Si inoltra nota della consigliera Mariangela Di Gangi.
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Beni confiscati. Di Gangi (PD): «Ville senza progetti di riuso sociale e ritardi inaccettabili sull’esito del bando, a trent’anni dalla legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati»
«A trent’anni esatti dall’approvazione della legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata, Palermo - la città italiana con il maggior numero di questi immobili - si trova a fare i conti con un paradosso: molte delle ville inserite nell’ultimo bando di assegnazione non hanno ricevuto alcuna proposta progettuale.»
È la denuncia della consigliera comunale del Partito Democratico Mariangela Di Gangi, che ha presentato una nuova interrogazione al Sindaco per fare luce sulle criticità emerse nell’attuazione del bando per l’assegnazione gratuita dei beni confiscati.
«Che a Palermo diverse ville confiscate alla mafia siano rimaste senza un progetto di riutilizzo sociale non è accettabile - dichiara Di Gangi -. Questa città è il simbolo mondiale della lotta alla criminalità organizzata, anche grazie alla legge che ha restituito alla comunità beni sottratti ai clan e ne ha previsto il riuso sociale. Qui più che altrove, l’uso sociale di questi immobili non è solo una risorsa economica per il territorio, ma un pezzo fondamentale della nostra identità e della nostra liberazione. Lasciare quei beni vuoti significa tradire quello spirito. Da informazioni raccolte tra gli stessi enti del Terzo Settore, gli immobili rimasti senza proposte sarebbero soprattutto quelli che necessitano di lavori di ristrutturazione molto onerosi, con costi che possono arrivare a centinaia di migliaia di euro.
Il problema - spiega la consigliera - è che il bando ha applicato in modo indiscriminato la durata minima di sei anni per le concessioni, senza valutare la possibilità di estenderla fino a diciotto anni, come pure consentirebbe l’articolo 12 del Regolamento comunale del 2021. Una scelta che, di fatto, ha scoraggiato gli enti dall’impegnarsi su quei beni che più necessitano di interventi.
È paradossale - attacca Di Gangi - che proprio i beni che richiedono gli investimenti più ingenti e che potrebbero generare la maggiore ricaduta sociale ed economica sul territorio, rischino di rimanere abbandonati e di andare incontro al degrado. Se si fosse applicata la durata massima di diciotto anni, prevista in relazione all’entità degli investimenti, molti progetti sarebbero probabilmente diventati sostenibili. Così si vanifica il fine della legge».
Ma c’è un’altra criticità. A oltre un anno dalla scadenza del bando per la presentazione delle domande, non è stata ancora pubblicata la graduatoria per intere categorie di immobili, come uffici e magazzini. Un ritardo che rischia di avere conseguenze pesanti per gli enti del Terzo Settore.
«Proprio in queste settimane sono aperti i bandi della Fondazione con il Sud, storicamente uno dei principali sostenitori dell’uso sociale dei beni confiscati – spiega Di Gangi –. Per partecipare, gli enti devono avere la certezza del bene e dei tempi di concessione. Senza graduatoria, si preclude a tante realtà palermitane la possibilità di accedere a risorse fondamentali per i loro progetti. È un danno concreto e grave per la città».
Nell’interrogazione, Di Gangi chiede all’Amministrazione chiarimenti sul perché non sia stata valutata la possibilità di concedere i beni per periodi più lunghi, sullo stato delle graduatorie ancora non pubblicate, sull’attuazione delle assegnazioni già decise e sull’eventuale arrivo di nuovi beni da destinare.
Infine, una proposta per il futuro.
«Il sistema dei bandi, pur essendo fondamentale, non è più sufficiente per una programmazione efficace. Dobbiamo avviare percorsi di co-programmazione e co-progettazione con gli enti del territorio, come previsto dal Codice del Terzo Settore. Solo processi partecipati e condivisi possono garantire che gli interventi siano davvero sostenibili e rispondano ai bisogni reali della comunità, trasformando questi beni in motore di sviluppo e di legalità».