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Note a "Staccando l'ombra da terra" di Daniele Del Giudice

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I'm a Stanford student

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Feb 5, 1995, 10:05:18 PM2/5/95
to
NOTE A "STACCANDO L'OMBRA DA TERRA" DI DANIELE DEL GIUDICE

Sulle tracce di Saint-Exupery, a 50 anni dalla sua scomparsa, un altro
aviatore-scrittore (o scrittore-aereoplano?), Daniele Del Giudice, torna a
parlare di volo e di vita e di scrittura. E lo fa con un nuovo romanzo (sei
anni dopo "Il Museo di Reimes", Mondadori, 1988) ovvero con un lavoro che
rappresenta un approccio alla scrittura che si pone trasversalmente fra
racconto e esplorazione saggistica, in un confine sottile, con scivolamenti
silenziosi e precisi che richiamano in qualche modo l'ultimo Calvino (tra
"Palomar" e "Collezione di sabbia"), ma con una grana sentimentale e
psicologica piu' evidente e con un tessuto di fabula piu' netto.

Per chi ha seguito il lavoro di Del Giudice negli anni, "Staccando l’ombra
da terra" e’ insieme una conferma e una sorpresa. La conferma di una delle
scritture piu’ nitide e autoconsapevoli della nostra prosa contemporanea, e
la sorpresa di vedere che questa trasparenza, questo spessore della pagina,
questo “progetto” letterario e’ riuscito ad andare al di la’ del gia’
notevole approdo rappresentato da "Atlante occidentale" (Einaudi, 1985).

"Staccando l'ombra da terra" e’ un libro sul volo, come detto. Un libro sul
volo materiale e immateriale, sulle dinamiche aeree e sull'esercizio della
vita e della morte ad esso applicate. E' un libro - come spiega la quarta
di copertina - sulla «metamorfosi che trasforma a ogni decollo il metallo
in aeroplano e le manovre di volo in manovre della vita». Manovre intense,
lente e intense, guidato con perizia assoluta da un dispositivo di apparati
estremamente sapiente. Si sente l’occhio della scrittura addestrato a
posarsi sull’anemometro, sull’indicatore di quota o sul piano di volo, in
un senso complessivo di piccoli gesti di un’ala grande che prende vento. E
la prosa - pur parlando di tonnellate - e’ piu’ leggera e piu’ sciolta che
non, ad esempio, in "Lo stadio di Wimbledon" (Einaudi 1983). Si e’ portata
anch’essa in quota, in uno spazio di contemplazione piu’ vasto, non piu’ a
ridosso frenetico delle cose, e dei movimenti delle persone, ma con la pace
- e l’intensita’ - del volo, in uno sguardo ampio e geografico (una
geografia del territorio che diventa meteorologia dell'anima).

Questo dominio aereo e’ avvertibile anche nell’impressione di dissolvenza
delle cose attorno allo sguardo del narratore. Gli aeroplani non sono
guardati, come avveniva in "Atlante occidentale", dal di fuori (il dialogo
dei due protagonisti, Brahe e Epstein, in un hangar affollato di eliche e
bimotori), ma dal di dentro e in qualche modo non diventano piu’ oggetto ma
pensiero in azione. Di piu’. Radice sentimentale di questo pensiero che si
sforza di essere quanto mai esatto e puro e addestrato e modello di
comportamento feroce e ferreo.

Addestrato. "Staccando l'ombra da terra" si apre sul motivo
dell’iniziazione, dove il protagonista - a cui il narratore si rivolge al
"tu" - viene costretto a volare per la prima volta da solo dopo aver
commesso un errore che poteva essere fatale. Viene iniziato al volo e a un
pensiero tanto adeguato e padrone da sfiorare l’artificio. In un esercizio
di una competenza che non prevede distrazione, confidenza, fiducia ma solo
estrema vigilanza, cautela, reazioni che escludono l’istinto in favore di
una calibrata chirurgia dell’emozione (fare sempre il contrario di quello
che ci si sente di fare). Questo controllo traspare tutto in una pagina la
cui scrittura ha una sua esattezza minerale, calibrata al dettaglio. E
questi gesti, questa grammatica del corpo e del pensiero, viene poi
traslata come un piano d’assi, nella vita terrena, bipede, a contatto con
la propria ombra e diventa un modello etico, un esercizio di rigore e
controllo e attenzione rari al giorno d’oggi. Rari se non impossibili.
Se la padronanza delle armi della scrittura sono in pieno possesso di Del
Giudice, il suo interrogativo ad un certo punto diventa quello della
possibilita' in astratto di una conoscenza del pilota. E la risposta a
questo interrogativo e' negativa. Non esiste, nel mondo, nelle intricate
dinamiche della societa', una conoscenza paragonabile a quella
dell'aviatore. Non esiste la possibilita' di una conoscenza che permette di
articolare e comprendere e capire e dirigere la complessita' disarticolata
della nostra modernita'. E allora il pilota, il pensiero del pilota diventa
serbatoio per un pensiero tutto interiore, per una riflessione sul metodo
che assiste la propria vita e le proprie laceranti emozioni. «L'errore era
la specialita' del pilota, la tua disciplina, la tua materia». Un pensiero
dato al "tu" (il doppio ironico del protagonista) che consente a una
scrittura, che parlando di aeroplani e tecniche di volo rischia di
scorporarsi, di riprendere quota sentimentale, di scaldarsi attraverso
questo dialogo muto con se stessi e attraverso il calore folgorante della
memoria, che riporta in primo piano le ombre di un passato torturato, pieno
di vite spezzate.

Ma pur ritornando cosi' di frequente sulla caduta e sulla morte (la
scomparsa di Saint Exupery, Ustica, l’ATR precipitato a Conca di Crezzo nel
1987),"Staccando l'ombra da terra" non e’ un libro sulla morte, ma un volo
sul limite, su un limite precario sfilato sopra l’abisso. Un limite di
resistenza e di estrema densita’ emozionale e di pensiero. Il limite dove
tutti i gesti hanno un peso teso al grado massimo, dove ogni decisione si
coagula in un punto di densita’ estrema che rappresenta l’irreversibile
destino di questo pezzo di ferro - in uno schianto di calviniana leggerezza
- scagliato in quota.

Forse un limite anche della scrittura? Certamente l'operazione di Del
Giudice e' al limite, al limite della sua maturata bravura che li permette
di portare all'estremo la tensione della pagina virando in un senso o
nell'altro: bucando le nuvole sino a sopra la pioggia in un nitore
metallico dell'aria, caricando la penna di una purissima astrazione
terminologica che si impasta nell'assoluta precisione del riferimento,
ovvero precipitando nella foschia della paura senza appello e nelle
opacita' della vita che richiederebbe un pilota, un pilota che ti dia del
tu chiamandoti per nome e che ti porti in salvo, a ricongiungerti, infine,
con la tua ombra.


pierpaolo antonello

Maurizio MORABITO; Tel.6661

unread,
Feb 6, 1995, 12:42:26 AM2/6/95
to
In article <i'm-a-stanford-student-050295185946@meyer-mac-6>
i'm-a-stanfo...@leland.stanford.edu (I'm a Stanford student)
writes:

[crap deleted]

studente a stanford o no, mi meraviglio tu non conosca il casino che
compare a video quando usi caratteri non-US ASCII come le e accentate

ciao
maurizio

PS L'e-mail non funziona su quell'indirizzo...
--

Maurizio Morabito |"I for one could offer a lot of thoughts on any
maur...@nibh.go.jp| subject,but in many cases they would be based on
| speculation at best, or misinformation at worst"
Tsukuba, Japan | D.P.Chassin
http://www-bprc.mps.ohio-state.edu/cgi-bin/hpp?maurizio.html

Pierpaolo Antonello

unread,
Feb 6, 1995, 2:22:56 AM2/6/95
to
NOTE A "STACCANDO L'OMBRA DA TERRA" DI DANIELE DEL GIUDICE (Einaudi,
1994)

Sulle tracce di Saint-Exupery, a 50 anni dalla sua scomparsa, un altro
aviatore-scrittore (o scrittore-aereoplano?), Daniele Del Giudice, torna a
parlare di volo e di vita e di scrittura. E lo fa con un nuovo romanzo (sei
anni dopo "Il Museo di Reimes", Mondadori, 1988) ovvero con un lavoro che
rappresenta un approccio alla scrittura che si pone trasversalmente fra
racconto e esplorazione saggistica, in un confine sottile, con scivolamenti
silenziosi e precisi che richiamano in qualche modo l'ultimo Calvino (tra
"Palomar" e "Collezione di sabbia"), ma con una grana sentimentale e
psicologica piu' evidente e con un tessuto di fabula piu' netto.

Per chi ha seguito il lavoro di Del Giudice negli anni, "Staccando lombra


da terra" e' insieme una conferma e una sorpresa. La conferma di una delle
scritture piu nitide e autoconsapevoli della nostra prosa contemporanea, e
la sorpresa di vedere che questa trasparenza, questo spessore della pagina,
questo progetto letterario e riuscito ad andare al di la del gia
notevole approdo rappresentato da "Atlante occidentale" (Einaudi, 1985).

"Staccando l'ombra da terra" e un libro sul volo, come detto. Un libro sul
volo materiale e immateriale, sulle dinamiche aeree e sull'esercizio della
vita e della morte ad esso applicate. E' un libro - come spiega la quarta
di copertina - sulla metamorfosi che trasforma a ogni decollo il metallo

in aeroplano e le manovre di volo in manovre della vita. Manovre intense,


lente e intense, guidato con perizia assoluta da un dispositivo di apparati

estremamente sapiente. Si sente locchio della scrittura addestrato a
posarsi sullanemometro, sullindicatore di quota o sul piano di volo, in
un senso complessivo di piccoli gesti di unala grande che prende vento. E


la prosa - pur parlando di tonnellate - e piu leggera e piu sciolta che
non, ad esempio, in "Lo stadio di Wimbledon" (Einaudi 1983). Si e portata

anchessa in quota, in uno spazio di contemplazione piu vasto, non piu a


ridosso frenetico delle cose, e dei movimenti delle persone, ma con la pace

- e lintensita - del volo, in uno sguardo ampio e geografico (una


geografia del territorio che diventa meteorologia dell'anima).

Questo dominio aereo e avvertibile anche nellimpressione di dissolvenza


delle cose attorno allo sguardo del narratore. Gli aeroplani non sono
guardati, come avveniva in "Atlante occidentale", dal di fuori (il dialogo
dei due protagonisti, Brahe e Epstein, in un hangar affollato di eliche e
bimotori), ma dal di dentro e in qualche modo non diventano piu oggetto ma

pensiero in azione. Di piu. Radice sentimentale di questo pensiero che si


sforza di essere quanto mai esatto e puro e addestrato e modello di
comportamento feroce e ferreo.

Addestrato. "Staccando l'ombra da terra" si apre sul motivo

delliniziazione, dove il protagonista - a cui il narratore si rivolge al


"tu" - viene costretto a volare per la prima volta da solo dopo aver
commesso un errore che poteva essere fatale. Viene iniziato al volo e a un

pensiero tanto adeguato e padrone da sfiorare lartificio. In un esercizio


di una competenza che non prevede distrazione, confidenza, fiducia ma solo

estrema vigilanza, cautela, reazioni che escludono listinto in favore di
una calibrata chirurgia dellemozione (fare sempre il contrario di quello


che ci si sente di fare). Questo controllo traspare tutto in una pagina la
cui scrittura ha una sua esattezza minerale, calibrata al dettaglio. E
questi gesti, questa grammatica del corpo e del pensiero, viene poi

traslata come un piano dassi, nella vita terrena, bipede, a contatto con


la propria ombra e diventa un modello etico, un esercizio di rigore e

controllo e attenzione rari al giorno doggi. Rari se non impossibili.


Se la padronanza delle armi della scrittura sono in pieno possesso di Del
Giudice, il suo interrogativo ad un certo punto diventa quello della
possibilita' in astratto di una conoscenza del pilota. E la risposta a
questo interrogativo e' negativa. Non esiste, nel mondo, nelle intricate
dinamiche della societa', una conoscenza paragonabile a quella
dell'aviatore. Non esiste la possibilita' di una conoscenza che permette di
articolare e comprendere e capire e dirigere la complessita' disarticolata
della nostra modernita'. E allora il pilota, il pensiero del pilota diventa
serbatoio per un pensiero tutto interiore, per una riflessione sul metodo
che assiste la propria vita e le proprie laceranti emozioni. L'errore era

la specialita' del pilota, la tua disciplina, la tua materia. Un pensiero


dato al "tu" (il doppio ironico del protagonista) che consente a una
scrittura, che parlando di aeroplani e tecniche di volo rischia di
scorporarsi, di riprendere quota sentimentale, di scaldarsi attraverso
questo dialogo muto con se stessi e attraverso il calore folgorante della
memoria, che riporta in primo piano le ombre di un passato torturato, pieno
di vite spezzate.

Ma pur ritornando cosi' di frequente sulla caduta e sulla morte (la

scomparsa di Saint Exupery, Ustica, lATR precipitato a Conca di Crezzo nel


1987),"Staccando l'ombra da terra" non e un libro sulla morte, ma un volo

sul limite, su un limite precario sfilato sopra labisso. Un limite di


resistenza e di estrema densita emozionale e di pensiero. Il limite dove
tutti i gesti hanno un peso teso al grado massimo, dove ogni decisione si

coagula in un punto di densita estrema che rappresenta lirreversibile

marco trevisani

unread,
Feb 6, 1995, 4:46:45 AM2/6/95
to
In article <i'm-a-stanford-student-050295185946@meyer-mac-6>
i'm-a-stanfo...@leland.stanford.edu (I'm a Stanford student)
writes:

> NOTE A "STACCANDO L'OMBRA DA TERRA" DI DANIELE DEL GIUDICE


>
> Sulle tracce di Saint-Exupery, a 50 anni dalla sua scomparsa, un altro
> aviatore-scrittore (o scrittore-aereoplano?), Daniele Del Giudice, torna a
> parlare di volo e di vita e di scrittura. E lo fa con un nuovo romanzo (sei
> anni dopo "Il Museo di Reimes", Mondadori, 1988) ovvero con un lavoro che
> rappresenta un approccio alla scrittura che si pone trasversalmente fra
> racconto e esplorazione saggistica, in un confine sottile, con scivolamenti
> silenziosi e precisi che richiamano in qualche modo l'ultimo Calvino (tra
> "Palomar" e "Collezione di sabbia"), ma con una grana sentimentale e
> psicologica piu' evidente e con un tessuto di fabula piu' netto.

>>[quintali di parole deleted]

> Forse un limite anche della scrittura? Certamente l'operazione di Del
> Giudice e' al limite, al limite della sua maturata bravura che li permette
> di portare all'estremo la tensione della pagina virando in un senso o
> nell'altro: bucando le nuvole sino a sopra la pioggia in un nitore
> metallico dell'aria, caricando la penna di una purissima astrazione
> terminologica che si impasta nell'assoluta precisione del riferimento,
> ovvero precipitando nella foschia della paura senza appello e nelle
> opacita' della vita che richiederebbe un pilota, un pilota che ti dia del
> tu chiamandoti per nome e che ti porti in salvo, a ricongiungerti, infine,
> con la tua ombra.
>
> pierpaolo antonello

Insoma, elo belo o elo bruto?


marco trevisani
"It is probable that many things should happen
contrary to the probability" Agatone.

Pierpaolo Antonello

unread,
Feb 10, 1995, 2:43:39 PM2/10/95
to
Caro Marco,
spero inanzitutto di non aver fatto casino con la trascrittura di questo
messaggio.
Ti ringrazio per la sollecitazione e per le due "traduzioni" del mio ultimo
post. E a proposito vorrei correggere l'ultima:

>P.S. esiste poi anche la versione di una riga:
>"l'ultimo romanzo di Del Giudice e' carino". :-)

Direi piuttosto: l'ultimo romanzo di Del Giudice e' un bel libro
(rispondendo cosi' anche a Marco Trevisani).

Detto questo, dovrei ora prolungarmi in una serie di precisazioni che piu'
che un tentativo di difesa, vogliono essere un inizio di problematizzazione
del punto che hai sollevato
Sono perfettamente dÕaccordo sulla opacita' di molti testi di critica
letteraria, soprattutto italiana, ma questo si da per diversi motivi.

- Vorrei inanzitutto precisare che bisogna distinguere la Retorica dalla
cosidetta "antilingua", la lingua scorporata dal mondo e dalla vita.
Quella del 740 e del politichese a cui ti riferisci e' da ascriversi in
questa categoria e per capirlo basta leggersi il saggio di Calvino a
riguardo (in Una pietra sopra).
Per quanto riguarda la Retorica molti tendono ad averne una concezione
negativa, circoscrivendola ad una generica arte della persuasione,
dimenticando come invece la struttura retorica informi qualsiasi discorso.
E' impossibile parlare senza farne ricorso.

- Il modello di linguaggio informativo, pienamente aderente al proprio
riferimento e' quello scientifico. Ma accanto al piano denotativo il
linguaggio prevede quello connotativo, impossibile da evadere. Al di fuori
del discorso scientifico che tenta di appiattirsi contro
l'unidimensionalita' denotativa della lingua (per altro senza mai riuscirci
a pieno), ogni discorso ha un alone di connotazione non ben controllabile.
Scrivere e' un po' azionare questi due pedali. Nel caso della critica
letteraria si preme affondo sul secondo.

- Il mondo delle critica e' certamente un mondo autoreferenziale. Usa se
stesso per autosostenersi. E questo processo porta a sviluppare un proprio
linguaggio, se vuoi convenzionale. Come un biologo fa fatica a intendere un
discorso di meccanica quantistica, cosi' c'e' un margine di
convenzionalita' e di "ermetismo" anche in ambito critico.
Ti dico questo percheÕ la prima cosa che mi e' stata chiesta quando ho
dovuto "tradurre" parte della mia tesi di laurea in note critiche eÕ stata
quella di cercare "il tono" adeguato a questo. Questo pur essendo d'accordo
sul bisogno di un certo igiene mentale e lessicale.

- La poca trasparenza del dettato puo' dirti anche che la mia e' una
lettura critica debole, che non si pone il proposito di una analisi forte
sul testo che ne riveli una struttura precisa (nessun riferimento a
Vattimo).
C'e' un movimento di cautela e di arretramento. Le parole, i discorsi
agganciano probabilmente un significato, sono delle reti lanciate per
afferrare, forse, un pezzo di realta' del testo. Questa esitazione puo'
dare la schiusa a una lettura potenziata, pluridirezionale, del testo
critico. Esperienza mi insegna che a volte sono proprio questi testi a
essere piu' utili a penetrare certi motivi o chiavi di un romanzo. Indicano
semplicemtente una direzione, non puntano il dito con esattezza dicendo:
"qui".

- L'appunto che fai tu ovviamente mi sembra un altro: nel momento in cui la
critica si espone, si rivolge al pubblico deve tentare di essere piu'
chiara possibile. E su questo hai ragione. Come c'e' una divulgazione
scientifica, cosi' ci dovrebbe essere una attenzione maggiore alla
chiarezza da parte di chi scrive di letteratura, soprattutto su grossi
organi di informazione.

- A discolpa devo dire che la mia era esplicitamente una NOTA. Erano
appunti a margine, annotati dopo la lettura del testo. Non voleva essere
una recensione precisa, ne uno studio critico, ma delle prime segnalazioni,
prime intuizioni, tutte da organizzare e da avvalorare dopo ulteriori
letture e confronti. Quanto alla tua traduzione della mia risposta a Paolo
voglio dire che pur amettendo la mia verbositaÕ, alcuni passaggi, secondo
me, sono stati ridotti di senso e spessore. Esempio.

tu dici:
> citato. Il riferimento cardine e' pero' Conrad e il suo impasto di
> arte militare, dettaglio tecnico e avventura.

io ho detto:

>letterario che sta alle sue spalle - va pero' a Conrad che ha impastato con
>sapienza arte marinaresca, come tecnica e sapere consolidati e precisi al
>dettaglio, e avventura letteraria.

quell'arte come "tecnica e sapere" eÕ un riferimento esplicito a "Staccando
l'ombra" che ne e' intriso. "avventura letteraria" e' stato usato a
proposito, ed e' giocato proprio sul valore connotativo - se vuoi ambiguo -
delle parole: si vuol dire avventura come richiamo esplicito al plot
avventuroso di Conrad, ma si e' detto "avventura letteraria" per
sottolineare che c'e' anche una esplorazione interna al testo, che il
percorso evolutivo di uno scrittore e' scoperta e sfida. E' cosi'
confortante che le parole non abbiano un senso solo.

Per ora e' tutto. Probabilmente sono stato ancora noioso e verboso. ;-)


ciao, Pierpaolo

Vincenzo Della Mea

unread,
Feb 11, 1995, 3:52:22 AM2/11/95
to
Forse arrivo un po' in ritardo;

mi trovo solo parzialmente d'accordo con Marco Bertamini:

In article <D3nvp...@murdoch.acc.Virginia.EDU>, mb...@fermi.clas.Virginia.EDU
(Marco Bertamini) wrote:

> la letteratura italiana mi e' sempre sembrava molto piu' interessante
> della critica letteraria. La causa di cio', in gran parte, e' il
> linguaggio usato.

> leggendo alcuni tuoi passaggi. Cos'e' una "continuita' tradizionale"?
> O un "progetto letterario che sta alle sue spalle"?

> P.S. esiste poi anche la versione di una riga:
> "l'ultimo romanzo di Del Giudice e' carino". :-)

Sicuramente la letteratura e' piu' interessante della critica, almeno come
letteratura (la critica ha un suo linguaggio che non e' quello della
letteratura, e quindi non si puo' paragonare: lo sbaglio della scuola e'
cercare di avvicinare alla letteratura passando per la critica). Pero' non
basta usare un linguaggio semplificato per dire cose interessanti o
comprensibili; per esempio, la tua scherzosa versione di una riga (che
avevo postato qualche giorno fa in una forma simile) non dice cio' che
dice il resto del messaggio, o dice qualcosa di in fondo equivalente ma
destinato ad un diverso tipo di lettore.
In questo caso specifico mi sembra che l'articolo di Pierpaolo non fosse
certo fumoso, anche se senza dubbio era per chi Del Giudice l'ha letto e
ci ha pensato sopra o per chi, oltre che provare piacere nel leggere un
romanzo, prova anche piacere nel gioco di rintracciare radici e
riferimenti, per esempio.
La semplificazione a tutti i costi forse e' piu' pericolosa di un discorso
che non dice niente, perche' porta ad un appiattimento culturale come
quello che si puo' intravedere in certe trasmissioni televisive
nazionalpopolari (in cui per piacere ed essere capiti da tutti senza
sforzo porta a dei tristi risultati). Questo pericolo era gia' stato
compreso se non sbaglio da Pasolini.
Io francamente propendo sempre di piu' verso l'idea (lamarckiana?) che lo
sforzo produca avanzamento: non e' proponendo cose come Domenica In che ad
una persona vengono in mente cose nuove o profonde perche' la trasmissione
in se' e' costruita usando solo concetti ed anche parole che sono gia'
presenti nella testa della maggioranza degli spettatori. Quindi
l'informazione trasmessa e' zero o giu' di li'.

Tutto qua, tanti saluti e spero che questa thread di lunghezza inusitata
per l'argomento si riproduca anche sotto qualche altro titolo.

ENZO

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