Il primo pensiero, dopo aver assistito al concerto di Fermo del 1 aprile, è un auspicio: ovvero che quell’ autentico “buco” nella discografia di Sokolov - dall’era Melodiya, all’era DG - che è il suo approccio al mondo musicale barocco, venga prima o poi finalmente colmato.
Oramai, dopo la teoria dei Rameau, Couperin, Byrd, Froeberger, mi pare che il Purcell aggiunto di recente fornisca sufficiente materiale per tramandare la memoria di un’esplorazione poetica di tale portata.
L’ordine dei pezzi scelti di Purcell segue una logica di narrazione intima e senza soluzione di continuità, tanto tutto il programma è tenuto da una corda di raffinato, sofferto ma nobile racconto della malinconia della vita.
Apprendiamo quindi che le Suites sono in realtà quasi tutte trascrizioni su tastiera di precedenti opere teatrali. Ma la pratica del riciclo e della trascrizione autografa è una prassi di tutto il Sei-Settecento, e Bach per primo ce lo insegna. La novità, come al solito, è che con Sokolov sembrano pezzi dotati di vita autonoma e di una profondità tale da chiederti come puoi concepirli vicini al “chiassoso” contesto originale di orchestrazione di voci e strumenti.
Avrà funzionato sicuramente ma - viene da pensare - Purcell, che era un genio, non ha potuto fare a meno di trascriverli come un piccolo diario minimo da spaginare al cembalo, ogni tanto per sé, lontano dalle scene, anzi nell’unica scena della vita che conta, che è quella in cui un uomo alza il ripario sulla propria coscienza, annotando a fine pagina magari il pensiero: “verrà un giorno o l’altro qualcuno che le tiri fuori dal cassetto”.
E’ arrivato. E se per autori come Rameau ci sono stati prima di Sokolov dei pioneri come la Meyer, ad esempio, ma oggi anche il bravissimo Alexandre Tharaud - francesi entrambi- a rivelare nella sonorità pianistica le potenzialità della scrittura cembalistica…, a ma pare che per uno come Purcell ancora mancasse.
In questo registro di ripiegamento e meditazione non mancano comunque le sorprese: che sia un pezzo breve come il canto popolare irlandese, Z.646 – ma per un attimo, non so perché, ho pensato alla musica nativa americana, sarà che le influenze folcloristiche si spostano come i viaggiatori e si mescolano tra loro - o la delicatissima Suite N.7, l’unica delle otto sprovvista di Preludio ma che si accende al centro di capricci e virtuosimo con la corant e chiude in gioco e danza con l’hornpipe. Hornpipe, che a sua volta introduce alla leggerezza della Ciaccona Z.680, pezzo con cui si chiude la prima parte del concerto: una leggerezza autoironica, dopo quaranta minuti di una simile confessione riversata su tante spugne in ascolto. Una leggerezza necessaria.
Seconda parte: Mozart. Da ascoltare al primo all’ultimo minuto, ma del tanto Mozart affrontato in questi anni non vedo comunque grandi novità. Meno abbellimenti e variazioni nelle riprese rispetto al previsto, (l’asciuttezza delle ornamentazioni, di cui non c’è stato abuso nemmeno in Purcell, è stata una cifra comune alle due parti) ma la consueta pulizia di suono, la consueta ricerca dei silenzi, specie nell’Andante cantabile. Dopo il Purcell intimo ma forse straniante, per alcuni forse allontanante, un Mozart familiare e di avvicinamento.
Nello spazio che l’avambraccio impiega per staccare il si bemolle maggiore che chiude la Sonata e attaccare il si naturale con cui apre l’Adagio, sta il mio senso dell’attesa di un trauma imminente. Sicuramente il pedale non era in fuzione, ma in sala ancora girava il mezzotono sopra. L’attesa è stata mantenuta solo a metà: avevo sbagliato la premonizione che fosse un trauma. Non è stato un trauma, ma forse di piu. E’ stato un risveglio.
Una mia chiosa, una mia riflessione, forse solo mia, che su tante atrocità che stanno avvenendo in questi nostri tempi, ci stiamo addormentando troppo, che dovremmo svegliarci e reagire di più. Non so se l’abbia pensato anche Sokolov, ma certo chiudere un programma da concerto con l’Adagio in Si minore la dice lunga.
Il delizioso teatro dell’Aquila di Fermo era pieno all’inverosimile, il palco vicino al mio conteneva otto persone, il mio sei, in deroga a qualsiasi ottemperanza alla sicurezza, non so cosa sia successo, ma certamente era un piacere vedere un teatro cosi pieno. Complice il conservatorio che avrà attirato l’attenzione dei tanti giovani in sala. Complice il fatto che fosse l’unica data nel centro Italia a parte Roma. Complice anche una fondazione nata da appena cinque anni, il Circolo di Ave, che ha promosso il concerto e ha lavorato sicuramente bene.
Tra i bis (Brahms op.117/2, Chopin Mazurka in la minore, il secondo e il quarto dei Preludi op.23 di Rachmaninov, Chopin Preludio N.20, e il Bach-Siloti) dirò solo del Bach-Siloti staccato a un tempo più veloce di quanto gli si sente fare da tempo. Se possibile il legato della seconda voce, nella ripresa, era più cantante che mai, era più urgente che mai, era più insopportabilmente bello che mai.
Cristian