Questo
post proviene dall’esperienza diretta degli ultimi due mesi di scambi
di mail e di conversazioni in chat con ragazzi che mi hanno fatto capire
quanto sia difficile creare un rapporto personale profondo con l’altro,
per il permanere di pregiudizi legati alla visione tradizionale della
vita affettiva.
Il
discorso merita molta attenzione perché spesso le incomprensioni, la
tendenza alla drammatizzazione e alla esasperazione dei toni, e peggio
ancora la tendenza ad interventi invasivi e poco rispettosi della
persona dell’altro, contribuiscono concretamente all’aumento della
dimensione problematica di certi fatti, che andrebbero invece capiti
mettendo da parte i preconcetti.
L’analisi
psicologica “standard” dei significati dei comportamenti, cioè
l’analisi condotta sulla base di modelli “standard”, andrebbe
ridimensionata a vantaggio di una comprensione più genuina e umana, cioè
meno legata a pregiudizi e a modelli, più rispettosa dell’altro e nello
stesso tempo più profonda dell’essere gay e delle relazioni affettive
che in questo ambito si possono creare.
Se
per un verso la dimensione emotiva è fondamentale e ci distingue dalle
macchine, per l’altro verso l’emotività, secondo la visione standard,
andrebbe controllata per evitare che dia luogo a fenomeni ansiosi che
creano disagio e che complicano inutilmente la vita.
È
difficile per tutti mantenere un vero equilibrio tra razionalità e
affettività ma per i ragazzi gay non è raro arrivare a estremizzare i
ragionamenti e a vedere le cose o in bianco totale o in nero totale
senza nessuna sfumatura intermedia.
Espressioni
come: l’amore non esiste, esiste solo l’egoismo, oppure: tutti mi
dicono di volermi bene ma stanno solo cercando qualcosa per sé, perché
tutti sono egoisti, sono complementari ad espressioni come: io non potrò
mai innamorarmi di nessuno perché sono radicalmente egoista e penso
solo a me stesso. In tutte queste frasi domina un estremismo radicale: o
tutto o niente, e siccome l’esistenza degli affetti è considerata solo
una favola, la visione apparentemente razionale consiste nel prendere
atto dell’egoismo universale come regola di vita.
Alla
base di tutti questi ragionamenti ci sono molto probabilmente delusioni
affettive forti o esigenze affettive che non è facile soddisfare con le
ordinarie relazioni interpersonali, anche con le ordinarie relazioni
d’amore, perché la convivenza in coppia ha delle regole, richiede forme
di adattamento alla realtà dell’altro, che non è mai lo specchio fedele,
momento per momento, dei nostri desideri, cose che per un ragazzo che
ragiona in termini radicali, che escludono per principio qualunque forma
di compromesso, sono difficilissime da realizzare.
Va
aggiunto che per certi ragazzi la tendenza all’analisi astratta dei
fatti è dominante e procede in modo implacabile verso la demolizione del
significato dei rapporti affettivi, che sono visti in termini astratti
come forme di debolezza e di dipendenza dall’altro alle quali bisogna
abituarsi a resistere.
Tuttavia
al di là di questi ragionamenti radicali, in questi ragazzi c’è
comunque un’esigenza affettiva profonda, che si manifesta in
comportamenti che sono in netta contraddizione con le certezze logiche
così marcatamente affermate, ma questa esigenza viene combattuta come
una forma di debolezza e di schiavitù. A seconda del prevalere della
dimensione affettiva fortemente auto-repressa o di quella razionale
astratta si percepiscono forti oscillazioni dell’umore che danno a chi
le vive il senso della propria inaffidabilità e quindi della
inettitudine alla vita di coppia.
Spesso
la sessualità prende il posto dell’affettività e diventa quasi una
forma di affermazione della propria libertà di agire al di fuori dei
coinvolgimenti affettivi. Va chiarito che situazioni come quella
descritta si presentano tipicamente nei momenti di crisi della vita
affettiva, quando un legame stabile, durato anni, viene meno, il
meccanismo stesso che porta alla fine del legame di coppia, cioè la
percezione della insoddisfazione, è vissuto quasi con sensi di colpa ma
anche con forti esitazioni: per un verso si vuole chiudere il rapporto
di coppia perché rappresenta un vincolo e una limitazione della propria
libertà e per l’altro si percepisce, anche se in modo oscillante,
l’importanza di quel rapporto che pure, teoricamente, si vuole chiudere
ed è proprio su queste oscillazioni che il pensiero si concentra e che
la sofferenza si acuisce.
Tralascio
il fatto che stati emotivi così turbati possono creare difficoltà negli
studi, nei rapporti con gli amici e con la famiglia e possono dare
l’avvio ad una serie di reazioni a catena che può peggiorare
sensibilmente le cose.
Che
cosa è possibile fare in concreto? Francamente me lo sono chiesto
parecchie volte e non ho trovato risposte convincenti al 100%. Data la
coincidenza di questi stati emotivi con i momenti della crisi di coppia
(siano gli stati emotivi causa o effetto della crisi di coppia),
verrebbe spontaneo pensare che l’avvio di nuovi rapporti affettivi possa
essere capace di catalizzare un ritorno ad una affettività meno
estremizzata. Resta però che i nuovi rapporti, che potrebbero partire
sul piano sessuale, difficilmente assumerebbero una dimensione
affettiva, data la resistenza forte di fronte all’affettività.
Aggiungo
che quando la sessualità diventa un modo per supplire ad un’affettività
che è comunque respinta, la sessualità si carica di valenze che per il
partner sono estremamente difficili da capire e questo non facilita i
nuovi rapporti di coppia.
Prendere
l’iniziativa sessuale, in questa ottica, significa farsi valere senza
cedere all’affettività e lasciare l’altro non appena si presenta la
possibilità che il rapporto assuma anche un valore affettivo diventa
segno di autonomia e di indipendenza affettiva, fermo restando che si
tratta di autonomia e di indipendenza teorica che poi, di fatto, non
allevia il dolore del distacco.
Ecco
che allora torna ad emergere il valore della semplicità. Chi sta vicino
a ragazzi che vivono queste situazioni, che non sono affatto rare, non
può tentare la via del ragionamento perché in termini strettamente
logici il ragionamento astratto “aut-aut” ha tutta l’apparenza
dell’evidenza assoluta, tipo: il determinismo assoluto è un dato fisico,
noi quindi siamo rigidamente programmati! Controbattere questa
affermazione in termini astrattamente logici non ha senso ma la
debolezza di questa affermazione sta proprio nel fatto è astrattamente
logica, se il determinismo fosse e fosse percepito come assoluto, il 99%
dei prodotti della mente umana non avrebbe alcun senso. Quindi, messi
da parte gli strumenti di carattere logico, che d’altra parte sono
quelli che in questi ragazzi tendono a svalutare la vita affettiva,
l’unica cosa che ha realmente un senso resta proprio una presenza
affettiva “debole”, cioè una presenza che non metta in dubbio l’assoluta
libertà dell’altro, che non lo obblighi a nessuna scelta e a nessuna
coerenza.
Va
chiarito che questi ragazzi, che, almeno in certe fasi, presentano veri
problemi di disadattamento sociale, sono comunque portatori di un
pensiero autonomo e divergente spesso assolutamente originale e
coerente, in altri termini, il disadattamento deriva dal fatto che le
reazioni emotive e l’affettività di questi ragazzi non si conformano
agli standard, questo per un verso provoca sofferenza ma per l’altro,
quando si stabilisce un contatto umano serio, permette di scoprire
orizzonti del tutto nuovi e inediti della vita affettiva, non riducibili
ai comuni denominatori che governano in genere l’affettività. In altri
termini la sofferenza di questi ragazzi coincide con lo sforzo di creare
un loro sistema autonomo e originale di pensiero, molto meno
condizionato da standard e da preconcetti. Si tratta di un’opera molto
difficile di preservazione del sé, che urta contro preconcetti e modelli
standard di comportamento e che tende ad evitare l’ingabbiamento in
quegli standard.
Parlare
con questi ragazzi spiazza l’interlocutore perché lo mette di fonte ad
un’affettività e ad un pensiero razionale realmente autonomi. Mantenere
questi livelli di autonomia è difficile perché la socializzazione, che
tende a stabilizzare l’affettività, tende anche a standardizzarla e a
ricondurla a modelli di comportamento accettati. La fatica di dare alla
luce un pensiero autonomo e un’affettività senza sovrastrutture produce
sofferenza e senso di isolamento, ma permette, quando le permette, forme
di scambio e di dialogo uniche.
C’è
un atteggiamento che in genere manda in bestia questi ragazzi ed è
quello del paternalismo di quelli che pensano di avere capito tutto e di
avere la ricetta buona per tutte le situazioni. Paternalismo significa
sostanziale incomprensione e sottovalutazione e addirittura valutazione
in chiave patologica degli sforzi che questi ragazzi mettono in atto per
rimanere se stessi e non finire standardizzati perdendo la loro
individualità che è un valore assoluto.
Con
questi ragazzi il dialogo può esistere solo alla pari, cioè solo se
l’interlocutore accetta onestamente di confrontarsi cercando di aprirsi
anche a cose che al primo contatto non capisce affatto. La semplicità,
cioè la capacità di mettersi in gioco senza riserve, è allora la prima
caratteristica per creare un dialogo proficuo. Chi ha in mente di
risolvere i problemi dell’altro senza capire lo sforzo, la sofferenza e
il lavoro di ricerca che è nella mente dell’altro, negherà all’altro
l’apporto di un confronto costruttivo e a se stesso una importantissima
possibilità di crescita umana.
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