Il Primo Maggio a Milano e le prospettive della lotta

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Partito di Alternativa Comunista/Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale (PdAC/Lit-Ci)

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Partito di Alternativa Comunista
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04/05/2015

Il Primo Maggio a Milano e le prospettive della lotta

Dichiarazione del Comitato Centrale Pdac

La giornata del Primo Maggio a Milano quest’anno ha avuto un’importanza
che le mancava da anni: da tempo infatti la MayDay del pomeriggio non
aveva quei chiari contenuti politici, né soprattutto quella carica di
attrattività che ha contraddistinto la preparazione di quella che
avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni degli organizzatori e della
maggior parte dei partecipanti, una giornata di festa e di lotta. Le
cose però sono andate diversamente ed è necessario interrogarsi sul
perché e dare delle risposte chiare, altrimenti alla giornata del NoExpo
non solo non seguirà un rilancio del movimento come molti auspicavano,
ma sarà solo un altro ostacolo allo sviluppo delle lotte sociali e dei
lavoratori.

Chi era in piazza?

Bisogna innanzitutto partire da una precisazione, soprattutto per chi
non è di Milano: le manifestazioni nella giornata sono state due; la
mattina c’era la manifestazione “istituzionale”, organizzata cioè dai
sindacati confederali e a favore di governo ed Expo; al pomeriggio la
MayDay NoExpo contro la grande manifestazione dei padroni e delle
multinazionali, a cui erano presenti movimenti sociali, i sindacati di
base e la sinistra Cgil e infine diversi movimenti politici, alcuni
partiti e diversi gruppi di centri sociali e di antagonisti. Assenza
significativa quella dei soggetti che stanno costruendo la “coalizione
sociale” landiniana, assenza che indica una scelta di campo chiara,
quella interna al sistema capitalista, come “altra faccia” del regime
renziano. Come Alternativa comunista rivendichiamo con forza la
partecipazione alla manifestazione del pomeriggio, contro il modello
Expo e il sistema capitalistico di cui Expo incarna quasi tutti i mali,
ma crediamo che le pratiche di alcuni siano esiziali per la crescita e
il rafforzamento delle lotte sociali e operaie.

Infiltrati o politicamente sprovveduti?

Noi non ci uniamo al coro degli ipocriti borghesi e di quanti, per
giustificare la loro assenza, denunciano gli “infiltrati” black block e
dicono che non sono scesi in piazza perché sapevano che sarebbe finita
così, cercando di mascherare la loro subordinazione alle logiche e ai
progetti del capitale. Ma è necessario comprendere chi sono questi black
block e capire quali sono le loro pratiche e concezioni.
Sono frange che credono che si possa riaccendere il conflitto sociale
inducendo artificialmente a scontri con la polizia spaccando vetrine e
bancomat oppure incendiando macchine. Si concepiscono di fatto come
“avanguardie” del conflitto sociale, che vogliono gestire
artificialmente e al di fuori dei movimenti reali di lotta sociali o dei
lavoratori, al di fuori di qualsiasi modalità democratica di gestione
del movimento. E pensare che questa gente critica ferocemente i partiti
di tipo leninista perché manovrerebbero i movimenti!
Questo “blocco nero” non è composto da “infiltrati” nel senso borghese
del termine, cioè da professionisti della devastazione, ma da persone
che hanno una concezione della lotta di classe totalmente opposta alle
sue leggi reali. C’è però una verità che non si può negare e che tutta
l’esperienza storica del movimento ci conferma: questo tipo di frange
sono assolutamente permeabili alle infiltrazioni e provocazioni che gli
apparati repressivi dello Stato mettono sistematicamente in atto contro
tutte le organizzazioni che si oppongono a vario titolo al sistema
dominante. E' la natura stessa di questi gruppi li rende più facilmente
soggetti dei partiti rivoluzionari alle infiltrazioni.
I black block non sono tutti infiltrati, ma tra i black block vi sono
degli infiltrati e probabilmente non pochi. Le azioni violente compiute
dal “blocco nero” sono quindi opera dei provocatori della polizia o
solamente della loro erronea concezione avanguardista della lotta, della
loro estetica della violenza? Non lo sapremo mai, e in un certo senso
non abbiamo bisogno di saperlo con certezza, quello che conta sono gli
effetti sulla manifestazione e sul movimento.

Quali prospettive c’erano per la MayDay NoExpo?

Per i black block e per i gruppi attigui a quell’area la gente in piazza
era solo una “massa di manovra” per le loro azioni: gente da mandare
impreparata al macello nella speranza che lo scontro con la polizia
riaccenda gli antagonismo di classe. Per questi gruppi non esiste la
dinamica della lotta di classe, non esistono momenti di flusso e
riflusso, non esistono gli umori delle masse: esistono solo loro, cioè
l’unica parte cosciente del movimento “rivoluzionario”, e tutti gli
altri che devono essere indotti con artifici a lottare. Questa è la
concezione comune a tutti questi gruppi, sebbene con sfumature diverse
tra di loro. Ecco perché nei loro comunicati si leggono spesso
espressioni come “esercizio della forza”, “pratica dell'obiettivo”,
“rottura della compatibilità di sfilate sempre uguali”: credono che il
movimento non abbia senso se non si esprime attraverso la violenza.
Ma qual è lo stato attuale del movimento? Secondo noi in Italia le lotte
vivono un momento di riflusso, di atomizzazione: vi sono lotte anche
radicali, ma rimangono per ora purtroppo isolate tra loro. È come se
mancasse un “tessuto connettivo” sociale numericamente rilevante che le
supporti. In questo quadro generale si iscrive il movimento NoExpo, che
però non viveva una fase di crescita, ma semplicemente un “colpo di
coda” dovuto all’inizio del grande evento. Non si poteva certo pensare,
con le forze in campo, di bloccare l’Expo come nei mesi scorsi
propagandavano certi gruppi. Il corteo del 1° maggio doveva quindi
essere una occasione per cercare di rafforzare i legami tra le varie
realtà di lotta presenti in piazza e per cominciare a ricostruire un
blocco sociale di sostegno a queste lotte sociali e operaie. I black
block, invece, astraendo completamente dalla fase della lotta di classe,
credevano che fosse importante fare azioni simboliche perché il corteo
non fosse semplicemente il “solito corteo”. Non concepiscono che la
differenza tra un “corteo istituzionale” e un corteo di opposizione al
governo, in una fase come questa, non passa dalle violenze di piazza, ma
dalle parole d’ordine che il movimento riesce a concordare, dalle
prospettive di lotta che si riescono a costruire. Non riescono a capire
come le forme delle lotte operaie devono in primo luogo avere
l’obiettivo di fortificare la lotta degli operai stessi, la loro
coesione, la loro determinazione e la loro fiducia nelle possibilità di
vittoria. Non possono essere calate dall’alto. In una fase come questa
anche una manifestazione molto partecipata e unitaria su parole d’ordine
radicali può servire a questi scopi. La violenza messa in atto dai black
block invece non ha fatto altro che dare un colpo all’unità dei
lavoratori, staccando quelli più arretrati dalle avanguardie delle
lotte, indebolendo queste ultime.

Violenza minoritaria o violenza rivoluzionaria?

Come rivoluzionari non siamo moralisti: noi non siamo contro la
violenza, siamo contro la violenza inutile. La violenza di piccoli
gruppi minoritari, senza alcuna connessione con il reale corso della
lotta di classe, è dannosa per il movimento quandanche non fosse
strumentale alla provocazione della polizia. E di provocazione a nostro
avviso si è trattato: i padroni, e probabilmente lo stesso Renzi in
prima persona, hanno dato ordine di lasciare sfogare le “teste calde”
lontane dall’Expo ma vicinissime al centro della città, alle sue banche,
alle agenzie interinali e immobiliari, obiettivi dichiarati dei black
block. Queste frange hanno svolto il ruolo di utili idioti nella
pantomima organizzata dal governo Renzi per criminalizzare il dissenso
sociale.
La sola violenza che per noi è concepibile è quella rivoluzionaria, cioè
una violenza di massa che si esprime attraverso le decisioni degli
organismi di lotta democratici delle masse in lotta contro questo
sistema. È questa la unica violenza che ammettiamo, ma devono esservi le
condizioni per metterla in atto: non può mai essere una scelta
avanguardista! Questo anche perché soltanto la violenza di massa può
spezzare quella che è la violenza quotidiana della società capitalista,
la violenza economica dei padroni e quella dei loro organi di
repressione, mentre la violenza minoritaria, non essendo in grado di
cambiare realmente e durevolmente le cose, serve solo a dare un
bersaglio alla repressione che può così scatenarsi sull’insieme del
movimento, intimorendo gli strati più arretrati che prima partecipavano
alle lotte e che poi si ritraggono, non condividendo prospettive
sbagliate e che non sono proprie del movimento operaio.

Le prospettive dopo il Primo Maggio e i compiti dei rivoluzionari

Dobbiamo quindi rispondere a una domanda essenziale e invitiamo tutti a
fare una riflessione su questo punto: le lotte sociali e dei lavoratori
saranno più forti o più deboli dopo la giornata del NoExpo? Quando ci
saranno degli sgomberi di case occupate a Milano o in altre città ci
saranno più o meno persone a sostenere gli occupanti? Quando i
lavoratori della logistica dovranno lottare contro la serrata padronale
della Sda avranno più o meno sostegno dai lavoratori italiani e dai vari
solidali? Secondo noi le azioni di violenza minoritaria del Primo
Maggio mettono in pericolo il già esiguo blocco sociale di opposizione
al governo e alle politiche di austerità che da questo vengono portate
avanti. E comunque si è persa un’occasione per rafforzare le lotte e la
loro unità.
Il vero problema è che queste dinamiche dannose non si esauriranno, ma
continueranno a perpetuarsi in una sorta di “eterno ritorno”, e fino a
che i sindacati conflittuali saranno così deboli e così divisi non sarà
semplice evitare che certe pratiche prendano il sopravvento, anche se
messe in atto da parti minoritarie dei cortei.
Bisogna battere politicamente questi gruppi, con un programma
rivoluzionario chiaro e conseguente, con pratiche democratiche che
tengano conto della coscienza delle masse in lotta e soprattutto dei
lavoratori, lavorando per rafforzare le lotte e l’unità delle lotte, per
far comprendere come l’unico cambiamento sociale possibile possa
avvenire attraverso un impegno cosciente dei lavoratori per costruire un
altro sistema economico e sociale, e non utilizzandoli come “massa di
manovra” o peggio come “carne da cannone”. In questo, estremismo e
riformismo sono due facce della stessa medaglia. I rivoluzionari invece
devono intervenire in ogni lotta, anche in quelle parziali, per
rafforzarle, rafforzando al contempo il partito e portando nelle lotte
quella coscienza socialista che da sole non possono raggiungere.
Bisogna costruire un partito veramente rivoluzionario, che possa
difendersi il meglio possibile contro le infiltrazioni e le provocazioni
della polizia, che sappia dare una prospettiva politica ai lavoratori
che si radicalizzano, che sappia cementare un blocco sociale attorno
alle sue parole d’ordine e rilanciare le pratiche di lotta operaie
sempre più radicali, al fine di rovesciare per sempre la violenza e il
dominio dei padroni. Gli sfoghi passeggeri non ci interessano.

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