Partito di Alternativa Comunista
Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale
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www.alternativacomunista.org
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28/03/2015
Verso il IV Congresso del Pdac
Un partito sempre al fianco di chi lotta
Intervista a Fabiana Stefanoni
(responsabile del lavoro sindacale)
a cura della redazione web
In vista del IV Congresso del Pdac, incontriamo e intervistiamo oggi
Fabiana Stefanoni, membro dell'esecutivo nazionale. Fabiana, tu sei
responsabile del lavoro sindacale e operaio del Pdac. Che analisi fai
dell'attuale quadro sindacale in Italia?
Nel rispondere alla prima parte della domanda rischio di essere
ripetitiva, perché hanno già detto l'essenziale i compagni che mi hanno
preceduta in questo ciclo di interviste [le interviste precedenti, a
Ricci e Lotito, si possono leggere sul sito web
www.alternativacomunista.org, ndr). Penso che attualmente sia ancora
forte il controllo che le direzioni sindacali opportuniste e
burocratiche esercitano sulla classe lavoratrice. Gli apparati di Cgil,
Cisl e Uil dirigono la stragrande maggioranza della classe lavoratrice e
conservano per ora il monopolio dell’agitazione delle grandi masse
proletarie. In particolare, la classe operaia industriale, che è quella
che esercita un ruolo centrale nel sistema produttivo, per ora non
conosce significativi fenomeni di rottura rispetto agli apparati
tradizionali: basta pensare al ruolo della Fiom tra i metalmeccanici.
E come spieghi questa capacità di controllo da parte delle burocrazie
sindacali sulla classe lavoratrice?
Questo enorme potere degli apparati sindacali concertativi non ha
paragoni nel resto d'Europa: è un fenomeno che penso abbia precise
radici storiche. Negli anni Sessanta e Settanta, i principali settori
della classe operaia di fabbrica, nei grandi poli industriali del Paese
(Piemonte-Lombardia-Veneto), hanno dato vita a lotte radicali e di massa
che, per anni, sono sfuggite totalmente al controllo delle direzioni
sindacali burocratiche. E' proprio in virtù di quelle lotte - spesso
promosse da militanti delle organizzazioni della cosiddetta "estrema
sinistra" - che la borghesia italiana è stata costretta a fare
concessioni significative in un contesto capitalistico: dallo Statuto
dei lavoratori (ottenuto dopo 15 milioni di ore di sciopero a Mirafiori
nel solo 1969) al riconoscimento dei consigli di fabbrica fino a
numerose concessioni sul terreno dei servizi pubblici e sociali (scuola,
sanità, casa).
Tuttavia, il fallimento di quella stagione di lotte - dovuto in primo
luogo, a nostro avviso, alla mancanza in Italia di un partito
rivoluzionario e internazionalista con influenza di massa - ha finito
per portare nuova linfa agli apparati sindacali tradizionali, che hanno
saputo approfittarne per consolidare il loro ruolo di mediazione tra
padroni, classe lavoratrice e governi borghesi. Parafrasando Lenin,
questi "agenti della borghesia nel proletariato" hanno rafforzato il
loro ruolo di pompieri. Oggi gli effetti di questo processo sono sotto
gli occhi di tutti: i padroni si stanno riprendendo quello che erano
stati costretti a concedere, dallo Statuto dei lavoratori (si pensi al
Jobs Act) agli spazi di rappresentanza sindacale (Testo unico sulla
rappresentanza): e le direzioni di Cgil, Cisl e Uil non hanno nessuna
intenzione di alzare il livello dello scontro.
Parli di Cgil, Cisl e Uil, ma è noto, ed è stato oggetto di una campagna
di solidarietà internazionale che ha coinvolto centinaia di lavoratori,
che sei stata espulsa da un sindacato che si dice "di base", Usb... Cosa
vuoi ricordare di quella vicenda?
Penso che sia una vicenda emblematica, purtroppo. Ci dice che, anche al
di fuori degli apparati di Cgil, Cisl e Uil il quadro non è roseo. E
questo va al di là della mio caso. Quell'espulsione era un pretesto per
eliminare una componente scomoda all'interno del sindacato, che
conduceva una battaglia per l'unità del sindacalismo di base e per la
democrazia interna, di cui io ero una figura riconosciuta. Ci tengo però
a sottolineare come questa vicenda rimandi a un problema che non
riguarda solo Usb (tra l'altro, ho avuto molta solidarietà da parte di
tanti attivisti di quel sindacato): è un problema di gran parte del
sindacalismo conflittuale e di base in Italia. I sindacati "di base"
sono nati sull'onda di dure lotte auto-organizzate, tra la fine degli
anni Settanta e i primi anni Novanta. Inizialmente, nel vivo dei
conflitti, portavano con sé tutte le caratteristiche positive delle
lotte che rappresentavano: discussione democratica nelle assemblee,
radicalità, unità di classe. Col rifluire delle lotte, si sono imposte
spesso logiche di apparato, non certo paragonabili a quelle dei grandi
sindacati concertativi, ma comunque di ostacolo allo sviluppo delle
mobilitazioni: settarismi e autoreferenzialità; carenza di dibattito
democratico e di momenti assembleari o congressuali; assenza di
democrazia operaia (ovverosia di discussione con i lavoratori delle
scelte dei sindacati, imposte invece dall'alto); nessun vincolo di
mandato per i sempiterni leader nazionali (a volte vecchissimi leader,
senza nessun ricambio nonostante il passare dei decenni...). Tutto
questo ha contribuito a creare frammentazione delle lotte, con
l'incapacità spesso di creare persino momenti di solidarietà reciproca o
scioperi unitari.
Dipingi un quadro sindacale che non è sicuramente positivo. Non vedi
elementi positivi, in controtendenza?
Ne vedo molti, e credo che se, nonostante tutti questi ostacoli, si
aprirà finalmente una stagione di lotte e di massa, alla fine saranno
gli aspetti positivi a prevalere. Prima di tutto, la base dei sindacati
- sia quelli conflittuali che quelli concertativi - ha dimostrato di
saper andare al di là delle indicazioni dei propri dirigenti nazionali.
Voglio citare la straordinaria esperienza di No Austeriy, dove realtà
sindacali e di lotta appartenenti a sindacati diversi si sono unite in
uno stesso coordinamento, mettendo al primo posto la solidarietà
reciproca e la costruzione dell'unità delle lotte rispetto alle logiche
settarie o di apparato. E voglio anche ricordare che, in alcuni settori,
in particolare quello della logistica e delle cooperative, gli operai
hanno deciso di organizzarsi con il sindacato di base e conflittuale,
mettendo in scacco non solo padroni e padroncini, ma anche i burocrati
di Cgil, Cisl e Uil. Questi operai hanno animato le lotte più dure degli
ultimi anni e, anche grazie al coordinamento No Austerity, hanno
costantemente ricevuto la solidarietà di operai e lavoratori di altri
sindacati: fianco a fianco nelle lotte davanti ai cancelli contro il
comune nemico (i padroni) e indipendentemente dall'appartenenza sindacale.
Torniamo all'imminente IV Congresso di Alternativa Comunista. Da aprile
inizieranno le assemblee interne e pubbliche, poi i congressi locali e
quindi il congresso nazionale, convocato per metà maggio. Un tema
importante sarà quello sindacale. Che bilancio fai dell'intervento
sindacale del Partito?
Nel rispondere a questa domanda mi viene un po' da sorridere pensando
che una delle accuse che ci fanno i nostri detrattori è che saremmo
"settari". Sorrido perché i militanti del Pdac sono sempre presenti
nelle lotte, a tanti picchetti, alle manifestazioni: partecipano
attivamente alla costruzione dei coordinamenti di lotta e delle
mobilitazioni, mettendo le nostre energie militanti a disposizione del
rafforzamento dell'unità della classe lavoratrice. Gli operai, i
precari, gli immigrati, le donne, i lavoratori in lotta ci conoscono per
il nostro impegno militante al loro fianco. Per questo faccio un
bilancio positivo del nostro intervento sindacale: abbiamo probabilmente
fatto sbagli e errori, e ne discuteremo a fondo in questo congresso,
come siamo abituati a fare, ma siamo sempre al fianco di chi lotta, e
non solo a parole. Siamo settari solo nel senso che, a differenza di
tanti altri, siamo intransigenti nella difesa delle posizioni che
portiamo nelle lotte – unità e indipendenza della classe, democrazia
operaia, necessità di una prospettiva socialista – e, per questo, di
solito risultiamo sgraditi ai burocrati, piccoli e grandi, che hanno
interessi materiali da difendere e dunque sostengono altre parole
d’ordine. Non mi pare casuale il fatto che subiamo spesso attacchi dalle
direzioni sindacali, con espulsioni, emarginazione, estromissioni dagli
organismi dirigenti, ecc: i dirigenti opportunisti ci vedono come una
minaccia, perché con le nostre rivendicazioni mettiamo in discussione i
loro piccoli privilegi. Ma i lavoratori e gli attivisti sindacali
combattivi capiscono chi sta dalla loro parte: è il loro giudizio quello
che ci interessa.
Tu sei una precaria della scuola, e in questi giorni si parla molto
della "Buona scuola" di Renzi. Quale giudizio ne diamo?
Sono una precaria della scuola da circa dieci anni. Si parla troppo poco
della condizione dei precari della scuola in Italia. Siamo un esercito
di circa 300 mila, ogni anno veniamo licenziati a giugno e dobbiamo
aspettare l’assunzione in autunno. La condizione dei precari si è
aggravata negli ultimi anni, a causa dei pesanti tagli alla scuola
pubblica imposti dai governi di centrodestra, centrosinistra e
"tecnici". I posti per le supplenze si sono ridotti e gli stipendi
arrivano sempre più in ritardo (talvolta anche di tre o quattro mesi).
Oggi con la “cattiva scuola” di Renzi la condizione della scuola
pubblica si aggrava: si vogliono trasformare le scuole in aziende,
dirette da presidi-sceriffi che possono decidere chi assumere e chi no,
chi trasferire e chi licenziare. Si aprono ulteriormente le scuole ai
finanziamenti dei privati, di fatto cancellando la gratuità
dell’istruzione pubblica. Soprattutto, dal nostro punto di vista di
precari, spacciano per assunzione di migliaia precari quello che invece
è un licenziamento di massa: se passa questo disegno di legge, saremo in
decine di migliaia ad essere di fatto licenziati e per noi non ci sarà
nessuna possibilità di lavoro nella scuola. Ma siamo sul piede di guerra
e stiamo organizzando assemblee e proteste in tutte le città d’Italia:
siamo agguerriti e convinti che con la lotta possiamo respingere questo
disegno di legge.
Per finire, torniamo ad Alternativa Comunista. C’è qualche cosa che
vorresti cambiare del partito? Esprimi un desiderio...
Non siamo autocelebrativi: sappiamo che siamo ben lontani dall’obiettivo
di costruire quel partito della classe lavoratrice che servirebbe subito
in Italia. Ma siamo parte di un’organizzazione internazionale, la Lega
Internazionale dei Lavoratori (Lit), che sta crescendo e, in altri Paesi
– e non di secondaria importanza, come il Brasile, uno dei più grandi
del mondo – sta dirigendo importanti processi di ascesa delle masse.
Questo ci incoraggia e ci consente di ragionare in un quadro più ampio,
internazionale. Ma, per finire con un’autocritica costruttiva, voglio
dire che sì, c’è una cosa che vorrei cambiare nel mio partito: vorrei
che ci fossero più donne nei nostri organismi dirigenti e nella nostra
base. Il maschilismo della società in cui viviamo, che è strettamente
connesso allo sfruttamento capitalistico, allontana le donne
dall’attività politica e sindacale, o perché le costringe a dedicarsi
prioritariamente alla cura dei figli e degli anziani (e ciò è sempre più
evidente con i tagli alle strutture pubbliche), o perché le vuole dedite
ad altre attività, ritenute più adatte alle donne. E’ un maschilismo
che, in questo contesto di crisi capitalistica, diventa sempre più
feroce, come dimostrano le continue violenze ai danni delle donne e il
drammatico aumento dei femminicidi. Le organizzazioni del movimento
operaio non ne sono immuni, tanto più se non si fa un intervento
specifico su questo terreno: le compagne dirigenti o attiviste, nei
sindacati così come nelle organizzazioni politiche, sono sempre poche e
spesso si devono scontrare con atteggiamenti maschilisti, anche nei
compagni.
Oggi come donne del Pdac stiamo cercando di organizzarci per costruire,
fuori e dentro il partito, una lotta contro il maschilismo. Una
battaglia che conduciamo, all’esterno, fianco a fianco con le Donne in
Lotta di No Austerity. E, per quanto riguarda il partito, il tema della
lotta delle donne sarà uno dei temi centrali del IV Congresso.
Anche qui abbiamo l’esempio positivo di altre sezioni della nostra
internazionale, la Lit, che considera la lotta al maschilismo una delle
priorità. Ho partecipato come ospite all’ultimo congresso del Pstu in
Brasile, la più grande sezione della nostra internazionale, ed è stato
motivo d’orgoglio vedere che, anche grazie all’esperienza di anni di
lotta organizzata contro il maschilismo, la maggioranza dei delegati al
congresso erano donne, così come di donne è composta la maggioranza del
gruppo dirigente. Che anche in Italia possa presto essere così, nel
nostro partito: non è solo un desiderio ma un obiettivo che siamo
impegnate e impegnati a realizzare.
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