La condanna non è più unanime. Dopo l'11 settembre i nuovi apologeti
della tortura hanno trovato nella "guerra al terrore" il motivo per
giustificare una pratica mai dismessa che, negli ultimi anni, sembra
dilagare ovunque, nelle democrazie non meno che nei regimi dittatoriali.
Ma il "no" opposto dall'indignazione non basta più a difendere la
dignità umana offesa. In pagine intense, scritte con il suo stile chiaro
e incisivo, Di Cesare offre un quadro critico complessivo della
tortura. Ne indica il nesso stretto con il potere, ne mostra la presenza
anche nella democrazia.
Come lottare contro la tortura, se a delinquere è lo Stato? Filosofi,
scrittori, drammaturghi, registi, poeti vengono interpellati per
delineare un'inedita «fenomenologia della tortura» che mira a cogliere
la peculiarità di una violenza estrema, sistematica e metodica, dove il
carnefice calcola e misura il dolore per scongiurare che la vittima
muoia e per esercitare ancora il suo potere sovrano.
La tortura è, per la vittima, la propria morte esperita in vita.
Da Guantánamo ad Abu Ghraib, dal G8 di Genova agli anni di piombo, da
Giulio Regeni a tutti quei casi che hanno recentemente allarmato
l'opinione pubblica, la tortura viene esercitata in modo sempre più
sofisticato per poter essere negata; incombe ovunque un inerme si trovi
nelle mani del più forte: nelle carceri, nei reparti psichiatrici, nei
campi per gli stranieri, negli ospizi, nei centri per disabili, negli
istituti per minori.
E l'assenza di un reato la favorisce.
Saluti
Giovanni