Roger Abravanel: "Il diritto allo studio dei mediocri non garantisce il posto di lavoro"

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Sep 26, 2013, 5:21:34 AM9/26/13
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-- Davide

"Il diritto allo studio dei mediocri non garantisce il posto di lavoro"
Roger Abravanel

Corriere della Sera
http://bit.ly/18rlt7G


L'altro giorno, nel corso di una trasmissione televisiva, il nostro
premier ha ripreso con calore il tema del «diritto alla studio». Ha
deplorato il fatto che da noi l'«ascensore sociale» si è bloccato e
che una volta «i figli dei non abbienti potevano laurearsi e diventare
professori universitari». Ha poi descritto il pacchetto d'iniziative
del suo governo a sostegno del «welfare dello studente», tra cui cento
milioni di euro in borse di studio. L'urgenza di affrontare il
problema dell'uguaglianza di opportunità nello studio e nella società
italiana è pienamente giustificata. In Italia c'è una disoccupazione
giovanile spaventosa che colpisce soprattutto i non laureati, checché
se ne dica. I laureati sono figli di famiglie più ricche. Con la crisi
gli iscritti all'università calano, l'università è sempre meno un
ascensore sociale e la società italiana continua ad essere la più
bloccata e ineguale d'Europa.

Ma quale diritto allo studio serve oggi all'Italia? Non certo quello
che ha visto proliferare le «università sotto casa». Né quello delle
lauree facili, che non portano all'occupazione perché le aziende non
credono più ai 110 e lode di molte università, soprattutto del
Centro-Sud. Non certo quello del parcheggio universitario, con il
record mondiale di fuoricorso e di giovani che s'affacciano al mercato
del lavoro per la prima volta a 27 anni, disoccupati che non vuole
(quasi) più nessuno. Non il diritto alla laurea tre anni più due, che
dev'essere sempre cinque perché, sennò, «non è una laurea seria». Non
quello del caos nella selezione alle università, perché il voto alla
maturità non vuole dire nulla e i test «fai da te» di molti atenei
sono altrettanto poco credibili. Non quello delle centinaia di borse
di studio date ai mediocri (selezionati in base a una maturità falsa)
o ai figli di evasori fiscali (selezionati con la dichiarazione dei
redditi, anch'essa falsa).

E allora di quale «diritto allo studio» hanno bisogno i nostri
giovani? Di un diritto allo studio che serva come acceleratore del
«diritto al lavoro». Innanzitutto, per creare lavoro servono anche i
professori universitari di cui parla il premier: non come sbocco di
carriera, ma come docenti di una nuova generazione di giovani, con le
competenze che si chiedono nel mercato del lavoro del Duemila e che
sono radicalmente diverse da quelle di cinquant'anni fa. I professori
universitari devono essere gli «ascensoristi», non i passeggeri
dell'ascensore sociale.

E per evitare che i cento milioni di euro per le borse di studio
finiscano a sostenere privilegi e a diluire ulteriormente il merito, è
fondamentale che vadano assegnate per le università «migliori»,
valutate non solo per i meriti accademici, ma anche perché i loro
laureati trovano più facilmente lavoro. Oggi la variabilità del tasso
di occupazione dei neo-laureati è alta e non dipende solo dal contesto
economico locale, basta vedere i dati del consorzio Alma Laurea: un
anno dopo l'uscita dall'università, alla Sapienza a Roma, il 67 per
cento dei nuovi ingegneri e il 59 dei laureati in Economia sono
occupati, contro il 74 per cento e il 65 di Roma Tre. Purtroppo, oggi,
non si può sapere quali siano le università «migliori» nel formare i
giovani per il lavoro, perché l'ente che «certifica» la bontà delle
università italiane, l'Anvur, l'agenzia nazionale di valutazione, non
valuta la didattica, ma solo la ricerca.

Poi è auspicabile che queste borse di studio vadano date ai laureati
con laurea triennale più che magistrale, per mandare più giovani sul
mercato del lavoro, in tempi rapidi, e creare degli incentivi che
rompano il tabù della «laurea vera». Queste borse di studio devono poi
andare ai veri meritevoli che superano i test d'ingresso delle
università più difficili (e in futuro, si spera, un test nazionale
standard che sarebbe la unica soluzione al caos attuale). Sul Corriere
abbiamo già illustrato la sperimentazione in corso al Politecnico di
Milano e a Ca' Foscari, per capire se si possano sostituire i test
d'ingresso all'università con il test Invalsi.

Infine, le borse di studio vanno date a chi ne ha veramente bisogno,
non guardando la dichiarazione dei redditi ma altre misure che pure
esistono: per esempio, qualche anno fa, fu lanciata la social card che
permise, dopo un lavoro di ricerca, d'identificare le famiglie
italiane davvero povere. Soprattutto, queste borse vanno date
chiedendo un impegno alle aziende italiane. Il premier dovrebbe dire
alle aziende: «Io pago la borsa di studio e chiedo agli studenti di
fare un percorso di stage o d'apprendistato presso le vostre aziende.
Voi però dovete mettere a disposizione i posti di lavoro».

http://meritocrazia.Corriere.it






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