima situazione è riscontrabile in altre aree del Tibet, quali Markham, Gyarong,
Nyarong e alcune zone del Kham e del Kongpo. La superficie boschiva del Tibet che, nel 1959, si
estendeva su 25.2 milioni di ettari, nel 1985 si era ridotta a soli 13.57 milioni di ettari, pari
alla distruzione del 46% delle foreste. La deforestazione è ancora drammaticamente in atto e si
calcola che, ai nostri giorni, l'80% delle foreste siano state abbattute. Radio Lhasa ha dato
notizia che solo tra il 1959 e il 1985 la vendita del legname ha fruttato alla Cina più di 54
miliardi di dollari americani. Ancora oggi, più di 500 automezzi carichi di legname tibetano
lasciano la località di Gonjo, nel Kham, diretti verso la Cina, ma a volte accade che, per incuria
e cattiva organizzazione, molti carichi vengano abbandonati lungo la strada, dimenticati nei
capannoni oppure marciscano nell'acqua, lungo le rive dei fiumi. Il rimboschimento è minimo e
spesso senza successo a causa della poca cura prestata alle giovani piante.

Effetti della deforestazione

Erosione del suolo e inondazioni:

La massiccia deforestazione, il proliferare delle miniere e una politica agricola basata sullo
sfruttamento intensivo dei campi contribuiscono ad aumentare l'erosione del suolo. Il fango che si
riversa nei fiumi che scendono dall'altopiano tibetano (l'Indo, il Brahmaputra, il Sutley, il
Mekonk, il Fiume Giallo e lo Yangtse) scende nei paesi a valle innalzando il letto dei fiumi e
causando devastanti inondazioni che, a loro volta, provocano estese slavine. Di conseguenza, si
riduce l'estensione delle terre coltivabili con gravi danni per l'economia di milioni di persone.
Secondo gli esperti, le frequenti inondazioni che si verificano nel Bangladesh sono in diretta
relazione con la deforestazione attuata in Tibet, nella parte superiore dei fiumi.

Effetti climatici a livello globale:

Il ruolo dell'Altopiano Tibetiano sul sistema climatico del globo è rilevante. Gli scienziati hanno
evidenziato una correlazione tra la vegetazione spontanea del Tibet e la regolarità dei monsoni. Le
piogge monsoniche, indispensabili per la sopravvivenza delle regioni dell'Asia meridionale,
costituiscono il 70% delle piogge che ogni anno cadono in l'India. Tuttavia, un monsone troppo
violento è causa di immani calamità naturali. Alcuni scienziati, tra i quali ad esempio lo
statunitense Elman Reiter, hanno dimostrato che l'ambiente dell'Altopiano esercita una diretta
influenza sui cosiddetti "jet streams", i venti d'alta quota che soffiano sul Tibet, che, a loro
volta, sono la causa dei tifoni che si scatenano sull'oceano pacifico e del fenomeno conosciuto
come "El Nino", una corrente calda che rimescola le acque dell'oceano ed ha causato la distruzione
della catena alimentare marina danneggiando l'economia delle zone costiere della California, del
Peru e dell'Ecuador. Contemporaneamente, paesi quali la Nuova Zelanda, l'Indonesia, l'Australia,
l'India e il Sud Africa hanno attraversato un periodo di terribile siccità.

Cattiva amministrazione agricola:

Nel corso degli anni '60, il governo cinese ha introdotto, in Tibet, in campo agricolo, alcune
riforme che hanno portato il paese alla carestia. La sovrapproduzione e lo sfruttamento agricolo
intensivo hanno inoltre causato la scomparsa di molte erbe medicinali e di piante commestibili e
hanno distrutto gli esemplari che costituivano la riserva di cibo invernale per gli animali
selvatici. Questa politica agricola sconsiderata ha fatto sì che il suolo venisse eroso sia dal
vento sia dall'acqua dando avvio ad un processo di desertificazione. Secondo dati forniti dal
governo cinese, in Cina e in Tibet la desertificazione per opera di interventi umani interessa una
superficie pari a circa 120.000 chilometri quadrati di territorio. Le autorità cinesi obbligano gli
agricoltori tibetiani a comperare e usare fertilizzanti chimici e insetticidi. I contadini
sostengono che questi fertilizzanti sono estremamente pericolosi sia per il raccolto che per
l'ambiente.

IL TRASFERIMENTO DELLA POPOLAZIONE

Uno dei più gravi pericoli che minacciano il popolo tibetano, la sua cultura e l'ambiente è
costituito dal massiccio trasferimento nel paese, soprattutto in questi ultimi anni, di personale
civile e militare cinese. Ai nostri giorni, i sei milioni di tibetiani residenti sono sopravanzati
numericamente da sette milioni e mezzo di cinesi. A Lhasa, il rapporto tra tibetiani e cinesi è di
due a uno. In seguito a questo trasferimento di popolazione, i tibetiani sono stati emarginati in
campo economico, educativo, politico e sociale e la tradizionale e ricca cultura tibetana sta
rapidamente scomparendo. In Tibet, sotto il regime totalitario cinese, i "progetti di sviluppo"
non tengono in alcun conto i parametri di Valutazione di Impatto Ambientale. Inoltre, questi
"progetti di sviluppo" favoriscono solo gli immigrati cinesi e incoraggiano il loro insediamento
nel paese relegando i tibetiani a una posizione di cittadini di seconda classe nella loro stessa
patria, e, di conseguenza, violando i diritti fondamentali del popolo tibetano garantiti dalla
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite.

LA CENTRALE IDROELETTRICA DELLO YAMDROK TSO

Il più assurdo e catastrofico, dal punto di vista ambientale, dei cosiddetti "progetti di sviluppo"
cinesi è costituito dalla costruzione della centrale idroelettrica di Yamdrok Tso (il lago
Yamdrok), a circa un centinaio di chilometri da Lhasa. A causa di questo progetto, il lago, che i
Tibetiani considerano sacro, è destinato a scomparire. Nel 1993, tutte le sorgenti d'acqua potabile
della zona si sono prosciugate e i contadini Tibetiani sono stati costretti a bere l'acqua del
lago. Ciò ha causato gravi problemi alla loro salute quali diarrea, perdita di capelli e malattie
della pelle. A causa del progetto, i Tibetiani della zona hanno inoltre perduto, in modo
irreversibile, il 16% della terra coltivabile.

LO SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE MINERARIE

In Tibet, lo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie è iniziato negli anni '60. Il governo
cinese ha enormemente intensificato l'estrazione di borace, cromo, sale, rame, carbone e uranio
per garantire le materie prime necessarie allo sviluppo industriale. Ai nostri giorni, nei
distretti di U-Tsang e di Amdo, esistono numerose miniere sia pubbliche sia private. L'aumento
delle attività minerarie riduce ulteriormente la vegetazione e fa aumentare il pericolo di frane,
l'erosione del suolo, l'inquinamento dei torrenti e dei fiumi oltre a danneggiare l'habitat degli
animali selvatici. La metà delle riserve di uranio della terra si trova nelle montagne attorno a
Lhasa. In Tibet si trova inoltre il 40% delle riserve di ferro della Cina oltre a cospicui
giacimenti di carbone, oro, rame, piombo, borace e petrolio. Secondo l'agenzia ufficiale cinese
Xinhua, il 31 ottobre 1995 la Cina ha incrementato lo sfruttamento delle risorse minerarie della
Regione Autonoma Tibetana. Gli introiti derivanti da questo sfruttamento sono stimati nell'ordine
di 78.27 miliardi di dollari americani.

SCORIE NUCLEARI E MILITARIZZAZIONE

L'esistenza di scorie nucleari in Tibet è stata denunciata dal Dalai Lama nel 1992, nel corso di
una conferenza stampa rilasciata a Bangalore (India). In quell'occasione Pechino negò che in Tibet
esistessero scorie nucleari inquinanti. Tuttavia, più recentemente, la Cina ne ha ammesso
l'esistenza. Il 19 luglio 1995, l'agenzia di stampa ufficiale Xinhua ha infatti dichiarato che,
nella Prefettura Autonoma Tibetana di Haibei, vicino alle rive del lago Kokonor, il più grande
lago dell'altopiano tibetano, vi è "una discarica di venti metri quadrati utilizzata per il
deposito di materiale radioattivo". Nella stessa zona vi è quella che i cinesi chiamano "Nona
Accademia" oppure "Fabbrica 211": si tratta, in realtà, di un vero e proprio centro nucleare
circondato dal più assoluto segreto.

La dottoressa Tashi Dolma, che ha lavorato all'ospedale di Chabcha, situato a sud del centro, ha
dichiarato che sette piccoli nomadi, addetti al pascolo del bestiame nelle vicinanze della città
nucleare, si sono ammalati di cancro e i loro globuli bianchi sono aumentati a livelli
incontrollabili. Un medico americano che ha condotto alcune ricerche presso lo stesso ospedale, ha
reso noto che i sintomi erano simili a quelli dei casi di cancro causati dalle radiazioni dopo i
bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki del 1945. Negli anni compresi tra il 1989 e il 1990,
cinquanta persone sono morte a Thewo, nell'Amdo, per causa ancora non accertate. Nel 1990, dodici
donne hanno partorito ma i piccoli sono nati morti o hanno cessato di vivere subito dopo la
nascita. Tutti i test nucleari apertamente dichiarati da Pechino, sono stati eseguiti a Lopnor,
nella provincia del Xinjiang, a nord-ovest del Tibet. Questi test hanno causato un notevole
aumento dei casi di cancro e di morte infantile senza che tuttavia sia stata attuata alcuna ricerca
medica adeguata. Secondo International Campaign for Tibet, la prima testata nucleare fu portata in
Tibet nel 1971 e posizionata a Tsaidam, nell'Amdo del nord. Fonti diverse asseriscono la presenza
di missili nucleari a Nagchuka, situata a 150 miglia da Lhasa. E' stato inoltre confermato che
nella regione dell'Amdo e, più esattamente nel bacino di Tsaidam, geograficamente isolato e a
grande altezza, vi sono tre località adibite a deposito di missili nucleari. A Drotsang, 63
chilometri a est di Siling, è sorto un nuovo centro di produzione di missili conosciuto con il
numero di codice 430. I missili vengono testati nel lago Kokonor. A Nagchuka sono stati posizionati
20 missili balistici a raggio intermedio e 70 a raggio medio. Anche nella città di Payi, nella
Regione Autonoma Tibetana, vi è un grande deposito sotterraneo di missili (numero di codice 809).
Durante le esercitazioni, i missili vengono portati allo scoperto e lanciati sia verticalmente sia
orizzontalmente contro bersagli prestabiliti.

Considerato un tempo come un pacifico stato cuscinetto tra l'India e la Cina, il Tibet è ora
altamente militarizzato: ospita infatti 300.000 soldati cinesi e un quarto della forza missilistica
del paese. La militarizzazione dell'altopiano tibetano costituisce una minaccia per l'equilibrio
geo-politico della regione ed è causa di serie tensioni internazionali.

Documento originale a cura del Dipartimento Informazioni e Relazioni Internazionali Amministrazione
Centrale Tibetana - Dharamsala


Approfondimenti: http://www.stringer.it/Stringer%20Schede/tibet_spec.htm

Tibet online: http://www.tibet.org/

Il buddismo in Italia http://www.padmanet.com/

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