Si segnala per una recensione:
Pierre Hadot, "Wittgenstein e i limiti del linguaggio", Bollati Boringhieri, 2016
Un'arte di vivere, un esercizio spirituale: ecco, secondo Pierre Hadot,
la vocazione del pensiero antico. Dalla sua finalità eminentemente
pratica avrebbe poi preso le distanze la svolta teoretica della
modernità, posta sotto il dominio dell'astrazione concettuale.
Su questa visione di Hadot, che ha contribuito come poche altre a
reinterpretare le grandi scuole filosofiche dell'antichità,
ebbe influenza una figura lontanissima dal suo ambito disciplinare, con
cui qui si salda il debito. Negli anni cinquanta del Novecento,
assorbito dallo studio del tardo neoplatonismo, Hadot incontra la
filosofia del linguaggio di un contemporaneo pressoché sconosciuto in
Francia, Ludwig Wittgenstein, e vi scopre una impensata affinità con
l'esegesi che egli va compiendo dei testi mistici. Il logico e il
mistico, il dicibile e l'indicibile reclamano dei regimi distintivi, sia
per Hadot sia per Wittgenstein. E in entrambi la riflessione sui limiti
del linguaggio si associa a una concezione della filosofia orientata
alla forma di vita, non alla pura dottrina. Nei due capolavori di
Wittgenstein, il Tractatus logico-philosophicus e le Ricerche
filosofiche, tradizionalmente contrapposti, Hadot vede infatti all'opera
il tentativo della filosofia - «malattia del linguaggio» - di procedere
a un'autoterapia, ossia di guarire da se stessa. Dai discorsi
filosofici occorre risalire alla forma di vita che li generati. «È in
quest'ottica che ho cominciato a parlare di esercizi spirituali per designare un'attività, quasi sempre di ordine
discorsivo, sia razionale o immaginativa, destinata a modificare in sé e
negli altri il modo di vivere o di vedere il mondo».
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