Recensione Chierici recital di Milano

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Angelo Piacentini

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Aug 1, 2023, 4:29:46 AM8/1/23
to sokolovgroup

Sono capitato un po’ per caso in questa recensione di Luca Chierici del recital milanese di Sokolov, pubblicata sul ‘Corriere musicale’: http://www.ilcorrieremusicale.it/2023/05/il-fenomeno-sokolov/#:~:text=Contraddicendo%20una%20tendenza%20purtroppo,Societ%C3%A0%20dei%20Concerti%20di%20Milano.

Al di là del giudizio complessivo, la trovo disturbante, per certi aspetti surreale, e soprattutto dettata da una malcelata antipatia nei confronti dell’artista. Oltre ad essere scritta frettolosamente e male, con errori di digitazione, evitabili solo con una semplice rilettura, concordanze sbagliate, scelte lessicali poco perspicue, e con lo strano ircocervo finale dell’Ave Maria di Schubert-Gounod, trovo bizzarro che nel recensire un concerto si ometta pressoché del tutto il giudizio sulla qualità dell’esecuzione dei pezzi, sulle scelte interpretative del musicista. Il recensore non riferisce ‘come’ il pianista ha suonato, ma si sofferma sul programma presentato e sui bis, esprimendo le proprie riserve e contestando le ‘scelte al di là di ogni comprensione’. Quello che alla fine il recensore non comprende e non riesce a spiegare è il grande successo ottenuto dal pianista pur con un programma sulla carta poco appetibile per il pubblico; di qui la definizione di Sokolov come ‘fenomeno’, termine usato – lo si deduce – in accezione fortemente negativa, come qualcosa di razionalmente quasi incomprensibile.

Francamente certe uscite mi sembrano rasentare la soglia del ridicolo, quando si parla di una scelta ‘un poco punitiva’ circa il fatto di eseguire tutti i ritornelli nei pezzi di Mozart. Naturalmente è segno di rigore e fedeltà al testo. Molto istruttivo a proposito sarebbe rileggere i pensieri poco concilianti del grande Sviatoslav Richter, quando ascoltava esecuzioni in cui venivano omesse le ripetizioni! Da un recensore che scrive nel 2023 mi sarei aspettato una critica qualora non fossero stati eseguiti i ritornelli, segno di disinteresse per i valori e gli equilibri formali. Per quanto riguarda l’accostamento Purcell-Mozart ‘tirato per i capelli’, a giudizio del recensore ‘tapino’, mi sembra che la chiave l’abbia data Piero Rattalino nel libretto di presentazione del recital di Roma, reso disponibile in questo blog: due musicisti dalla parabola musicale straordinaria dispiegata in una vita che ha varcato a fatica la soglia dei 35 anni. Sul bis, il Preludio op. 23 n. 2 di Rachmaninov, è scomodato Gilels che lo eseguiva davanti ai soldati sovietici in guerra. Io conosco il video, montato e usato dalla propaganda bellica dell’ex URSS, con il grande Emil che suonava il più noto preludio op. 23 n. 5. Ricorderei che il grande pianista, ammiratissimo da Sokolov non solo come artista, non poteva certo esimersi da una richiesta che veniva direttamente dal Cremlino, quando l’inquilino era un tale di nome Stalin. Secondo Chierici è infelice la scelta del pezzo dopo il mesto Adagio mozartiano: avendolo sentito, posso dire che Sokolov ne dà un’esecuzione che mette in rilievo l’espressività, facendo risaltare il canto anche in una scrittura particolarmente massiccia, rimanendo peraltro molto fedele all’indicazione di ‘Maestoso’ ed usando abilmente il rubato, ed evitandone il rischio di gonfiezza retorica ed esecuzione da virtuoso popolare, senza sconveniente ‘giubilo esagerato’ (per quel che mi riguarda il pezzo è energico, ma non propriamente giubilante).

Personalmente davanti a un grande interprete - non solo Sokolov – e alle sue scelte, mi chiedo il ‘perché’, e cerco di darmi una risposta. La scelta di Purcell e di Mozart, con un programma che non supera la soglia fatidica e psicologica del 1800, è spiegabile, forse, come la ricerca di tocco e sonorità più pure, che una scrittura più lineare e rarefatta consente di valorizzare. C’è, secondo me, una volontà antiretorica, proprio in un’epoca deturpata dalla retorica, dalla magniloquenza, dalla stancante propaganda. Sokolov si è rifugiato nella sua arcadia, pensando a Purcell, scelta lodatissima da Rattalino perché innovativa e dal notevole portato culturale, che prosegue una ricerca straordinaria nel mondo clavicembalistico, e a Mozart, del quale sono offerte esecuzioni molto meditate, raffinatissime nella calibratura e nella cura del suono, non estroverse e vitalistiche, ma molto raccolte, evocative, venate di malinconia. La scelta dell’Adagio, pezzo dal carattere mesto e addirittura luttuoso? Chierici ricorda che Pollini lo eseguì in memoria di Karl Bohm poco dopo la sua morte. Credo che sia proprio la morte a dare significato nella scelta di Sokolov. Difficile che un pianista russo non percepisca il lutto e il dolore, considerando che la sua patria, la sua nazione, è coinvolta da oltre un anno in una sanguinosa guerra, peraltro contro un popolo un tempo fratello come quello dell’Ucraina. Non mi sembra ci voglia grande acribia in questa congettura. E forse il tanto vituperato Bach-Siloti, scelto quale ultimo bis, vuole idealmente ricongiungersi alla tradizione pianistica russa, giacché Siloti, russo di Kharkiv (in Ucraina...) e cugino di Rachmaninov, è stato un celeberrimo didatta: è un pezzo molto amato dal Maestro, che probabilmente ha per lui significati particolari, che risalgono addirittura all’infanzia, quando andava ad ascoltare i recital di Gilels nella sua San Pietroburgo, pianista che peraltro presentava spesso questo pezzo tra gli encores. Abbastanza surreale il confronto tra Pollini e Sokolov per i bis: a detta del recensore il pianista milanese propinava ‘forti dosi di musica del Novecento’. Chiedo: lo faceva nei bis? Sokolov, per Chierici, si attesta ‘più modestamente su una Mazurka’ di Chopin. Chiedo: ritenendo personalmente alcune Mazurke tra i pezzi più belli e ispirati del compositore polacco, perché la scelta di Sokolov sarebbe nel segno di un modesto ripiego? Sono forse pezzi di ‘poco valore’ artistico? Trovo peraltro considerazioni contraddittorie: dapprima la scelta della musica tastieristica di Purcell è ‘coercitiva’ per il pubblico; per i bis, invece, Sokolov appare il pianista che cerca i pezzi di facile presa sul pubblico. Insomma: non ne imbrocca una il povero Grigorij! Quello che leggo tra le righe in questa sgangherata recensione è il fastidio per il successo di Sokolov (e Volodos), che propongono un progetto artistico e un pianismo diverso rispetto a quello che è il riferimento per il recensore, Pollini, nome che compare due volte nella recensione quale termine di confronto positivo. Forse non è facile, e non sempre ci si riesce, ma nel momento di recensire concerti e giudicare artisti bisognerebbe mettere da parte antipatie personali, idiosincrasie varie, ascoltare con orecchie libere e cercare di interrogarsi, porsi qualche domanda in più per spiegare ‘fenomeni’, presunti o reali che siano. 

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