Partito di Alternativa Comunista
Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale
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24/04/2015
25 Aprile
La Resistenza determinante (e censurata) delle donne
di Patrizia Cammarata
In Italia l’eroica guerra partigiana contro il fascismo, la Resistenza,
ha subito almeno due tradimenti: da una parte fu un processo
rivoluzionario tradito e rimasto incompiuto a causa della direzione
stalinista del Pci (Partito Comunista italiano) di Palmiro Togliatti che
ne favorì l’esaurimento e condivise con i partiti della borghesia la
restaurazione dell’ordine capitalistico (quello stesso ordine che fino a
qualche mese prima aveva sostenuto il regime fascista e ne aveva tratto
immensi profitti a danno della classe lavoratrice); dall’altra ci fu il
tradimento nei confronti delle donne partigiane, attraverso il silenzio,
che per molto tempo è sceso, sul ruolo non secondario che hanno avuto le
donne nella sconfitta del nazifascismo.
Per molto tempo si parlò di “contributo” delle donne, non di
“appartenenza” alla guerra civile.
Nonostante le numerose inchieste e studi che, a partire soprattutto
dagli anni Settanta, vollero rendere giustizia a quelle compagne
coraggiose, ancora oggi nell’immaginario collettivo di gran parte della
popolazione italiana le donne partigiane sono state un’appendice della
Resistenza, importante, commovente, ma non determinante. Una Resistenza
dimenticata, per un lungo periodo, attraverso la censura di foto e di
testimonianze nelle quali le donne emergevano come protagoniste, foto e
testimonianze che erano la prova che le donne non furono solo
crocerossine, ma staffette, combattenti, organizzatrici di scioperi,
dirigenti di gruppi partigiani.
All’interno dei cortei di partigiani, vittoriosi e acclamati dalla folla
che sfilarono nelle città liberate dall’aprile 1945, di donne, però, se
ne videro poche. Alle partigiane torinesi delle brigate Garibaldi fu
impedito di sfilare dal partito perché il Pci “ci teneva ad accreditarsi
come forza rispettabile”; in altre città furono i capi brigata a
consigliare alle compagne di non sfilare, o almeno di farlo senza armi,
oppure di farlo vestite da crocerossine.
Il corpo femminile era sempre stato visto come un corpo incapace di
armarsi, il fascismo aveva imposto alla donna l'esclusivo ruolo di
madre-casalinga a sostegno della forza nazionalista dello Stato e
durante il periodo fascista le donne avevano dovuto assumere il ruolo di
portatrici d’interessi privati, d’interessi che concernevano la sola
sfera familiare. La questione demografica fu affrontata in nome del
superiore interesse dello Stato, la donna doveva partorire molti figli,
che sarebbe serviti nelle guerre, e il regime riconobbe solo due
movimenti femminili: quello fascista e quello cattolico.
Dopo la parentesi della guerra civile, la Resistenza, che vide le
partigiane in prima linea, l’Italia tradizionalista ed ipocrita respinse
il protagonismo delle donne e circondò le partigiane d’imbarazzo ed
ironia, guardando al loro contributo con disagio e come elemento di
pericolosa trasgressione ai ruoli secolari. Le malignità più volgari le
perseguitarono per molto tempo, indicate come le “femmine dei
partigiani”, “ quelle che i partigiani portavano nel bosco”.
A parte il diritto di voto e la parità di genere, sancita dall'articolo
tre della Costituzione, riconosciuto alle donne dopo la Liberazione,
nella realtà dei fatti, nel dopoguerra le donne tornarono indietro,
furono ricacciate nella sfera domestica, non solo quelle che avevano
fatto la Resistenza ma anche quelle che avevano lavorato nelle fabbriche
e che nella famiglia avevano avuto un ruolo primario “di capofamiglia”
al posto degli uomini lontani, nei fronti di guerra.
I molteplici ruoli delle donne nella Resistenza
Eppure le donne antifasciste si distinsero per coraggio e
determinazione, come è confermato da centinaia di episodi, come nella
famosa giornata del 16 ottobre 1941 a Parma, quando un gruppo di donne
diede assalto ad un furgone del pane e centinaia di operaie uscirono
dalle fabbriche per manifestare in tutta la città.
Durante la Resistenza non solo le donne imbracciarono le armi, alcune
diventando anche Comandanti di Brigata e partecipando ad azioni di
guerra, non solo furono numerose le fabbriche dove le operaie
boicottarono la produzione delle armi e organizzarono scioperi ma
moltissime furono le donne che spalancarono la loro casa offrendo
rifugio e aiuto ad antifascisti, ebrei, disertori, partigiani, mettendo
a rischio la propria vita e quella della propria famiglia. Le staffette
servivano da collegamento dalle città agli uomini in montagna e furono
quasi sempre donne, trasportavano cibo, armi, informazioni. Le staffette
percorrevano chilometri in bicicletta, a piedi, talvolta in corriera,
camion, treno, sotto la pioggia e il vento, tra i bombardamenti e i
mitragliamenti, con il pericolo ogni volta di cadere nelle mani dei
fascisti.
Quando l'unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato
era la staffetta che per prima entrava in paese per assicurarsi che non
vi fossero nemici ed era la staffetta a dare il via libera ai
partigiani, per proseguire nella loro avanzata. Le donne, quindi, non
svolsero solo un ruolo, ma molteplici ruoli: quello della combattente,
che al pari dell’uomo imbracciava le armi, e un altro altrettanto
importante ruolo che fu solo delle donne e che fu definito
successivamente “maternage di massa”, cioè la capacità di declinare un
compito materno non solo per la propria famiglia ma per l’intera
collettività, occupandosi, inoltre, di disarmare gli eserciti svestendo
i disertori, o i soldati allo sbando, dagli abiti militari e procurando
loro abiti civili (spesso dei propri padri, mariti o figli),
contribuendo in modo notevole alla diserzione dall’esercito
nazifascista. Importante fu anche l'attività che le donne svolgevano
nella raccolta di fondi, finalizzata a dare aiuto ai parenti degli
arrestati e alle famiglie dei partigiani particolarmente bisognosi.
Intensa fu la loro attività di propaganda politica, nonché gli atti di
sabotaggio e di occupazione dei depositi alimentari tedeschi.
Le donne costituirono, nell’autunno del 1943, i Gruppi di Difesa della
Donna, legati al Comitato di Liberazione Nazionale, questi gruppi furono
luogo di azione organizzata ma anche di elaborazione politica,
un’elaborazione che guardava alla società del futuro, una società che
avrebbe dovuto riconoscere, nelle loro intenzioni, la completa e reale
parità fra uomo e donna.
Dall'interno delle fabbriche (dove avevano preso il posto degli uomini
impegnati in guerra) organizzarono scioperi e manifestazioni e negli
scioperi del 1943–44, che furono riconosciuti come una pagina
importantissima della Resistenza, le donne furono protagoniste, e alcune
di loro principali organizzatrici.
Vittime di torture, carcere, violenza e morte
A Roma, il 7 aprile 1944, un gruppo di donne, coinvolgendo ragazzi e
anziani, cercarono di assaltare il mulino Tese, per impadronirsi del
pane. I nazifascisti spararono sulla folla, e fucilarono dieci donne:
Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante,
Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta
Maria Izzi, Arialda Pistoleri e Silvia Loggreolo. Ultima vittima della
protesta fu, il 3 maggio successivo, una madre di sei figli: Caterina
Martinelli, mentre ritornava a casa con la sporta piena di pane dopo
l'assalto a un forno nella borgata Tiburtino III, fu falciata da una
raffica di mitra.
Molte donne rimasero coinvolte in rastrellamenti e molte partigiane
furono catturate, torturate e uccise. Alle donne, oltre alla tortura,
erano solitamente riservati altri “trattamenti”: denudate per
indebolirle psicologicamente, mentre spesso i torturatori si adoperavano
in atti di violenza carnale e le torture, come scosse elettriche e ferro
da stiro bollenti, si soffermavano sui capezzoli o sulle parti genitali.
I dati ufficiali, a fine della guerra, parlavano di circa 35.000
(trentacinquemila) donne partigiane ma stime successive parlano di circa
2.000.000 (due milioni) di donne che contribuirono in varia forma alla
liberazione dal fascismo. Alcune stime della partecipazione femminile
alla Resistenza parlano di 70.000 donne organizzate nei Gruppi di difesa
della donna; 35.000 donne partigiane, che operavano come combattenti;
20.000 donne con funzioni di supporto; 4.563 arrestate, torturate e
condannate dai tribunali fascisti; 2.900 giustiziate o uccise in
combattimento; 2.750 deportate in Germania nei lager nazisti; 1.700
donne ferite; 623 fucilate e cadute; 512 commissarie di guerra. Ma la
verità sulla partecipazione delle donne alla guerra partigiana è stata
per troppo tempo parzialmente occultata, ostacolata o deviata perché si
possa parlare di numeri certi.
Pochissime, rispetto alle aventi diritto, furono le donne che si
presentarono a ritirare l’attestato per aver partecipato alla Resistenza
e le partigiane italiane decorate con medaglia d’oro al valor militare
furono diciannove.
Stralci di testimonianze di alcune delle moltissime eroine della Resistenza
Le donne della Resistenza non hanno combattuto solo contro il fascismo
ma anche contro la disuguaglianza e l’ingiustizia sociale e di genere.
Eppure, da numerose loro testimonianze emerge come solo raramente
riuscivano a condividere, con i loro stessi compagni di lotta, la
necessità di combattere anche la specifica oppressione femminile. Il
motivo lo possiamo trovare nel fatto che anche i quadri politici più
preparati del Pci erano influenzati dallo stalinismo e dai dettami della
III internazionale stalinizzata che massacrò i migliori bolscevichi e le
migliori bolsceviche in tutto il mondo.
I nomi delle donne della Resistenza italiana sono tanti, molte loro voci
non sono mai state ascoltate, molte storie perdute. Qualche storia,
invece, è stata trascritta, restando per le generazioni successive il
simbolo delle tante perdute. Riportiamo alcuni brevissimi passaggi delle
straordinarie testimonianze di alcune di loro.
Maria Erminia Gecchele “Lena”, comunista, operaia nei lanifici di Schio
(Vicenza), esemplare staffetta partigiana, torturata a Padova dagli
sgherri della “Banda Carità”, non parlò, e per tutta la vita portò nel
suo corpo martoriato i segni delle torture: “Venni portata alle carceri
di Vicenza. Qui cominciò il mio calvario: l’alternarsi di interrogatori
e torture... sempre nuove e perfezionate,... sarebbe bastato
pronunciare un nome per provocare la catastrofe di un paese, tutto
finiva nell’assoluto silenzio, unica sperimentata salvezza... ”
Rosanna Rolando (Alba Rossa), comunista, organizzò a Torino, nella
fabbrica dove lavorava, l’attività antifascista, arrestata in seguito ad
una delazione, subì senza parlare, per giorni, violenze e torture: “mi
picchiavano sulla testa e sui polmoni... mi picchiavano tre volte al
giorno... una sera in quattro... erano ubriachi fradici... mi hanno
fatto ogni sorta di violenza... quando sono andati via, ho preso un
bicchiere di cristallo che era nella stanza e l’ho rotto,... non ce la
facevo più... avevo già rigato la pelle del braccio, quando mi è
comparsa davanti l’immagine di mio figlio, mi sono detta: può darsi che
non mi uccidano e servirò ancora a lui e a altri... mi sono calmata e mi
sono vestita... ”
Nelia Benissone Costa (Vittoria) di famiglia operaia, a otto anni
organizzò uno sciopero di protesta contro i fascisti nella sua scuola,
in seguito, attiva nel Partito comunista clandestino partecipò alla
Resistenza con svariati importanti incarichi: “Lavoravamo proprio
collettivamente,... ogni donna, ogni compagna, ogni amica poteva avere
delle idee buone e noi le discutevamo tutte... discutevamo dei problemi
che sono anche di oggi.. quasi tutte lavoravano in fabbrica e, come
sempre, pochissimo era il tempo che avevano a disposizione, perché
dovevano accudire alla famiglia, fare la spesa, guardare i bambini... In
quegli anni di lavoro politico, durante la Resistenza e poi dopo, posso
dire che gli uomini non hanno mai dato al lavoro delle donne
l’importanza che avrebbero dovuto. I discorsi tra i compagni dopo il 25
aprile erano questi: le donne sono arrivate,hanno ottenuto il voto
grazie alle nostre battaglie e alle nostre lotte, ormai è tutta risolta
la questione femminile... avrebbero dovuto invece capire l’importanza
del lavoro delle donne... la donna che andava per la prima volta a
votare, che politicamente non era matura, che era stata tenuta per anni
in soggezione, non abituata a discutere di politica, tradizionalmente
legata alla Chiesa e quindi soggetta a quello che il prete andava
dicendo nella predica e nella confessione, la donna doveva essere
maggiormente aiutata nella sua formazione, nei comizi... c’erano dei
preti che dicevano che se il marito votava comunista la donna non doveva
più andare a letto con lui... il livello della propaganda era questo nel
’48... gli uomini, anche i compagni che sono emancipati, che vanno in
sezione, che fanno vita politica, quando io dicevo: “Compagno, portami
un po’ la tua donna, le tue figlie qui in sezione... Loro rispondevano:
“Eh... Vittoria... scherzi!”... ”No, non scherzo, hai paura che i
calzini non siano rammendati, domani? Hai paura che la minestra non sia
ben cotta domani? Portami qua la tua donna, perché è lei che va a
comperare nei negozi, è lei che va in fabbrica, in filatura, sta vicino
alle compagne che lavorano”... Quando è arrivata la Liberazione io ero
dentro fino ai capelli per l’organizzazione provinciale... siamo
arrivati al ’47 al mio esaurimento... mio marito era un bravo medico...
avrei dovuto seguirlo nel suo lavoro, avrei lasciato l’attività politica
e sarei guarita dall’esaurimento... ma lasciare l’attività politica di
colpo per me ha voluto dire non dormire più! E quando mi addormentavo,
di notte, dopo ore d’insonnia, mi sognavo di essere in mezzo alle gente,
di discutere, ma non riuscivo più a convincerla. Nel sogno continuavo a
dire: guarda, se avessi detto questo sarei stata più convincente, guarda
non l’ho fatto! Ho tribolato e ho sofferto moltissimo... Ho cercato di
dare a mia figlia quello che non potevo dare a altri. A una sola è un
po’ poco, lo so. Però ci sono certi compagni che affermano di non voler
parlare volontariamente ai figli e alle figlie per non metterli nei
pasticci..”.
Albina Caviglione Lusso (Laura), a dodici anni lavorava già in
fabbrica, comunista dalla fondazione del partito, membro del CLN
(Comitato Liberazione nazionale) in fabbrica: “Durante lo sciopero del
1920 ho partecipato all’opera del disarmo morale della Brigata Sassari,
mandata per reprimere i moti operai... nel borgo mi chiamavano, con
rimprovero, “ la morosa dei soldà”. Ma la Brigata Sassari si è poi
rifiutata di sparare contro i lavoratori..Fallita l’occupazione delle
fabbriche, nel gennaio 1921 si è giunti alla scissione del Partito
socialista. Io mi sono iscritta subito al Partito comunista d’Italia. E’
stato quello il periodo che le squadracce fasciste hanno incominciato a
imperversare... le donne in quel periodo hanno lavorato forse più degli
uomini... certo tutto quello che hanno fatto le donne durante la
Resistenza, a guerra finita, non è stato adeguatamente riconosciuto...
le donne non hanno saputo farsi valere, prendendo magari posti chiave
nell’organizzazione. Le donne, che avevano fatto tanto, erano restie a
parlare, a prendere la parola nelle assemblee...”
Teresa Cirio (Roberto), comunista, finite le elementari iniziò a
lavorare, partecipò alla Resistenza e assicurò i collegamenti e la
distribuzione della stampa clandestina fra Milano e Torino, partecipò
alla preparazione dello sciopero preinsurrezionale torinese “... bisogna
dire che la Resistenza è stata un lavoro di massa... e tutte le
iniziative di massa che hanno fatto le donne di Torino! Hanno dato
l’assalto ai treni, hanno fatto una manifestazione per lo zucchero
davanti a Piazza Castello... hanno ottenuto la distribuzione dei
viveri... Sono stati mesi terribili: le case crollavano, tutti i momenti
un compagno perso. E noi abbiamo continuato fino all’ultimo, fino
all’insurrezione, a tenere tutti i collegamenti... Poi quando sono
arrivati i partigiani hanno dato man forte... Ma Torino praticamente
l’hanno liberata gli operai... Sì, si sono fatte dopo la Liberazione
tante scuole, tanti corsi, ma nel ’50 a Torino c’è stata la caduta del
sindacato alla Fiat: la reazione! Hanno buttato via tutti i partigiani
dalle fabbriche, i migliori. Non c’erano più quadri nelle fabbriche,
erano stati cacciati tutti. Alla Fiat hanno fatto il reparto confino,
dove mandavano tutti i compagni. Lo chiamavano il reparto Stella
Rossa... Per le donne in politica... è stato con il ’69, il periodo
della contestazione, che non si è fatto abbastanza nel Partito per stare
ai passo con i tempi... anzi, hanno smantellato le organizzazioni
esistenti... hanno cominciato a dire che le donne erano già
emancipate... è stato un errore gravissimo... secondo me la donna
bisogna che conosca i principi dello sfruttamento in fabbrica. Deve
avere questa base. Allora sì che poi si orienta, ha chiarezza, diventa
formidabile”.
Anna Cinanni (Cecilia), partecipò attivamente alla Resistenza,
organizzatrice di formazioni garibaldine e del Fronte della gioventù, fu
arrestata e seviziata: “... Noi giovani del Fronte... facevamo molte
discussioni... abbiamo preso il materiale di Lenin e la lettera di Clara
Zetkin, che abbiamo battuto a macchina e discusso... Avevamo fatto nelle
caserme un giro di volantini... per i soldati, per farli disertare e
andare su in montagna... Le botte le ho avute nei primi giorni, quando
mi interrogavano in caserma... che mi avessero picchiato ha addolorato
moltissimo mia madre, che mi ha ancora trovato i segni..ma queste cose
noi le sapevamo, perché ci eravamo formate leggendo la storia di tutti
quelli che erano presi. Noi conoscevamo come erano finite Irma Bandiera,
Gabriella Degli Esposti, e questo ci rafforzava... devo dire, sono
orgogliosa di questo: che, nonostante tutto, sono riuscita a raccontare
le fandonie che ho voluto e non ho parlato. Il Partito, i compagni,
erano preoccupati del mio arresto, perché avevo tutto il Piemonte nelle
mie mani. Se avessi parlato... Ripeto, questo è il mio orgoglio... In
carcere ho imparato tante cose: per esempio ho capito il problema della
prostituzione. Il fascismo prima le sfruttava e le schedava, poi le
gettava in carcere. La solidarietà fra le compagne del carcere è stata
grandissima... Dopo la Liberazione credo che, più o meno, siamo stati
tutti delusi... credevamo veramente che, battuto il fascismo, avremmo
avuto quella libertà che ognuno di noi sognava, e la giustizia sociale.
Non abbiamo pensato che l’avversario si sarebbe certamente organizzato”.
Elsa Oliva (Elsinki), a otto anni iniziò a lavorare come domestica,
diventò antifascista e con un gruppo di compagni organizzò attacchi
contro le forze di occupazione, arrestata dai fascisti nel 1944 fu
condannata a morte ma riuscì a fuggire. Rientrata in formazione continuò
la lotta armata fino alla Liberazione “... Dopo un paio di giorni che
ero in formazione ho detto... “Non sono venuta qua per cercare un
innamorato. Io sono qui per combattere e ci rimango solo se mi date
un’arma e mi mettete nel quadro di quelli che devono fare la guardia e
le azioni. In più farò l’infermiera. Se siete d’accordo resto, se no me
ne vado”... Curavo i mie compagni, ma non li servivo... Il dopo
liberazione è stato certamente molto diverso da come lo pensavo... E a
Milano, quando c’è stata la sfilata, tra quella moltitudine plaudente e
tutti con le coccarde- matti, proprio matti!- pensavo che forse una
buona parte erano quelli che ci avevano sparato contro. Alle staffette,
nelle sfilate, mettevano al braccio la fascia da infermiera!... Il mio
rimpianto più grande è stato quello di non essere morta prima, durante
la lotta... non avrebbe dovuto essere assolutamente permessa la
riorganizzazione legale del fascismo, la nascita del MSI,... che ora è
perfino sovvenzionato dallo Stato... le agevolazioni sono state sempre
per i medesimi, per i ricchi, quelli che oggi portano la camicia beige o
azzurra, ma che è sempre la camicia nera di ieri... Le armi me le hanno
trovate nel ’47... tutti avevano ancora armi in casa, perché pensavano
di doverle ancora adoperare. Non avevamo visto, con la Liberazione,
quello che avevamo sognato tanto in montagna.”
Maria Martina Rustichelli (Iuccia o Sonia), entrò con il marito,
operaio comunista e perseguitato politico, nella Resistenza, attiva nei
Gruppi di difesa della donna, divenne staffetta partigiana, portò alle
formazioni partigiane sei disertori tedeschi della Wehrmacht: “Sfamare i
partigiani in casa era sempre difficile. Le volte che ho saltato i
pasti! “e tu non mangi?” mi chiedevano. E io: “Ma ho già mangiato”...
non si poteva fare diversamente... A volte penso: “Si è fatto tanto e
il mondo non è cambiato!... Tanti morti, tanti sacrifici!... E oggi si
vede tanta gente che si fa bella con la Resistenza, ha delle cariche, si
mette in mostra, e che non ha fatto niente. Ma noi non ci siamo
sacrificati per l’ambizione di avere qualcosa... noi donne soprattutto,
non abbiamo avuto proprio niente: la parità è sulla carta, è più campata
per aria che reale..Senza le donne la Resistenza non si sarebbe
sostenuta, non avrebbe potuto esserci... ”
Tersilia Fenoglio (Trottolina), svolse attività di propaganda, fornendo
informazioni e procurando finanziamenti alle organizzazioni partigiane,
segnalata dai nazifascisti si diede alla macchia, diventando staffetta e
tenendo i collegamenti con il Cln: “..Facevo tutta quella strada,
quaranta chilometri,in un giorno, con sessanta centimetri di neve, ma
ero felice, così entusiasta, proiettata verso il futuro, al di là della
Liberazione, quando ci sarebbe stato un mondo di giustizia, un mondo
senza brutture, un mondo di idealità!Poi è crollato tutto. Terribile,
terribile, terribile, Per me la Liberazione è stata uno choc. Sono
arrivati gli inglesi... Poi siamo andati a Torino. Io non ho potuto
partecipare alla sfilata, i compagni non mi hanno lasciata andare... ”
Lucia Canova (Lucia): frequentò le sei classi elementari e poi, pur
lavorando nei campi, studiò alle scuole serali. Nel 1921, delegata al
Congresso socialista di Livorno, fu tra i fondatori del Partito
comunista d’Italia. Perseguitata dal fascismo, trascorse otto mesi di
carcere: “... già da piccola quando andavo all’asilo dalle suore, le mie
osservazioni le facevo sul cestino della merenda: la mamma, con tutti i
suoi sacrifici, dentro al mio metteva quel poco che poteva, mentre
vedevo un’altra categoria di bambini che avevano magari la bistecca... e
anche il trattamento delle suore nei riguardi degli uni e degli altri: i
poveri, lasciati da parte, e quelli già benestanti, curati, con il
lettino per il riposo... quelle cose mi hanno fatto pensare... benché
non capissi, in principio, cosa dovessi fare... perciò sono entrata nel
partito... nella sezione comunista ero responsabile della stampa e della
propaganda. Arrivava sempre a nome mio l’”Ordine Nuovo”. In media, una
volta ogni due mesi avevo la perquisizione domiciliare... avrò avuto più
di cento perquisizioni..ma invece di calmarmi, mi infervoravano di
più... Quando ci sono state le formazioni partigiane, ho organizzato io
il Gruppo di difesa della donna, con un centinaio di donne subito...
Alla Liberazione speravamo che il mondo sarebbe stato diverso,... che
si capovolgesse... e siamo stati delusi... non ci siamo resi conto che,
scappate le truppe di occupazioni tedesche, c’erano quelle inglesi e
americane... Io il mio diploma da partigiana lo tengo in casa, ma tanti
giovani l’han strappato... quella era una battaglia che si doveva
fare... provi a volte, nella lotta, delle amarezze, tante amarezze, ti
trovi in contrasto anche con i compagni, non è sempre facile andare
d’accordo... le altre cose, le piccole beghe personali, sono bagattelle
a cui cerco di essere superiore. Il fine è un altro, quello di poter
dare all’umanità quello che le spetta, di potere alleviare tante
sofferenze... Aveva ragione Gramsci. Me lo vedo ancora: “Sono stati
distribuiti tutti i giornali?” “Sì, sì”. “E’ un seme che è stato
gettato, e frutterà”.
Perché la Resistenza non sia più né censurata né tradita
Le donne proletarie di oggi, nell’attuale crisi storica del capitalismo
che porta - se non saremo capaci di deviare il percorso in senso
rivoluzionario - l’intera umanità verso la barbarie, hanno il dovere di
raccogliere il seme che con l’esempio delle loro vite ci hanno lasciato
le compagne partigiane. Lo stanno facendo anche le donne combattenti a
Kobane, e i milioni di donne che lottano ogni giorno, in ogni parte del
mondo, per il pane, il lavoro, la pace che il sistema capitalistico,
oggi come allora, non vuole e non può concedere.
Pur mantenendo e sottolineando la loro specificità, la loro diversità
rispetto agli uomini, le donne che non accettano di vivere in questo
mondo criminale di razzismo, povertà e guerre, devono unire il loro
movimento di liberazione a quello di tutti gli oppressi del mondo,
recuperando il carattere internazionalista della lotta. Per quanto i
Paesi, le storie, le culture e le lingue siano diverse, il fulcro della
lotta è in tutto il mondo la contraddizione capitale-lavoro, che
determina, insieme alle altre contraddizioni, anche il permanere
dell’oppressione femminile.
Come tentarono di fare molte fra le partigiane che contribuirono alla
Resistenza, si profila per l’attuale movimento delle donne, contro la
violenza sulle donne e per la loro reale emancipazione, un compito arduo
ma necessario: allargare il movimento delle rivoluzionarie che lottano
nel mondo e condurlo a camminare di pari passo con quello di tutto il
proletariato, uomini e donne insieme, per liberare la vita di tutti
dallo sfruttamento e dall’oppressione.
Bibliografia
- La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane, di Anna Maria
Bruzzone e Rachele Farina (Prima edizione La Pietra1976-Prima edizione
Bollati Boringhieri settembre 2003)
- La lunga via, di Nedda Petroni (Giovane Talpa 2004)
- Maria Erminia Gecchele “Lena”. L’eroismo di una partigiana, di Ezio
Maria Simini -Quaderni di storia e di cultura scledense (Libera Assoc.
Cult. “Livio Cracco” Schio dicembre 2009)
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