Un testo rivolto a tutti coloro che intendono occuparsi di selvicoltura, utile supporto a studenti universitari ma anche tecnici forestali pubblici e privati, responsabili di aree protette, conduttori di aziende e imprese forestali e proprietari di boschi.
Coerentemente con questa concezione, la selvicoltura sistemica non fa riferimento a una determinata struttura. Il bosco è astrutturato perché non può essere strutturato a priori. La struttura è una proprietà emergente del bosco, ovvero una conseguenza delle interrelazioni fra interventi e reazione del sistema, intrinsecamente imprevedibile e continuamente mutevole nel tempo e nello spazio e, pertanto, non codificabile.
Al contrario di quanto sostiene Anfodillo, ritengo molto più preoccupante proporre di usare in modo predittivo in selvicoltura modelli che sono inevitabilmente semplificati a fronte della complessità dei processi e delle interazioni che avvengono non solo negli ecosistemi forestali ma anche nelle loro interrelazioni con i sistemi sociali ed economici.
Evidentemente Paci non ha pienamente compreso i principi che stanno alla base della teoria della selvicoltura sistemica che non fa, né può fare, riferimento ai tagli successivi, siano essi uniformi o su piccole superfici, perché questi rispondono sempre e comunque alla logica di regolarizzare il bosco in funzione di obiettivi, appunto, economici.
A ben guardare in molte zone del nostro Paese esiste una selvicoltura reale che si è evoluta al di fuori degli schemi della selvicoltura classica e di strumenti codificati di gestione, anzi quasi sempre in contrasto con questi.
La selvicoltura sistemica nasce dalla constatazione che è cambiato il paradigma di riferimento nella conservazione e gestione delle risorse naturali. Forse è proprio questo che ha suscitato tante critiche, perché, come ha scritto Grumbine ([23]), i concetti nuovi sono spesso visti come minacce allo status quo.
È indubbio che si è chiuso un ciclo: quello del bosco visto come una entità strumentale che può essere gestita secondo modelli predefiniti per assolvere determinati obiettivi. La storia ha dimostrato chiaramente che oltre due secoli di tentativi di rendere prevedibili i sistemi forestali hanno ridotto i boschi in piantagioni e trasformato la selvicoltura in arboricoltura da legno.
La selvicoltura dunque si basa sulle conoscenze scientifiche degli equilibri e delle caratteristiche degli ecosistemi forestali, naturali o creati dall'uomo, tanto che si può parlare di selvicoltura naturalistica, che si occupa della conservazione dell'ecosistema forestale per mantenerlo il più possibile simile a quelli naturali, subordinando allo scopo principale la quantità e qualità del prelievo di legname per usi commerciali; mentre si parlerà di selvicoltura agronomica riferendosi alla disciplina tecnica che cerca di conciliare le esigenze economico-produttive tendenti alla massimizzazione della resa in massa legnosa della foresta con le esigenze di mantenimento degli equilibri ecologici, geologici e ambientali del patrimonio boschivo.
È solamente nel XIX secolo che, in Francia, vengono teorizzati i concetti base della selvicoltura naturalistica, ovvero che i boschi devono essere gestiti "imitando i processi della natura ed accelerandone la sua opera"[7]. Da questo momento verrà data sempre maggior importanza alla rinnovazione naturale, alla creazione di strutture stratificate e, se opportune, a formazioni forestali miste.
Attualmente la selvicoltura naturalistica, in tutte le sue forme, sta diventando sempre più diffusa, andando gradualmente a sostituire l'applicazione dei tagli rasi con rinnovazione artificiale, ancora preponderanti in molte foreste del pianeta[8][9].
Tuttavia una spinta decisiva a questa filosofia colturale è stata data sia dalle nuove visioni scientifiche dei primi del XX secolo, in particolare all'approccio ecosistemico (olistico) per quanto riguarda il bosco e in genere tutti gli elementi del territorio, visti come ecosistemi interagenti tra loro, sia da cause culturali, quali la sensibilità ai problemi ambientali sviluppata a partire dagli anni settanta, sia da cause contingenti: in Italia queste cause sono rappresentate dall'abbandono delle campagne a partire dagli anni sessanta durante il fenomeno dell'urbanizzazione con conseguente invasione del bosco negli ex pascoli e nelle aree prima coltivate, e all'abbandono della selvicoltura classica che ha innescato il ritorno della vegetazione forestale potenziale, nonché le dinamiche dei rimboschimenti fatti negli anni venti - settanta arrivati a maturazione.
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