Partito di Alternativa Comunista
Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale
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17/02/2015
Il governo Renzi e le lotte degli anni '60-'70
Come il padronato si sta riprendendo le conquiste della classe operaia
di Fabiana Stefanoni
È impossibile capire fino in fondo quello che sta avvenendo in questi
mesi in Italia se non si volge lo sguardo al passato, a poco più di
quarant'anni fa, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli
anni Settanta. Solo così possiamo comprendere il significato storico
dell'azione del governo Renzi: la grande borghesia italiana si sta
riprendendo tutto quello che era stata costretta a concedere su
pressione delle lotte operaie di quegli anni. E lo fa in un contesto
economico e sociale - europeo e internazionale - che non lascia spazio a
nuovi compromessi di classe.
Dallo Statuto dei lavoratori al Jobs Act di Renzi (passando per Marchionne)
Da Landini alla Camusso fino ai vari Vendola e Civati: non c'è dibattito
televisivo in cui i rappresentanti della sinistra riformista, sindacale
e politica, non ricordino, gridando allo scandalo, che il Jobs Act sta
distruggendo lo Statuto dei lavoratori. Eppure nessuno di loro - ed è
proprio penoso constatarlo - ricorda che la Legge 300 del 10 maggio
1970, meglio nota come Statuto dei lavoratori, è stata il frutto di due
anni di scioperi ininterrotti alla Fiat Mirafiori, allora la più grande
fabbrica d'Europa. Non saremmo qui a discutere dell'articolo 18 - perché
non sarebbe mai esistito - se, in quei due anni, dal primo semestre del
'68 al dicembre del '69, gli operai di Mirafiori non avessero dato vita
ad un'ondata di scioperi prolungati che fece perdere alla principale
industria del Paese alcuni milioni di ore di lavoro. Una conflittualità
che non si fermò nel '69, ma proseguì con rinnovata forza negli anni
successivi.
È solo in virtù di quelle lotte che nacque lo Statuto dei lavoratori.
Non si trattò, come qualcuno vuole farci credere - in un coro pressoché
unanime, a destra come a sinistra, di distorsioni storiche - del frutto
spontaneo del sistema capitalistico in un contesto di crescita
economica: fu il risultato di due anni di durissimo scontro di classe,
in cui gli attivisti politici dell'estrema sinistra, formatisi nelle
mobilitazioni del Sessantotto, giocarono un ruolo centrale di direzione.
La grande borghesia, nonostante le rimostranze di alcuni settori - che,
piuttosto che cedere al "ricatto" operaio, avrebbero preferito una
svolta autoritaria, come dimostra il tentativo di golpe Borghese proprio
nel 1970 - accettò di fare alcune concessioni al nemico di classe in
cambio della conservazione del proprio potere politico ed economico.
Quelle concessioni che si sta a poco a poco riprendendo.
L'accordo sulla rappresentanza: un altro tassello dell'attacco
Qualcosa di simile sta avvenendo sul versante più strettamente
sindacale. Il famigerato Testo unico sulla rappresentanza, siglato il 10
gennaio del 2014 da Cgil, Cisl e Uil (e, successivamente, persino da
alcuni settori del sindacalismo "di base") - accordo contro cui il
coordinamento No Austerity ha promosso un'importante campagna che ha
visto confluire settori di diversi sindacati in un comune percorso -
rappresenta il tentativo della classe padronale di smantellare, di
concerto con le burocrazie sindacali, ogni residuo di democrazia nei
luoghi di lavoro.
È un accordo (presumibilmente destinato a tramutarsi in legge se non
verrà respinto con la mobilitazione) che espelle dalla rappresentanza
sindacale e dalla contrattazione tutti i sindacati che non ne accettano
i contenuti, e cancella la libertà di sciopero per chi invece lo firma.
Lo scopo è quello di indebolire il sindacato conflittuale nelle
fabbriche, trasformare i sindacati in meri erogatori di servizi, al fine
di favorire l'imposizione di misure di austerity funzionali ad aumentare
i profitti dei capitalisti.
Anche qui, è interessante fare un passo indietro di qualche decennio, se
non altro per rendersi conto che i precedenti tentativi di congelare
tramite accordi siglati a tavolino il conflitto di classe sono
miseramente falliti, restando delle scatole vuote. I padroni e le
burocrazie ci provarono già nel '61 a imporre, di concerto tra loro,
pesanti restrizioni al diritto di sciopero ("clausole di tregua"). La
proposta, allora, prevedeva qualcosa di simile ai recenti accordi: si
introducevano norme restrittive della possibilità di azione sindacale
dopo la firma dei contratti. Un accordo che la base dei sindacati si
rifiutò di applicare e che fu letteralmente spazzato via con le
mobilitazioni della fine degli anni Sessanta, quando i lavoratori in
lotta si diedero le proprie forme di rappresentanza (dai consigli operai
alle assemblee autoconvocate), riuscendo, almeno in parte, a imporne il
riconoscimento nei contratti collettivi.
Oggi l'accordo della vergogna rappresenta l'ultima tappa di un percorso
che, passando per la legge 146 del '90 (che ha ridotto drasticamente il
diritto di sciopero nel Pubblico impiego e nei cosiddetti "servizi
essenziali") e gli accordi di luglio '93 (che hanno dato un duro colpo
alla rappresentanza dei sindacati di base nel privato), ha
progressivamente permesso al padronato di riprendersi tutto quello che
era stato costretto a concedere. E, non casualmente, la reconquista è
iniziata in Fiat: là dove le lotte operaie, prima che altrove, avevano
imposto il riconoscimento dei delegati di reparto e dei consigli di
fabbrica; là dove, dal Sessantotto alla metà degli anni Settanta, gli
operai, riuniti in assemblee, si erano fatti beffe degli accordi siglati
dai loro dirigenti sindacali, rilanciando ogni volta azioni di sciopero,
di lotta, occupazioni.
La mossa di Marchionne assume un valore simbolico importante per il
padronato: proprio alla Fiat, che era stata l'avanguardia delle lotte
operaie per quasi un decennio, la classe è stata schiacciata e obbligata
a ingoiare, prima di tutti gli altri, il boccone amaro della reazione.
Quasi a voler punire chi per primo aveva osato alzare la testa, come nei
riti espiatori.
Il ruolo delle direzioni sindacali
Ma cosa è cambiato rispetto a qualche decennio fa? la classe operaia è
forse morta, come cercano di spiegarci gli economisti e i filosofi da
salotto televisivo? oppure, come ci vuole dimostrare qualcuno, anche a
sinistra (si pensi alle recenti teorizzazioni di Toni Negri), la classe
ha abdicato al ruolo di "soggetto rivoluzionario"?
Noi non pensiamo che sia così, e le numerose lotte di cui la classe
lavoratrice è stata protagonista in questi ultimi anni ce lo dimostrano.
Nonostante il contesto economico e sociale sia molto differente da
quello di quarant'anni fa, con una crisi economica di dimensioni enormi,
paragonabile solo a quella del '29, la classe operaia non ha perso la
sua combattività. Quando è stata chiamata allo sciopero e alla lotta lo
ha fatto con determinazione. I picchetti degli operai immigrati della
logistica, che discutono in assemblee autoconvocate le iniziative di
lotta, hanno la stessa radicalità dei picchetti operai degli anni Settanta.
Ciò che è diverso da allora - pur essendo un sottoprodotto proprio di
quella straordinaria stagione di lotte, che non ha paragoni quanto a
intensità e durata in altri Paesi d'Europa (1) - è la capacità di
controllo da parte degli apparati sindacali (Cgil e Fiom in primis)
della classe lavoratrice. Quando gli operai sono stati chiamati dalla
Camusso e da Landini alla lotta contro il Jobs Act non hanno mancato di
far sentire la loro presenza massiccia nelle piazze: ne è un esempio
l'oceanica manifestazione del 25 ottobre a Roma. Eppure, la direzione
della Cgil e della Fiom non hanno nessuna intenzione di portare alle
ovvie conseguenze quella lotta: proseguirla e intensificarla fino a
respingere l'attacco. Oggi quel potenziale conflittuale è stato
rimandato a cuccia, senza nemmeno un piccolo contentino da offrire in
pasto al cane bastonato.
Quello che succede in questi giorni
Il 18 febbraio il ministro Poletti ha convocato Cgil, Cisl e Uil per
discutere dei decreti attuativi del Jobs Act e i dirigenti sindacali si
siederanno a quel tavolo, come se niente fosse: chi con entusiasmo (come
la neosegretaria della Cisl Furlan, emozionata di sedersi al tavolo dove
si discuterà di come cavare meglio il sangue alle nuove generazioni
operaie), chi con qualche borbottio (come la Camusso, che spera comunque
in una "discussione vera" e proficua con il ministro ex presidente di
Legacoop...), tutti saranno lì, a discutere dei decreti attuativi del
Jobs Act, decreto simbolo della più feroce reazione padronale.
Tutto ciò avviene mentre stanno per essere sfornati il decreto sulla
"Buona scuola", che intende smantellare definitivamente quel poco che
ancora sopravviveva di scuola pubblica, e il decreto Madia sul Pubblico
impiego, che inasprirà ulteriormente la condizione dei lavoratori
statali, introducendo i licenziamenti facili e un pesante sistema
disciplinare. È inoltre sempre più probabile un intervento militare in
Libia - con la scusa dell'Isis e con l'obiettivo del petrolio - in
ossequio agli interessi dell'Eni.
Ma quel potenziale di lotta che ha animato, nel corso dell'autunno, le
piazze sia del sindacalismo di base e della Fiom (come in occasione
dello sciopero del 14 novembre) che della Cgil (dal 25 ottobre al 12
dicembre) non si è dissolto. È ancora lì, pronto a esplodere da un
momento all'altro, e forse a rompere, a breve, la camicia di forza del
controllo burocratico dei sindacati concertativi. E il governo mostra di
sapere bene che sta camminando su una polveriera: non è un caso che, con
la scusa dell'antiterrorismo, sia stato varato un decreto che rafforza
la presenza dei militari nelle principali città con oltre 1800 soldati
in più, 600 solo per l'Expo a Milano! È facile prevedere che ci
ritroveremo i militari a presidiare i quartieri delle grandi metropoli,
dove l'emergenza casa - soprattutto dopo il decreto Lupi e la stretta
sugli sfratti - ha già innescato una miccia in grado di scatenare
l'incendio.
Quello che servirebbe
Oggi più che mai è necessario rafforzare un fronte della classe
lavoratrice che possa unire le esperienze di lotta più avanzate al fine
di respingere gli attacchi della classe padronale e del governo Renzi e
ottenere nuove vittorie. È anche importante fare tesoro delle esperienze
dei decenni scorsi, che si possono condensare in una sola massima:
nessuna battaglia vinta all'interno del sistema capitalistico significa
la vittoria della guerra. I padroni si riprendono, prima o poi, tutto
quello che sono costretti a concedere.
Non solo: il nuovo contesto economico e sociale, caratterizzato da una
profonda crisi economica, non lascia spazi a nuove ipotesi di
compromesso: la guerra di classe è destinata a inasprirsi, ci possono
solo essere vittorie definitive o clamorose sconfitte. Qui sta la
necessità di costruire una direzione politica alle lotte, quella
direzione rivoluzionaria internazionale che possa garantire al
proletariato, questa volta, la vittoria definitiva, cioè l'imposizione
per via rivoluzionaria del suo potere. È il processo a cui il Pdac,
sezione italiana della Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta
Internazionale, cerca di portare il proprio contributo.
Note
(1) Il controllo che in particolare la Fiom e la Cgil oggi esercitano
sulla classe operaia in Italia, che fu protagonisti di lotte durissime
(con i metalmeccanici in testa) negli anni Sessanta e Settanta, è
dialetticamente connesso proprio a quella stagione di lotte, che,
sull'onda di una sconfitta sostanziale dovuta alla mancanza di un
partito rivoluzionario e internazionalista con influenza di massa, ha
permesso al sindacato riformista di consolidare il proprio controllo
sulla classe. Non è questo il luogo per approfondire questi argomenti,
rimandiamo agli articoli sull'argomento pubblicati sulla nostra rivista
teorica Trotskismo oggi.
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