Un altro autunno di occasioni perdute? Intervista a Fabiana Stefanoni

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Partito di Alternativa Comunista / Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale (PdAC/LIT-CI)

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Oct 10, 2017, 7:15:00 AM10/10/17
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04/10/2017

Un altro autunno di occasioni perdute?

Intervista a Fabiana Stefanoni sulla situazione sindacale e sullo
sciopero generale

A cura della redazione web

La situazione sociale in Italia non accenna a migliorare: eppure Cgil,
Cisl e Uil non rilanciano azioni di lotta e, anzi, appoggiano il
governo persino nei suoi tentativi di ridimensionare ulteriormente il
diritto di sciopero nei trasporti. Al contempo, il sindacalismo
conflittuale e “di base” ha, anche quest’anno, deciso di organizzare
due date separate di sciopero generale. Alcuni sindacati sciopereranno
il 27 ottobre (Cub, Si.Cobas, Slai Cobas, Usi-Ait) mentre altri il 10
novembre (Usb, Confederazione Cobas, Unicobas). Ne parliamo con Fabiana
Stefanoni, responsabile sindacale di Alternativa Comunista.

Anche questo autunno il sindacalismo di base si presenterà diviso in
occasione dello sciopero generale. Un film già visto che si ripete, non
credi?

Purtroppo sì. Esattamente un anno fa, all’indomani del tragico omicidio
di Abdel Salam durante un picchetto di sciopero, avevamo criticato la
decisione dei dirigenti dei sindacati conflittuali di dividere il
fronte di classe proclamando due date di sciopero generale separate e
contrapposte, una il 21 ottobre e una il 4 novembre: quest’anno il film
sembra ripetersi più o meno identico. Eppure nulla è più urgente della
costruzione di un grande sciopero unitario e di massa al fine di
respingere al mittente gli attacchi del governo e dei padroni: il
governo prepara l’ennesima finanziaria lacrime e sangue e, soprattutto,
minaccia di ridimensionare ulteriormente il diritto di sciopero, già
fortemente limitato nei cosiddetti “servizi essenziali”, dalla scuola
alla sanità ai trasporti.

Secondo te perché i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil non vogliono
proclamare uno sciopero generale?

I dirigenti di Cgil, Cisl e Uil hanno i loro “buoni motivi” burocratici
per non proclamare uno sciopero generale, in particolare dopo la firma
dell’Accordo della Vergogna (1) e l’intesa del 2016 con Confindustria
sulla cogestione delle crisi aziendali. La burocrazia di questi grandi
apparati sindacali mira solo a garantirsi una buona convivenza col
governo e coi padroni, rinunciando ormai persino a mimare il conflitto
sociale… e per fortuna in qualche caso i lavoratori cominciano a
capirlo, come dimostra ad esempio lo straordinario risultato del
referendum in Alitalia (2).
Eppure la situazione sociale economica in Italia, al di là della
propaganda governativa che si inventa grandi miglioramenti, resta
disastrosa: il tasso di disoccupazione è tra i più alti d’Europa
(superiore all’11%, oltre il 35% quella giovanile!), i salari e gli
stipendi non servono nemmeno a sopravvivere, i lavoratori sono
indebitati fino all’osso e la privatizzazione dei servizi pubblici
aumenta drasticamente le loro spese. Contemporaneamente, mentre la
sanità e l’istruzione sono devastate dai tagli, il governo regala
decine di miliardi alle banche e, sotto forma di incentivi e
ammortizzatori, alla grande industria. Per i capitalisti, così come per
i politici corrotti che li rappresentano, saltano sempre fuori carote
d’oro, mentre ai proletari vengono riservate solo bastonate.

Le statistiche parlano, infatti, di un calo di fiducia nei sindacati.
Cosa pensi delle affermazioni di Di Maio del M5S?

Di Maio, come tutto il M5S, dopo essersi presentato come forza
“antisistema” di opposizione, si appresta a governare per conto della
borghesia, come già stanno facendo nelle giunte che controllano, a
partire da Roma. Approfitta della giusta e comprensibilissima sfiducia
dei lavoratori nei confronti di apparati burocratici chiusi nella
difesa dei loro interessi di bottega per attaccare indistintamente i
diritti sindacali. Non solo: mentre critica i sindacati, annuncia una
“manovra shock” per favorire le imprese, cioè “l’abbassamento del costo
del lavoro”. E’ quello che hanno fatto tutti i governi fino ad oggi, da
Prodi a Berlusconi, da Monti a Renzi a Gentiloni: abbassare il costo
del lavoro significa colpire i salari degli operai. Del resto, non è
l’unico aspetto con cui il M5S si presenta in continuità con gli altri
partiti borghesi: razzismo, maschilismo, corruzione (come dimostrano le
vicende in cui è coinvolta la sindaca Raggi). Ultimamente il M5S ha
calato completamente la maschera: auspichiamo che gli attivisti
sindacali e gli operai che hanno riposto fiducia in questo movimento-
partito ne comprendano finalmente la natura borghese e reazionaria.

Ma torniamo al tema dello sciopero generale. Se è chiaro, come dici,
che le burocrazie di Cgil, Cisl e Uil non hanno interesse ad alzare il
livello dello scontro di classe, come spieghi invece la decisione del
sindacalismo “di base” di rinunciare all’occasione di proclamare uno
sciopero generale unitario?

Tanto è forte l’esigenza dei lavoratori e delle lavoratrici di
organizzare a una forte risposta di lotta e di classe all’attacco del
governo e dei padroni quanto sono deboli le argomentazioni portate dai
dirigenti dei sindacati conflittuali per giustificare questa scelta
masochistica. La direzione di Usb ha accampato scuse risibili (una
riunione internazionale alcuni giorni dopo…) per non convergere sulla
data del 27 ottobre, al contempo i dirigenti dei sindacati che hanno
proclamato lo sciopero il 27 ottobre hanno fatto di tutto evitare una
data comune con Usb. Tra gli argomenti usati da qualcuno c’è un
ragionamento solo apparentemente corretto: affermano che, firmando il
famigerato accordo della vergogna, i dirigenti di Usb e della
Confederazione Cobas hanno tradito la lotta. E’ innegabile: la firma di
quell’accordo è stata un fatto gravissimo, che ha indebolito la
capacità di resistenza di tutta la classe lavoratrice. Ma ritenere che
questo possa giustificare l’idea di scioperi separati e contrapposti è
un’assurdità.

Come si deve costruire, a tuo avviso, uno sciopero generale?

Possiamo prendere ad esempio quello che fanno i sindacati di base di
altri Paesi. Vediamo quello che succede in questi giorni in Francia o
in Catalogna ad esempio. Le lavoratrici e i lavoratori francesi stanno
preparando in questi giorni la terza giornata di sciopero unitario
contro il governo Macron e contro la riforma del lavoro (due giornate
di sciopero sono già state organizzate a settembre). In Catalogna i
sindacati di base e conflittuali hanno promosso, il 3 ottobre, una
grande giornata di sciopero generale unitario contro la repressione del
governo centrale e della guardia civile, a sostegno delle masse
popolari catalane. L’appello a proclamare lo sciopero generale è stato
lanciato a tutti i sindacati, per quanto complici o opportunisti siano
giudicati i loro dirigenti. Ed è giusto che sia così: lo sciopero
generale deve presentarsi, per sua stessa natura, come lo sciopero di
tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici contro il nemico di classe
(sciopero generale, appunto). Solidaires (il più grande sindacato di
base francese) ha scioperato con la Cgt francese (l’equivalente della
nostra Cgil, per intenderci), ovviamente su piattaforme diverse, ma pur
sempre lo stesso giorno: lo scopo era organizzare un’azione incisiva e
di massa, per respingere la riforma del lavoro. In Catalogna, i grandi
sindacati burocratici (Comisiones obreras e Ugt) si sono invece
sfilati, per loro decisione e non per esclusione altrui, dallo sciopero
generale (proclamato invece dai sindacati di base presenti in
Catalogna, dalla Cgt ai Co.Bas): lo sciopero è riuscito lo stesso, con
adesioni pari all’80% nelle principali fabbriche e centinaia di
migliaia di lavoratori in piazza.
Quello che sembrano non capire i dirigenti sindacali di casa nostra (mi
riferisco ora al sindacalismo “di base”) è che non si deve confondere
la costruzione del proprio sindacato – che spesso, per essere coerente
e di lotta, deve passare per rotture e profonde differenziazioni – con
le azioni di sciopero e di lotta: nella costruzione di queste ultime
bisogna sempre sforzarsi di cercare la massima unità d’azione. Occorre
sempre dimostrare ai lavoratori degli altri sindacati di essere
disposti a lottare al loro fianco contro i padroni e il governo,
indipendentemente dalle sigle e dalle bandiere: è anzi questo il
miglior modo per smascherare la politica opportunista dei loro
dirigenti e sottrarli alla loro influenza. Questo è tanto più valido in
relazione alla costruzione di uno “sciopero generale” degno di questo
nome.
Hai descritto scenari, quello catalano e quello francese, che appaiono
molto differenti da quello cui assistiamo qui in Italia…
In realtà in Italia assistiamo a uno scenario contradditorio. Da un
lato i sindacati conflittuali stanno proclamando scioperi unitari e
incisivi nelle fabbriche e nelle vertenze di categoria: dai trasporti
(pensiamo al riuscito sciopero del 2 ottobre nel comparto aereo e
aeroportuale) all’industria, dalle telecomunicazioni al telemarketing.
Dall’altro lato, quando si tratta di unificare tutte queste vertenze in
una grande azione unitaria di sciopero generale… si spezzettano le
date. C’è una palese contraddizione, che a mio avviso si può spiegare
solo con una grande distanza dei dirigenti delle confederazioni
sindacali non solo dai lavoratori e alle lavoratrici nei luoghi di
lavoro (che capiscono istintivamente la necessità di lottare e
scioperare uniti per sconfiggere il nemico di classe), ma anche spesso
dai loro stessi attivisti.
Al di là del fatto scontato che le dinamiche della lotta di classe sono
imprevedibili, è evidente che i risultati nell’immediato sono molto
negativi. Prima di tutto, si perde l’occasione di convogliare il
malcontento sociale in una grande azione di sciopero generale: ne
approfitteranno non solo il governo e i padroni, ma anche le varie
organizzazioni populiste e fasciste (pensiamo solo alla recente
gravissima aggressione di un picchetto di sciopero alla Sda di
Carpiano). In secondo luogo, si rischia di svuotare di significato lo
stesso concetto di “sciopero generale”: i lavoratori e gli stessi
attivisti del sindacalismo conflittuale lo percepiranno come un momento
distinto dallo scontro di classe in cui sono impegnati quotidianamente,
quasi fosse un mero momento propagandistico del proprio sindacato,
anziché – come dovrebbe essere - la più forte e incisiva azione di
lotta nello scontro politico con governo e padronato.
Concludo dicendo che, da questa ennesima triste storia, possiamo forse
trarre un insegnamento: è necessario e urgente costruire dal basso, col
protagonismo diretto e decisionale dei lavoratori e degli attivisti
sindacali che lottano, un ampio fronte unico delle lotte, che possa
imporre ai dirigenti sindacali quell’azione incisiva e unitaria che
serve urgentemente alla classe lavoratrice per vincere. E’ quello che,
ad esempio, stiamo cercando di fare impegnandoci nel rafforzamento del
Fronte di Lotta No Austerity.


(1) Si veda questa intervista: http://www.alternativacomunista.it/conte
nt/view/2219/
(2) Per i dettagli su questa lotta straordinaria rimandiamo a questo
articolo di M. Bavassano: http://www.alternativacomunista.it/content/vi
ew/2449/


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