Partito di Alternativa Comunista
Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale
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18/03/2015
I comunisti e i governi di fronte popolare
Il budino avvelenato
A proposito del governo Tsipras
di Francesco Ricci
"Il potere politico dello Stato moderno è solo un comitato che
amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese."
(K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito comunista, 1848).
La costituzione del governo Syriza-Anel in Grecia rende utile tornare
sull'atteggiamento dei comunisti di fronte ai governi di collaborazione
di classe o governi "di fronte popolare", un tema su cui c'è tanta
confusione.
Anni fa, Fausto Bertinotti (ex presidente della Camera, ex segretario di
Rifondazione), quando ancora si definiva (senza giustificazione alcuna)
"comunista", e preparava l'ingresso del suo partito per la seconda volta
in un governo Prodi (il Prodi bis, 2006-2008), ingresso che sarebbe
valso a lui la presidenza della Camera e a Paolo Ferrero il seggiolino
da ministro, soleva ripetere che di fronte a un governo bisogna fare "la
prova del budino". Non avanzare previsioni sugli sviluppi del governo a
partire dalla sua caratterizzazione di classe (come sostenevamo e
sosteniamo noi) ma "affondare il cucchiaio nel budino" e provarne la bontà.
Pare una norma di buon senso: provare una cosa per vedere se funziona.
Se non fosse che, come vedremo, questa prova è stata fatta infinite
volte nella storia.
Come era il budino nel 1848
Nel 1848, in Francia, il proletariato aiutò la borghesia a liberarsi di
Luigi d'Orleans ma cadde nella trappola di partecipare - per la prima
volta nella storia - a un governo con la borghesia. Il governo che si
costituisce nel febbraio '48 era composto da varie correnti borghesi ma
al suo interno sedeva anche il giornalista Louis Blanc, socialista,
riformista, in rappresentanza degli operai. A lui la borghesia concesse
in realtà un ministero che aveva persino la sede staccata da quella del
resto del governo: la Commissione degli operai rappresentati da Blanc e
Albert (antenati di Bertinotti e Tsipras) era relegata al Palais du
Luxembourg mentre il governo vero (in mano alla borghesia) era all'Hotel
de Ville. Al Luxembourg i riformisti erano lasciati dalla borghesia a
giocare con i loro sogni di conciliare gli interessi opposti delle due
classi mortalmente nemiche della società capitalistica: borghesi e
proletari.
Engels sintetizzò così i risultati di questa prima collaborazione di
governo: "Dopo il febbraio '48 i socialisti democratici francesi (della
Réforme, Ledru-Rollin, Louis Blanc, Flocon, ecc.) hanno commesso
l'errore di accettare qualche seggio nel governo. Minoranza in un
governo dei repubblicani borghesi, essi hanno sostenuto le
responsabilità di tutte le infamie votate dalla maggioranza (...)." Per
Engels la colpa dei riformisti non si fermava lì, perché "mentre tutto
ciò succedeva, la classe operaia era paralizzata dalla presenza al
governo di questi signori che pretendevano di rappresentarla." (1). La
subalternità degli operai alla borghesia e al suo governo venne rotta
solo nel giugno '48, ma le illusioni e l'impreparazione costarono
diecimila morti nelle piazze parigine per mano delle bande armate della
borghesia che si affiderà poi al nipote sciocco di Napoleone, Luigi
Bonaparte (che col nome di Napoleone III governerà la Francia sino alla
vigilia della Comune del 1871).
Dopo Marx
Marx nel Manifesto definisce i governi come "comitati d'affari della
borghesia" e precisa che lo scopo dei comunisti non è quello di andare
al governo (nello Stato borghese) bensì quello della "formazione del
proletariato in classe, rovesciamento del dominio della borghesia,
conquista del potere politico da parte del proletariato." Tutto questo,
preciserà dopo la Comune del 1871, si può ottenere solo con una
rivoluzione che "spezzi" con la violenza rivoluzionaria delle masse la
macchina statale borghese. La rivoluzione (sempre secondo il Manifesto)
"consiste nell'elevarsi del proletariato a classe dominante" e in questo
e solo in questo si deve intendere per Marx "la democrazia".
Ma le lezioni della Comune, riprese nei congressi di Londra (1871) e
dell'Aja (1872) della Prima Internazionale, non vennero fatte proprie
fino in fondo dalle nascenti organizzazioni socialdemocratiche. Per
questo nel 1875 Marx si trovò a polemizzare con il programma di
unificazione della socialdemocrazia tedesca (il Programma di Gotha),
ancora imbevuto di posizioni riformiste (lo "Stato popolare libero")
ispirate al pensiero di Lassalle.
Dopo la morte di Engels (1895) questa confusione teorica troverà una
sistematizzazione nelle teorie del rinnegato Bernstein, che saranno,
dopo alcuni anni di battaglie nella Seconda Internazionale, assunte
dalla forte burocrazia del partito tedesco (Spd) come proprio
riferimento, a copertura dell'integrazione nello Stato borghese.
E' mentre si combatteva questa battaglia tra marxisti e revisionisti che
nel 1899 il dirigente socialista Alexandre Millerand entrò a far parte,
come ministro del Commercio e dell'Industria, del governo di
Waldeck-Rousseau, al fianco del generale Galliffet, massacratore della
Comune.
Questa vicenda aprirà un grande dibattito nella Seconda Internazionale.
Ma l'"affaire Millerand" non rimarrà isolato: era il sintomo di un virus
più aggressivo che provocherà nel 1914 una pandemia: la stragrande
maggioranza della Seconda Internazionale (con l'eccezione della sinistra
guidata da Lenin, Rosa Luxemburg, Trotsky) offrirà sostegno in ogni
Paese ai rispettivi governi borghesi impegnati nel macello della Prima
guerra mondiale.
1917: o col governo delle sinistre o "tutto il potere ai soviet"
Sarà sulla marxiana pietra angolare dell'indipendenza di classe dalla
borghesia e dai suoi governi che i bolscevichi di Lenin si costruiranno
e arriveranno alla rivoluzione del 1917. Eppure anche in quel partito -
il più grande partito rivoluzionario della storia - iniziava ad
attecchire il virus della collaborazione di classe, seppure in un quadro
di caos rivoluzionario. Infatti, prima che Lenin rientrasse in Russia
(dall'esilio svizzero), il gruppo dirigente del partito, guidato da
Stalin e Kamenev, si orientava per una forma ambigua di sostegno critico
esterno al governo provvisorio nato dalla rivoluzione. Cioè erano
disposti a sostenerlo "nella misura in cui" avanzasse politiche progressive.
Contro questa posizione, nel marzo del 1917, alla vigilia della partenza
sul treno "blindato" che lo porterà in Russia, Lenin scrive da Zurigo
una serie di cinque lettere (le "Lettere da lontano") al Comitato
Centrale del partito. La prima di queste cinque lettere venne
pubblicata, con ampi tagli, nei numeri del 3 e 4 aprile della Pravda; le
altre furono pubblicate solo vari anni dopo la rivoluzione e, in forma
integrale, solo dopo la morte di Stalin.
Si tratta per Lenin non solo di mettere in guardia il partito contro
ogni sostegno al governo ma più in generale di legare questa linea a un
complessivo riorientamento dell'intera prospettiva bolscevica sui
compiti della rivoluzione, abbandonando la vecchia posizione
(parzialmente "tappista") della "dittatura democratica degli operai e
dei contadini" e adottando, di fatto, la prospettiva della "rivoluzione
permanente" che da anni Trotsky aveva indicato: una rivoluzione unica
socialista (non due tappe ma un unico intreccio tra compiti democratici
e socialisti), guidata dal proletariato (a sua volta diretto dal partito
rivoluzionario), per instaurare una dittatura del proletariato quale
premessa della realizzazione degli obiettivi democratici e, senza
soluzione di continuità, dell'esproprio del grande capitale e delle
misure socialiste, ciò nel quadro di un processo di sviluppo della
rivoluzione mondiale, indispensabile per garantire la stessa
sopravvivenza della rivoluzione russa. (2)
Su queste posizioni Lenin si trova inizialmente solo nel gruppo
dirigente del partito (Trotsky e la sua organizzazione, gli
Interdistrettuali, confluiranno qualche settimana dopo nel Partito
bolscevico). Dovrà quindi affrontare una dura battaglia interna per
"riorientare" il bolscevismo. E' la battaglia condensata nelle famose
"Tesi di Aprile" (il mese del congresso), il cui senso è riassunto nella
terza tesi: "Non appoggiare in alcun modo il governo provvisorio,
dimostrare la completa falsità di tutte le sue promesse (...).
Smascherare questo governo, invece di 'rivendicare' - ciò che è
inammissibile e semina illusioni - che esso, governo di capitalisti,
cessi di essere imperialistico."
Al contempo, dice Lenin, dobbiamo riconoscere che "il nostro partito è
in minoranza" (tesi 4) e che pertanto non può porsi il compito immediato
di rovesciare il governo. Si tratta di creare le condizioni per farlo,
spiegando alle masse "in modo paziente, sistematico, perseverante" che
quel governo, che pure sentono come proprio, è in realtà un governo
borghese, che è necessario che le loro organizzazioni maggioritarie
(Socialisti-Rivoluzionari e menscevichi) rompano con la borghesia e
assumano il potere sulla base di un programma contrapposto alla
borghesia, non di conciliazione con essa, basandosi sull'altro grande
potere che esisteva in quel momento in Russia, quello dei soviet. Fu
proprio la (prevista) mancata rottura da parte dei riformisti con il
governo borghese a far guadagnare ai bolscevichi la maggioranza nei
soviet, cioè negli organismi di lotta.
Altre mille prove, una sola conclusione
Dopo di allora, grazie al ruolo della socialdemocrazia, poi dello
stalinismo, infine del nuovo riformismo di origine socialdemocratica o
stalinista, il movimento operaio è stato costretto infinite altre volte
a "fare la prova del budino". Cioè a sperimentare sulla propria pelle la
impossibilità di un governo che concili gli interessi delle due classi
nemiche, borghesia e proletariato.
Questi "assaggi" del dolce avvelenato non hanno, purtroppo, provocato
solo delle evitabili indigestioni ma anche veri e propri massacri e più
in generale hanno sempre condotto, senza una sola eccezione, al
fallimento di ogni processo rivoluzionario.
E' stata la storia del governo "delle sinistre" che nasce nella
rivoluzione tedesca del 1918-1919 e che fa uccidere Rosa Luxemburg; è
stata la storia del fallimento della rivoluzione in Francia e in Spagna
negli anni Trenta, dove lo stalinismo iniziò a chiamare i vecchi governi
di collaborazione di classe con il nome nuovo di "governi di fronte
popolare"; è stata la storia della collaborazione del Pci di Togliatti
ai governi che disarmarono la Resistenza partigiana e ricostruirono la
Repubblica dei banchieri e degli industriali in cui viviamo. E' la
storia del fallimento della rivoluzione cilena e di quella portoghese
negli anni Settanta. E di tante altre sconfitte imposte al proletariato
da quelle direzioni burocratiche che, per assumere ruoli e privilegi
nello Stato borghese, hanno costretto infinite volte a esperimenti di
governo con i padroni. Gli esempi più recenti sono quelli dei due
governi Prodi con la partecipazione di Rifondazione, di cui parlavamo
all'inizio di questo articolo e che riassumono in farsa, per dirla con
Marx, tante altre esperienze tragiche.
Il governo Tsipras: ritorna il budino rancido
Quando scriviamo, riprendendo l'essenza del marxismo, che per i
comunisti non è possibile governare nel capitalismo, che possono farlo
solo dopo aver "spezzato" la macchina statale borghese (perché lo Stato
non è neutro ma è di classe); quando spieghiamo che tra "andare al
governo" nel capitalismo (come ha fatto qualche settimana fa Syriza) e
"prendere il potere" c'è di mezzo una gigantesca differenza che si
chiama rivoluzione; non stiamo enunciando dogmi religiosi ma, come si è
visto, principi che il movimento rivoluzionario ha consolidato in due
secoli di esperienza. L'unico modo per rovesciare questo sistema è
mantenere, come fecero i bolscevichi quando erano il più piccolo dei
partiti russi, una opposizione di principio a ogni governo nel
capitalismo (sia esso composto di soli partiti borghesi o di un misto
con partiti di sinistra o anche solo di partiti di sinistra: la
composizione non cambia la natura borghese del governo). Solo questa
opposizione di principio può consentire di contrastare le illusioni che
i riformisti seminano nelle masse illudendole nella collaborazione di
classe; solo questa opposizione, nel corso dello sviluppo delle lotte,
può consentire di guadagnare la maggioranza politicamente attiva (che è
cosa diversa dalla maggioranza elettorale) alla necessità di rovesciare
con la forza delle piazze il governo per costruire un reale governo
operaio (quello che Marx, e noi con lui, definisce "dittatura del
proletariato"), basato su un programma di esproprio della borghesia.
Altre vie non ce ne sono, altre prove non sono necessarie. Il budino che
ci ripropongono i Ferrero, i Vendola, gli Tsipras è avvelenato.
Note
(1) F. Engels, Lettera a Turati, 26 gennaio 1894.
(2) Abbiamo qui necessariamente schematizzato la questione della
"rivoluzione permanente". Chi volesse approfondire può leggere il nostro
ampio saggio "Che cosa è la teoria della rivoluzione permanente",
pubblicato sul n. 1 di Trotskismo Oggi, la rivista teorica del Pdac.
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