Tucidide Guerra Del Peloponneso

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Patrice Mieczkowski

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Aug 3, 2024, 4:12:11 PM8/3/24
to sneerantilti

Il titolo dell'opera e la divisione in otto libri, realizzati dai filologi alessandrini, sono entrambi posteriori. Infatti, al testo viene attribuito anche il titolo di Storie, come per le Storie di Erodoto di Alicarnasso.

L'opera un profondo e analitico resoconto cronologico del conflitto che oppose fra il 431 a.C. e il 404 a.C. le due citt egemoni nell'antica Grecia, Sparta ed Atene, per il predominio di un'area geografica che si estendeva dall'Asia Minore a Oriente e che arrivava a Occidente nelle colonie greche della Magna Grecia.

I libri comprendono tre fasi precise del conflitto (e il I libro comprende un excursus sul cinquantennio di pace -Pentecontaetia- che precedette il conflitto diretto): lo scontro tra i due colossi Atene e Sparta dal 431 a.C. al 421 a.C., anno della pace stipulata dall'uomo politico e generale ateniese Nicia. La sventurata spedizione ateniese in Sicilia fu iniziata nel 415 a.C. e conclusa nel 413 a.C. con la distruzione della flotta nel porto di Siracusa da parte delle truppe del comandante spartano Gilippo. Infine, la prosecuzione del conflitto fino al 411 a.C.: qui si interrompe il racconto, probabilmente incompiuto. Nelle intenzioni di Tucidide la narrazione sarebbe dovuta proseguire fino alla fine della guerra, nel 404 a.C.

Tucidide esordisce con un breve "prologo", in cui racconta la storia della Grecia dall'invasione dei Dori alle guerre persiane, dall'avvento della democrazia di Pericle, fino all'attuale inizio della guerra del Peloponneso, specificandone le cause. Il libro dunque inizia, e si concentra particolarmente sulla presa di Sesto nel 478 a.C., e l'inizio della guerra vera e propria nel 431 a.C.. La parte finale del libro, dopo la presentazione dei fatti precedenti alla guerra, riguarda le nuove modifiche di governo della Lega peloponnesiaca (Sparta), e della situazione di travaglio ad Atene, dove Pericle dichiara guerra a Sparta. Le ultime parti riguardano alcuni punti oscuri della storia greca, come la morte di Temistocle, generale dell'armata greca contro la Persia, e di Pausania, re spartano.

Le prime operazioni di guerra, descritte nel libro, prevedono l'attacco a Platea da parte di Tebe, dacch la citt in accordo con gli ateniesi. Anche Sparta mobilita le forze alleate, ma Atene le respinge sulle coste del Peloponneso. I soldati ateniesi dunque si ritirano nella roccaforte, e Pericle celebra i caduti con un insolito discorso, elogiando e celebrando la superpotenza di Atene, dichiarando che la citt l'esempio stesso della perfezione sotto cui tutta la Grecia ed i suoi nemici devono sottostare. Il politico dunque esorta i combattenti ateniesi a sconfiggere Sparta, mentre prepara un nuovo attacco, ma improvvisamente scoppia un'epidemia di peste che decima la popolazione e le truppe della citt, uccidendo Pericle stesso.

Il territorio ateniese dell'Attica viene nel frattempo invaso dagli alleati "Peloponnesiaci", sebbene nell'alleata Mitilene scoppi una rivolta, sedata subito da Atene. Il politico anziano Cleone vorrebbe che Atene desse una punizione esemplare, radendo al suolo la citt, scontrandosi con l'opposizione di Diodoto. Atene punisce ugualmente gli abitanti di Mitilene, e Sparta risponde attaccando Platea. Atene allora decide di riunire sia i propri politici che quelli della nemica Sparta nell'isola di Corcira. Il dibattito acceso mette a nudo l'impossibilit di collaborazione dei democratici e degli oligarchici.

Sparta tenta un nuovo assalto nell'Attica, venendo fermato da Demostene a Pilo: infatti un contingente spartano viene catturato dagli ateniesi per ricevere informazioni, tuttavia presso Calcidica il capitano spartano Brasida sconfigge in un duro scontro gli ateniesi, costretti a ripiegare. Nel libro V, Tucidide narra la disfatta di Anfipoli, nella Calcidica, dove muoiono entrambi i generali delle due armate nemiche. L'anno il 421 a.C., e cos Atene e Sparta, stremate, decidono di stabilire una tregua: la pace di Nicia.

Dopo alcun anni di tregua, gli ambasciatori ateniesi si recano nell'isola di Melo, assai vicina strategicamente alle isole del Dodecaneso, sebbene sia stata fondata da Sparta. Il celebre dialogo tra i Meli e gli Ateniesi mostra, dal punto di vista di Tucidide, la spregiudicatezza e la spocchia di questi ultimi, che con la giustificazione di valori della democrazia, tentano di assoggettare tra i loro alleati gli abitanti dell'isola, impedendo a questi di opporsi o di discutere. In questo dialogo Tucidide evidenzia l'ipocrisia e l'ideale di imperialismo presente nella mentalit democratica ateniese.

Questa sorta di dialogo tra gli ambasciatori Ateniesi e le due citt era probabilmente un'opera a s, scritta dallo stesso Tucidide ed inserita successivamente. Indizi di ci sarebbero le nette differenze con il resto dell'opera e il cambio di registro da narrazione di eventi a dialogo vero e proprio.

La vicenda di Melo descritta in modo fazioso da Tucidide che vuole dipingere l'evento come exemplum del dispotismo ateniese sugli alleati. Ci indubbiamente vero ma l'autore si cura di omettere il particolare che fu Alcibiade stesso, l'erede politico di Pericle (che era visto in una luce positiva da Tucidide in quanto ideologicamente affini), a fare pressione affinch si applicasse la repressione totale nella piccola isola egea.

Inoltre l'autore distorce la realt dei fatti affermando che l'attacco all'isola fu ingiustificato mentre in realt sappiamo da fonti successive quali Isocrate[1] che il conflitto era iniziato durante la guerra del Peloponneso quando Melo si era staccata dall'alleanza ateniese violando come Scione e Mitilene le clausole dell'alleanza. Atene rispose con varie incursioni e Melo, verosimilmente, non potendo dichiarare guerra aperta alla lega, fin per avvicinarsi a Sparta inviandogli finanziamenti[2] durante il periodo della pace di Nicia. La vicenda si concluse con l'intervento ateniese a Melo e la distruzione della suddetta che, come si evince dalla stessa opera di Tucidide[3], aveva opposto una tenace resistenza nella speranza di ricevere aiuto dagli spartani (anche questo un indizio dei probabili rapporti stanziati tra Melo e Sparta in quegli anni).

I libri VI-VII narrano la spedizione di Atene a Siracusa, e la sua successiva e definitiva sconfitta. I Meli vengono umiliati e sconfitti dalla flotta ateniese, che successivamente si sposta sulle coste di Siracusa, cercando di assediare la citt. Il nuovo generale il controverso Alcibiade, personaggio scomodo nella societ ateniese. Durante il viaggio, tuttavia, Alcibiade costretto a tornare in patria per lo scandalo della mutilazione di busti di Hermes, di cui accusato. Alcibiade fugge cos a Sparta, dove si allea con il nemico di Atene. Il comando dell'armata ateniese viene affidato a Nicia e Lamaco, che per hanno la peggio in Sicilia. I soldati vengono sterminati, ed i prigionieri rinchiusi nelle Latomie, dove solo alcuni riescono ad ottenere la libert recitando i versi delle Troiane di Euripide.

La sconfitta degli ateniesi dovuta non solo alla strenua ribellione dei siracusani, ma anche grazie alle informazioni che Alcibiade ha fornito agli spartani, giunti in tempo a Siracusa, sotto il comando di Gilippo, che hanno sbaragliato senza preavviso la flotta degli Attici. L'anno il 413 a.C.

L'ultimo libro parla delle fasi finali della Guerra del Peloponneso. La notizia della disastrosa spedizione a Siracusa genera sgomento ad Atene, perch due satrapi, Tissaferne e Farnabazo, hanno annunciato la minaccia di un nuovo attacco alla Grecia da parte della Persia. Nel 411 a.C., Atene scossa da un colpo di Stato oligarchico, mentre i suoi alleati si rivoltano contro la citt, ormai sulla via del tramonto. Gli oligarchici instaurano il governo dei "Quattrocento", collegio formato inizialmente da 100 cittadini scelti per designare i 5000 Ateniesi aventi diritto alla cittadinanza, ma che, cooptati altri 300 membri, assunsero di fatto ogni potere, comprese l'attivit legislativa e l'elezione dei magistrati. Il resoconto di Tucidide s'interrompe bruscamente con la battaglia di Cinossema (settembre del 411), e si presume che il materiale che doveva essere aggiunto per completare l'opera sia stato usato da Senofonte per l'incipit delle sue Elleniche.

Al capitolo 26 del quinto libro si nota una brusca ripresa del nome dell'autore, seguita poi da una prima persona singolare non spiegabile (il cosiddetto "secondo proemio"): "Ma anche questi avvenimenti sono stati descritti dal medesimo ateniese Tucidide, di seguito come ciascuno avvenne, per estati e inverni, fino a quando i Lacedemoni e gli alleati posero fine all'impero degli Ateniesi e occuparono le lunghe mura e il Pireo. [...] Giacch io mi sono sempre ricordato, dall'inizio della guerra fino alla fine, che da molti si diceva che essa sarebbe dovuta durare tre volte nove anni. Io sopravvissi a tutta la sua durata, giudicando i fatti come me lo consentiva la mia et e osservando, per conoscere ogni cosa con esattezza. E mi capit di essere esiliato dalla mia terra [...]"[4]: molti commentatori antichi (ad esempio Marcellino e Timeo di Tauromenio) non si sono curati di questo forte stacco, utilizzando persino l'affermazione sui vent'anni di esilio dal 423 a.C. per stilare le biografie di Tucidide.

Eppure l'eventualit dell'esilio porta non pochi problemi nella ricostruzione della vita dell'autore: Aristotele, ad esempio, attesta che Tucidide aveva assistito al processo contro Antifonte nel 411 a.C., ben prima della fine dei supposti vent'anni; bisogna per considerare che dopo il disastro in Sicilia fu concessa un'amnistia generale nel 413, e di questa avrebbe potuto beneficiare anche Tucidide. Per risolvere questo problema, il filologo classico Luciano Canfora ha ipotizzato che a scrivere in V,26 non sia Tucidide, ma il redattore delle sue opere che, dopo la morte dell'autore avrebbe pubblicato i suoi lavori. E secondo la versione riportataci da Diogene Laerzio nelle sue Vite dei filosofi (Si dice anche che [Senofonte] si impossess segretamente dei libri di Tucidide, prima sconosciuti, e li pubblic lui stesso. [...])[5], il redattore in questione sarebbe Senofonte, al quale sarebbe quindi da riferire la notizia dell'esilio; si spiegherebbe cos anche l'interruzione nell'VIII libro e la mancanza del racconto degli ultimi anni della guerra, considerando dunque parte delle Elleniche di Senofonte (1-2, 3, 10) come materiale tucidideo, che in effetti mostra delle discrepanze rispetto al resto dell'opera.

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