Si segnala per una recensione:
Anthony Kenny, "Wittgenstein, Bollati Boringhieri, 2016
Più
di altri sommi filosofi del Novecento nei quali la vulgata ci ha
abituati a contrapporre una «prima» e una «seconda» maniera, Ludwig
Wittgenstein è finito ingessato nella discontinuità tanto conclamata dai
suoi esegeti. Fra il Tractatus logico-philosophicus, unico libro
pubblicato in vita, e la massa degli scritti postumi su cui svettano le
Ricerche filosofiche, si è instaurato uno schema oppositivo che talora
appanna, invece di illuminare, lo sviluppo e gli esiti di una
riflessione di enorme presa sul pensiero contemporaneo. Anthony Kenny,
che di Wittgenstein è finissimo conoscitore, preferisce movimentare
questo quadro interpretativo: compie una ricognizione che entra in ogni
aspetto dell'opera filosofica, ne discrimina limpidamente le fasi, gli
stili concettuali contrastanti, le ascendenze, gli spostamenti
speculativi - dall'atomismo logico ai giochi linguistici, dalla natura
del linguaggio al suo rapporto con gli stati mentali e le forme di vita
-, e riesce nell'intento di elucidazione delle sostanziali differenze
anche grazie a una lettura continuista, che rileva i capisaldi mai
abbandonati. Innanzi tutto la concezione della filosofia non come
insieme di teorie o di risposte ai grandi quesiti esistenziali, bensì
come attività di chiarimento delle proposizioni non filosofiche intorno
al mondo, per prevenire gli sviamenti del linguaggio ordinario. Un
compito terapeutico, la cui finalità è sciogliere i «nodi del nostro
pensiero che noi stessi abbiamo intrecciato procedendo per non-sensi»