5 maggio sciopero contro la cattiva scuola di Renzi!

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Partito di Alternativa Comunista/Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale (PdAC/Lit-Ci)

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May 2, 2015, 6:33:58 PM5/2/15
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02/05/2015

5 maggio, sciopero della scuola
No alla cattiva scuola di Renzi e della Giannini!

di Fabiana Stefanoni

Il 5 maggio è sciopero generale della scuola. Una data che unisce le
mobilitazioni degli insegnanti (e di tutto il personale della scuola)
con quelle degli studenti. Una giornata di lotta importante che però,
per essere realmente incisiva, non deve limitarsi a un'azione meramente
simbolica. Il governo Renzi, sordo a qualsiasi rivendicazione della
classe lavoratrice, ha già dimostrato, in occasione delle mobilitazioni
dello scorso autunno contro il Jobs Act, di non avere alcuna intenzione
di fare passi indietro rispetto alle politiche di austerity. Ciò che
serve è allora un'azione prolungata e incisiva, che imponga il ritiro
dei piani del governo.

Ma quale "Buona scuola"...

"Renzi ha fatto in 11 mesi quello che non è stato fatto in anni interi.
Lasciamolo lavorare, non ostacoliamolo". Sono parole di Sergio
Marchionne, che, non a caso, loda l'operato del governo Renzi. Prima lo
smantellamento definitivo dell'articolo 18, ora la privatizzazione e
aziendalizzazione dell'istruzione: i padroni hanno buone ragioni per
cantare vittoria. Nessun governo, fino ad oggi, aveva fatto tanto per loro.
Ma che cosa prevede il Disegno di Legge sulla scuola che piace tanto a
Marchionne e Confindustria? Sintetizzando, il modello autoritario già
sperimentato in Fiat viene applicato anche al sistema dell'istruzione,
favorendo le logiche aziendali e depotenziando la partecipazione dei
lavoratori e degli studenti nella definizione dei percorsi didattici.
Di fatto, i dirigenti scolastici si trasformano in sceriffi, in grado di
decidere il bello e cattivo tempo degli istituti a loro assegnati. Le
tante sbandierate assunzioni dei precari della scuola avverranno su
chiamata diretta dei dirigenti, che potranno scegliere chi chiamare e
chi no: sappiamo bene cosa questo significhi in termini di logiche
clientelari e favoritismi. Non solo: i dirigenti potranno anche disporre
delle vite dei loro dipendenti, decidendo in modo totalmente
discrezionale chi premiare e chi invece penalizzare.
Gli istituti collegiali degli insegnanti saranno ridotti a meri
organismi consultivi, mentre si creerà una sorta di organismo direttivo
- costituito dal dirigente e da pochi accoliti - che, in cambio di
qualche piccolo privilegio stipendiale, potrà assumere tutte le
decisioni relative alla didattica e al finanziamento della scuola.
L'ingerenza dei privati diventerà sempre più pesante, soprattutto
considerando che non vengono stanziate risorse pubbliche per soddisfare
il fabbisogno delle scuole.
Tutto questo mentre aumentano i finanziamenti pubblici alle scuola
private - che in Italia sono a larga maggioranza gestite dalla Chiesa
cattolica - e il Contratto nazionale degli insegnanti non viene
rinnovato dal 2006 (le buste paga degli insegnanti italiani sono tra le
più basse d'Europa).

Giannini fa rima con Gelmini

"Giannini fa rima con Gelmini": è questo uno degli slogan più gridati
dai precari della scuola in questi ultimi anni. Ed è uno slogan
azzeccato. La ministra dell'istruzione Giannini, all'ombra di un governo
a guida Pd, sta portando avanti lo stesso progetto inaugurato dalla
Gelmini ai tempi di Berlusconi.
I lavoratori della scuola si ricordano bene che il Pd, ai tempi della
controriforma Gelmini, stigmatizzava il taglio di 8 miliardi
all'istruzione pubblica voluto da Berlusconi: un taglio che ha
comportato il licenziamento di fatto di circa 180 mila precari (in gran
parte donne), che hanno visto sfumare per sempre la possibilità di
essere assunti a tempo indeterminato. "Il più grande licenziamento di
massa della scuola d'Italia", lo aveva ipocritamente definito allora
Dario Franceschini.
Fatto sta che oggi il Pd sta sostenendo a spada tratta il proseguimento,
o meglio l'ulteriore peggioramento, di quella controriforma. I tagli
della Gelmini non sono stati ritirati né nella scuola primaria né in
quella secondaria. Alcune materie di insegnamento sono state quasi
cancellate, con il conseguente peggioramento sia della condizione
lavorativa degli insegnanti sia della qualità dell'istruzione. Gli
edifici sono fatiscenti e sono all'ordine del giorno crolli di soffitti
e pareti, per non dire cedimenti di intere strutture (con rischi per la
vita nelle tante zone sismiche del Paese). Studenti e lavoratori della
scuola sanno che basta a volte un forte acquazzone per mettere in crisi
gli edifici scolastici. E conoscono fin troppo bene lo spettacolo
quotidiano dei secchi o delle bacinelle per raccogliere l'acqua piovana
che gocciola dai soffitti...

La truffa delle assunzioni

E' da settembre che Renzi e la Giannini fingono di interloquire con
insegnanti e studenti in vista dell'approvazione della legge sulla
scuola. In realtà, non c'è stato nessun reale dialogo, come dimostra la
recente vicenda dei precari e studenti bolognesi a cui è stato impedito
di intervenire ad un dibattito con la Giannini alla festa dell'Unità: la
loro protesta è stata bollata come "atto squadristico" dalla ministra.
Una vera e propria provocazione: dopo che per anni e decenni gli
insegnanti precari sono stati utilizzati come tappa-buchi usa e getta,
oggi si prendono anche degli squadristi!
La condizione dei precari della scuola in Italia è quasi da romanzo di
fantascienza. Nonostante esista una legislazione che impone l'assunzione
dei precari dopo 36 mesi di lavoro nella pubblica amministrazione, gli
insegnanti nel nostro sistema di istruzione restano precari per decenni.
Ogni anno vengono, se va bene, assunti a settembre, per poi, se va bene,
essere licenziati a giugno (spesso sono licenziati molto prima). Quindi
ci sono i soliti due mesi di disoccupazione (con un assegno sempre più
misero che arriva con mesi di ritardo) e poi di nuovo la sempiterna
odissea delle supplenze. E, se una volta tutto questo avveniva nella
speranza di migliorare in futuro la condizione lavorativa, oggi tutto
ciò avviene con la certezza che ogni anno sarà sempre peggio (meno ore
di lavoro, scuole sempre più distanti, contratti sempre più spesso a
breve o brevissimo termine, stipendi che non arrivano mai, ecc.). Il
tutto aggravato dalle recenti leggi finanziarie, che hanno deciso di
togliere ai precari persino la monetizzazione delle ferie non godute
"per contribuire ai bilanci dello Stato" (un taglio di circa 1000 euro
all'anno).
E oggi il governo Renzi che fa? Dopo la sentenza della Corte di
giustizia europea, che ha sanzionato l'Italia per l'illegittima
reiterazione dei contratti precari, pensa bene di spacciare per
assunzione di massa quello che invece sarà un licenziamento di massa. Le
centinaia di migliaia di precari che lavorano nella scuola potrebbero
essere assunte solo se venissero ritirate le controriforme dell'era
berlusconiana: cosa che Renzi non ha nessuna intenzione di fare.
Dell'enorme esercito di precari che lavorano nella scuola solamente una
piccolissima parte verrà assunta... e sarà assunta su chiamata dei
dirigenti scolastici, a seconda delle loro preferenze. Per tutti gli
altri non resterà che la disoccupazione... e poi si vedrà.
La parte di precariato che verrà esclusa a priori dal piano di
assunzioni è proprio quella a cui in questi anni sono stati chiesti i
sacrifici più duri: corsi di abilitazione costosissimi (3000 euro o più)
e a frequenza obbligatoria, tirocini, esami di selezione, stipendi
pagati con tre mesi di ritardo! Prima sono stati spremuti come limoni
per risanare le casse delle facoltà universitarie (a cui il governo ha
appaltato i corsi) e adesso ricevono il benservito.

Lo sciopero del 5 maggio: non è che l'inizio!

Da settimane i comitati di lotta dei precari e dei lavoratori della
scuola chiedono a gran voce uno sciopero unitario su una piattaforma che
preveda il ritiro del Ddl Scuola. La prima azione di sciopero si è avuta
il 24 aprile, promossa da alcuni sindacati autonomi della scuola, con la
partecipazione attiva di numerosi coordinamenti di precari della scuola
e il sostegno dell'area di opposizione interna alla Cgil.
Dopo la grande manifestazione del 18 aprile, anche Cgil, Cisl e Uil si
sono decise a proclamare lo sciopero, seppure indicando la data del 5
maggio e ignorando le date di sciopero già in programma. La piattaforma
dei sindacati concertativi non è condivisibile, poiché viene richiesta
la modifica del Ddl, e non se ne richiede invece con fermezza il ritiro
totale (non è da escludersi anzi che, dopo lo sciopero, le burocrazie
contrattino col governo qualche insignificante modifica del Ddl,
lasciando invariata la sostanza dello stesso). Alcuni sindacati di base
(Cobas e Cub) hanno proclamato nello stesso giorno lo sciopero, con una
piattaforma più radicale che rivendica il ritiro immediato della
controriforma e un reale piano di assunzioni di tutti i precari.
Soprattutto, i coordinamenti di lotta dei precari e degli insegnanti di
ruolo di tutta Italia, insieme con i collettivi e i sindacati degli
studenti, si stanno preparando a riempire la giornata del 5 maggio di
contenuti combattivi.
Occorre essere consapevoli del fatto che dalle burocrazie dei sindacati
concertativi non potrà venire alcuna reale risposta di lotta a questo
piano di privatizzazione della scuola pubblica. Soprattutto, una
giornata di sciopero non basta: occorre un'azione di lotta ad oltranza
che, unendosi alle mobilitazioni dei lavoratori degli altri settori,
metta realmente il bastone tra le ruote del governo, costringendolo a
ritirare i piani di privatizzazione.
Sappiamo che un'azione di questo tipo in Italia è difficile, anche a
causa delle leggi antisciopero volute dai sindacati concertativi: leggi
liberticide che impediscono l'organizzazione di azioni di sciopero a
oltranza nel pubblico impiego e nei servizi cosiddetti essenziali. Ma la
storia e anche esempi recenti - come gli scioperi prolungati nel settore
dei trasporti - ci dimostrano che, in definitiva, sono i lavoratori in
lotta che decidono le regole, e non le leggi o gli accordi scritti a
tavolino da padroni e burocrati sindacali.
Oggi più che mai serve, sia nel pubblico che nel privato, una
mobilitazione unitaria e prolungata che respinga tutte le politiche di
austerity e di privatizzazione, dalla scuola ai trasporti. La battaglia
contro la cattiva scuola renziana deve unirsi alla lotta per il ritiro
del Jobs Act e di tutte le misure antioperaie del governo Renzi.
Difendere la scuola pubblica significa difendere il diritto dei figli
dei lavoratori ad avere un'istruzione: anche per questo la mobilitazione
non deve essere settoriale ma quanto più ampia e unitaria possibile.

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