Partito di Alternativa Comunista
Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale
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06/03/2015
Jobs Act: che fare dopo i decreti attuativi?
Le burocrazie di Cgil e Fiom calano la maschera
di Alberto Madoglio
I decreti attuativi varati dal governo in applicazione del Jobs Act
confermano le peggiori aspettative riguardo a questa ennesima riforma
del lavoro.
Diventerà più facile ricorrere a licenziamenti individuali e collettivi:
in mancanza della “giusta causa”, il padrone dovrà corrispondere solo un
misero indennizzo economico. In questo modo passa il concetto che
diritti inalienabili dei lavoratori possono essere cancellati in cambio
di una mancia.
In caso di disoccupazione, al lavoratore verrà corrisposta una somma
(per la durata di due anni, ridotti a circa 70 settimane dal 2017) dal
quarto mese ridotta del 3%: più lunga è la disoccupazione meno si
prende come sussidio.
Rimangono tutte le diverse forme di lavoro precario oggi previste: a
tempo determinato, somministrazione, a chiamata, con i voucher,
apprendistato e part time. Il Jobs Act quindi non solo cancella i
diritti dei lavoratori a tempo indeterminato ma non elimina la
precarietà nel mondo del lavoro.
Infine per quanto riguarda il demansionamento, i decreti sanciscono che
al lavoratore viene confermato il salario dell’inquadramento superiore
(salvo le parti accessorie). Tuttavia in un capoverso finale si prevede
il ricorso a accordi individuali in “sede protetta” (sic), in cui si può
applicare al demansionamento la riduzione di salario. In poche parole il
lavoratore, sotto minaccia di licenziamento, sarà costretto ad accettare
la riduzione del proprio salario.
Come si può intuire, ci si trova di fronte a un attacco senza precedenti
al mondo del lavoro da parte della borghesia italiana e del suo governo,
nel tentativo disperato di poter mantenere i propri profitti, duramente
colpiti da oltre 8 anni di crisi economica e da una concorrenza
internazionale sempre più spietata.
La risposta che, in presenza di questo attacco ai lavoratori, danno le
maggiori organizzazioni sindacali italiane, è non solo del tutto
insufficiente, ma dimostra una volta di più come le burocrazie sindacali
siano direttamente responsabili del peggioramento delle condizioni di
vita di milioni di proletari nel Paese.
E le burocrazie sindacali cosa fanno?
Dopo l’imponente manifestazione dello scorso ottobre, dopo lo sciopero
generale del 12 dicembre, che ha visto imponenti manifestazioni in
diverse città, le segreterie nazionali della Cgil e della Fiom hanno
dato l’ordine della ritirata. Anziché tornare nei luoghi di lavoro per
organizzare assemblee in cui proporre la continuazione della lotta, di
un nuovo sciopero generale avente come obiettivo il ritiro del Jobs Act,
Camusso e Landini si sono limitati a deplorare il fatto compiuto. Aver
convocato il Direttivo Nazionale della Cgil ben due mesi dopo lo
sciopero di dicembre è stato il segnale inequivocabile di come le
burocrazie sindacali temano, più che gli attacchi che sferra loro il
governo, che la rabbia e la disperazione dei lavoratori possano loro
sfuggire di mano.
Scioperi, cortei, mobilitazioni vengono convocati quando non ne si può
fare a meno, con un’ottica di routine. Nella visione delle burocrazie,
non servono ad innalzare il livello dello scontro di classe, ma sono lo
strumento da usare come merce di scambio, per dimostrare a governo e
padroni che il sindacato ha ancora un largo sostegno tra gli operai e
gli impiegati e che quindi ogni riforma (o meglio controriforma) in
campo sociale deve essere contrattata con loro.
Nonostante ciò, governo e borghesia rifiutano ogni concessione anche di
facciata, consapevoli della grande occasione che possono sfruttare:
sferrare un colpo definitivo alle poche garanzie di cui oggi i
lavoratori beneficiano. E, nonostante tutto, Cgil e Fiom continuano
nella loro politica di capitolazione. La segretaria Camusso avanza la
ridicola proposta di una raccolta di firme per una legge di iniziativa
popolare, avente come obiettivo la nascita di un "Nuovo Statuto dei
Lavoratori". A questa proposta si lega la possibilità di un referendum
abrogativo del Jobs Act.
Landini, in questo gioco delle parti, finge di spronare da sinistra
l’azione della Cgil. All’assemblea dei delegati Fiom di Cervia svoltasi
lo scorso week end, si è avanzata l’ipotesi, in aggiunta a quanto deciso
dalla Cgil, di indire uno sciopero di 4 ore dei metalmeccanici per il
prossimo 19 marzo, a cui seguirà una manifestazione nazionale il 28
dello stesso mese.
Né la linea Camusso né quella Landini sono in grado di rispondere
all’attacco lanciato dal governo, né hanno la minima possibilità di
ridare slancio alla mobilitazione: lo sciopero del 19 marzo sarà
l’ennesima innocua parata che avrà come risultato quello di
demoralizzare quei settori di operai che ancora non si vogliono
arrendere. La legge di iniziativa popolare marcirà nei cassetti di
Montecitorio, mentre il referendum abrogativo del Jobs Act, se mai si
farà, si svolgerà quando la nuova legge avrà già manifestato tutti i
suoi effetti negativi sulla capacità di resistenza dei lavoratori.
La stessa volontà di rilanciare la mobilitazione partendo dai luoghi di
lavoro, non risulta credibile: l’accordo sulla rappresentanza del 10
gennaio dello scorso anno fortemente voluto dalla Cgil e poi, dopo
qualche schermaglia iniziale, dalla Fiom, ha come risultato quello di
rendere molto complicata la conflittualità nei luoghi di lavoro. Nei
fatti si tenta di scaricare sui lavoratori la responsabilità del
tradimento perpetrato dai burocrati sindacali.
Quello che serve
Altro è necessario prima che la guerra sia persa. Preso atto che il
gruppo dirigente della Cgil è un freno per ogni reale possibilità di
ripresa delle lotte, tutti i settori combattivi e anticoncertativi del
sindacalismo italiano, al di là della loro collocazione, devono unirsi
per dar vita a quel soggetto sindacale di massa combattivo che oggi
manca. Rifiuto del Jobs Act, opposizione inflessibile al rinnovo delle
rsu secondo i dettati dell’accordo della vergogna, opposizione frontale
e senza tregua alle burocrazie sindacali, programma di azione sindacale
basato su una chiara e conseguente piattaforma anticapitalista, perché
la crisi la paghino i padroni. Questi sono alcuni punti di una
piattaforma realmente alternativa al tradimento organizzato da Camusso e
Landini, e sulla quale poter aggregare quei milioni di lavoratori che lo
scorso autunno si sono mobilitai contro il governo, e che oggi possono
tornare in piazza a lottare contro il governo e i grandi potentati
economici della borghesia italiana.
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