Partito di Alternativa Comunista
Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale
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12/11/2014
Inizia una nuova stagione di lotte:
chi cerca di fermarla e chi vuole svilupparla
A proposito del "landinismo": malattia senile dell'opportunismo
di Alberto Madoglio
Nelle ultime settimane è ritornata con prepotenza, nel dibattito
politico nazionale, la querelle legata all’individuazione di un nuovo
leader, di un nuovo soggetto politico, che possa rappresentare
un’alternativa a coloro i quali in questi anni hanno sostenuto e posto
in essere scelte politiche, economiche e sociali che hanno contribuito a
peggiorare le condizioni di vita (nell’accezione più larga: salario,
welfare state, diritti sul posto di lavoro) delle classi subalterne
italiane.
Tutto questo è il risultato di fattori oggettivi e soggettivi. I primi
legati al perdurare, anzi all’ulteriore peggioramento della crisi
economica che, su un’economia complessivamente debole come quella
italiana, ha delle influenze pesanti. Gli altri dovuti invece alla
svolta in senso autoritario e marcatamente anti-operaio del governo Renzi.
Per la prima volta il Partito democratico appare a settori di massa del
movimento operaio non più come un partito che, magari in modo confuso e
contradditorio, cerca di tutelare i loro interessi, ma come un partito
che, alla pari degli altri partiti borghesi, si fa garante e portavoce
delle esigenze delle classi dominanti italiane e europee. Questa svolta
“liberale” del Pd è in realtà avvenuta da diversi lustri e non è figlia
della “nuova generazione” renziana. Tuttavia il fatto che stia
diventando patrimonio comune, e non solo di avanguardie politicizzante,
ha una sua importanza non trascurabile.
Inoltre, il fallimento dei due partiti che, tradizionalmente,
rappresentavano la sinistra di “classe” nel Paese (Rifondazione
comunista e Sel) contribuisce a porre all’ordine del giorno la necessità
di costruire un nuovo soggetto politico che si faccia portavoce delle
rivendicazioni della classe operaia.
Landinismo, malattia senile dell'opportunismo
La risposta che sta prendendo piede, tuttavia, rappresenta l’ennesima
illusione, l’ennesima riproposizione di quella “falsa coscienza” che, in
mancanza di una direzione coerentemente rivoluzionaria, non può che
ripresentarsi inevitabilmente.
Il leader che al momento incarna questa illusione è l’attuale segretario
della Fiom, Maurizio Landini. Ospite in diversi talk show televisivi,
intervistato a destra e a manca, appare come il leader che la sinistra
cercava da tempo.
La foga nel difendere le sue idee e un eloquio meno “aulico” dei vecchi
narratori della sinistra classista (Bertinotti e Vendola), lo fanno
apparire agli occhi di milioni di operai, giovani, disoccupati come uno
di loro.
La sua ricomparsa sotto i riflettori della cronaca e del dibattito
politico nazionale è abbastanza recente e risale alla primavera del
2010, quando Marchionne lanciò il suo attacco ai lavoratori del gruppo
Fiat, partendo dallo stabilimento di Pomigliano d’Arco. Marchionne col
tempo “ha fatto scuola” e il “modello Pomigliano” - inteso come
cancellazione dei diritti dei lavoratori attraverso licenziamenti, cassa
integrazione, decurtazione del salario e fortissima limitazione della
libertà sindacale sul posto di lavoro - si è pian piano generalizzato in
ogni settore del mondo del lavoro. Da quel momento il sindacato dei
metalmeccanici della Cgil e il suo segretario sono apparsi gli unici in
grado di opporsi all’arroganza padronale.
All’epoca l’isolamento della Fiom era quasi totale, visto che anche la
Cgil spingeva per sottostare al ricatto della Fiat (esplicite sono state
in questo senso le prese di posizione della Cgil regionale campana e di
quella di Napoli), mentre la Camusso suggeriva una “firma tecnica”, modo
elegante per siglare una resa senza condizioni.
Ma fin da allora il radicalismo della Fiom apparve più una costruzione
mediatica che una realtà. Anziché avanzare la proposta dello sciopero
prolungato in tutte le fabbriche del gruppo Fiat, come primo passo per
organizzare una lotta generalizzata di tutti i metalmeccanici - contro
quello che fin da subito appariva non come un caso isolato di arroganza
padronale, ma la prova generale di un attacco a tutto campo al mondo del
lavoro - si scelse la via di minor resistenza.
Si scelse di delegare la difesa dei diritti alla magistratura borghese,
dando il via a una serie di ricorsi e contro-ricorsi che nella sostanza
non hanno portato a nessuna reale vittoria per i lavoratori.
Il fatto che contribuì a smascherare la moderazione e l’arrendevolezza
della Fiom fu quando, nella fabbrica di Grugliasco (sempre gruppo Fiat),
venne siglato anche dalla Fiom un accordo identico a quello che si era
respinto a Pomigliano: decisione non contrastata da Landini.
Pugno di latta in guanto di velluto
Non è solo nelle vicende fin qui raccontate che si può vedere il
carattere moderato e per nulla realmente alternativo al sistemo politico
e sociale dominante della direzione dei metalmeccanici Cgil. Nel
settembre 2011 e 2012 il Comitato Centrale della Fiom avanzava proposte
alla controparte padronale per rientrare nel gioco delle trattative
sindacali. Proposte che, nella sostanza, figuravano una resa
incondizionata: raffreddamento del conflitto con blocco degli scioperi e
di ogni rivendicazione radicale (2011); rinnovato appello alla
moderazione rivendicativa, accettazione dell’accordo del 28 giugno 2011
(che distrugge il contratto nazionale di lavoro), cacciata dalla
segreteria Fiom della sinistra di Cremaschi-Bellavita (2012).
Ricordiamo per dovere di cronaca che 2011 e 2012 sono stati due tra gli
anni più duri per quanto riguarda le politiche contro i lavoratori: la
crisi dello spread del debito pubblico italiano nella seconda metà del
2011 ebbe come risultato manovre finanziarie da oltre 100 miliardi di
euro, una pesantissima riforma delle pensioni, un primo durissimo
attacco all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, al quale i
sindacati (Fiom compresa) risposero con azioni innocue e rituali
(sciopero di 3 ore contro la riforma delle pensioni) senza far appello
alla mobilitazione generale e continuata.
Nel 2012 era data per certa una vittoria alle elezioni della primavera
seguente dell’alleanza Pd-Sel. La Fiom e Landini all’epoca lanciavano
segnali di affidabilità al probabile governo Bersani-Vendola, dicendo
che dal versante sindacale si sarebbe fatto di tutto per garantire la
pace sociale necessaria ai padroni per portare avanti i loro progetti di
controriforma politica e sociale.
Sappiamo come è andata, ma nemmeno davanti a un esecutivo di larghe
intese contro i lavoratori l’atteggiamento di Landini e soci è mutato,
tant’è che insieme alla segretaria Camusso venne siglato l’accordo del
maggio 2013 sulla rappresentatività che punta a garantire la pace
sociale per decreto nei luoghi di lavoro, e che il regolamento attuativo
del 10 gennaio 2014 regolamenta ma non stravolge, al di là di quello che
strumentalmente sostiene Landini.
L'attacco in corso
E veniamo ai giorni nostri. L’attacco che Renzi sta sferrando ai
lavoratori è solo il proseguimento di scelte precedenti. Il Jobs Act
certifica solamente l’impossibilità di ogni mediazione nel quadro della
crisi economica globale.
La brutalità e la rozzezza dell’azione di governo lasciano spazi per una
propaganda radicale, ma oggi il suo interprete principale non è in grado
di rompere definitivamente con l’azione moderata fin qui seguita.
Anzi, mai come oggi siamo davanti a uno iato tra dichiarazioni roboanti
e pratica moderata. Se davanti all’approvazione del Jobs Act si accenna
alla possibilità di occupare le fabbriche, alla prima occasione si
precisa che il vero obiettivo è che ciò non accada, illudendosi che il
governo possa mutare indirizzo politico. Peccato che tre milioni e
duecentomila disoccupati e altrettanti cassaintegrati ci dicono che oggi
più che mai la parola d’ordine della nazionalizzazione senza indennizzo
sotto controllo operaio di fabbriche e imprese è la sola alternativa
reale per uscire dalla catastrofe che stiamo vivendo.
Se prima si urla contro il governo dei manganelli nel caso
dell’aggressione agli operai Ast di Terni che manifestavano a Roma,
qualche giorno dopo si accetta il ricatto della proprietà: fine dello
sciopero e sgombero dei picchetti in cambio del pagamento di salari
arretrati. Stavolta tuttavia gli operai non hanno creduto all’inganno e
hanno sonoramente contestato non solo i delegati di Cisl e Uil, ma lo
stesso segretario della Fiom, che ha personalmente cercato di
persuaderli sulla bontà dell’accordo.
La vera essenza del landinismo concentrata in 130 pagine
Davanti a una piazza come quella del 25 ottobre in cui centinaia di
migliaia di manifestanti chiedono a gran voce lo sciopero generale, si
accetta la tempistica dilatoria della segreteria Cgil, limitandosi a
proclamare uno sciopero di categoria in due date differenti, anziché
indire uno sciopero con manifestazione nazionale ancora a Roma, per
mettere sotto assedio i palazzi del Potere, imponendo con la forza della
mobilitazione il ritiro del Jobs Act e della legge di stabilità,
ennesima manovra lacrime e sangue per i lavoratori, e di regalie (“ho
visto un sogno quasi realizzato” ha sentenziato il leader di
Confindustria, Squinzi) per i padroni. (1)
Queste svariate prese di posizione, dichiarazioni, atti, hanno come filo
conduttore l’accettazione “senza se e senza ma” dell’economia di mercato
come unico orizzonte possibile per l’umanità. Un orizzonte che, secondo
Landini, necessità di una messa a punto, ma al quale non c’è nessuna
reale alternativa.
Lo dice chiaramente lo stesso Landini quando nel suo libro afferma che
“allora lavoro non significa più soltanto avere un’occupazione
qualsiasi… ma acquista importanza la direzione da imprimere a quel
lavoro, come dimostra… il fallimento e la sconfitta dei Paesi che con il
socialismo avevano concepito la proprietà statale come strumento per
risolvere ogni stortura”. (2)
Il segretario Fiom non viene sfiorato nemmeno per un secondo dal fatto
che nel 1989-1991 sia fallito non il socialismo ma la sua degenerazione
burocratica. E’ ovvio che partendo dal suo presupposto non rimane altra
via che il salario minimo per legge, suggerimenti ai gestori dei fondi
pensioni privati per come allocare meglio le loro finanze, un
allargamento e consolidamento dello strumento della cassa integrazione, ecc.
Un programma che si fatica anche a definire minimamente keynesiano
perché se si accetta l’economia di mercato come unica possibilità, nella
situazione di crisi senza sbocco per l’economia mondiale, non si possono
che avanzare piccoli accorgimenti al cui confronto il New Deal di
Roosvelt appare come una misura leninista...
Ovviamente non possiamo escludere che nelle prossime settimane si possa
assistere a una svolta più “dura” nell’azione, e non solo nelle
rivendicazioni verbali, di Landini o della stessa Cgil (è di queste ore
l'annuncio di uno sciopero generale Cgil a inizio dicembre).
Le dinamiche della lotta di classe spingono in alcuni momenti anche i
burocrati più conseguenti ad apparire come fieri difensori degli
interessi delle masse sfruttate. Ciò non di meno non ci troveremmo, se
quanto scritto prima accadesse, davanti a una rottura con le pratiche
concertative e rinunciatarie fino a oggi seguite.
Allo stesso tempo è presto immaginare se e quale sbocco avrà il
programma landiniano. Molto dipende da come il governo Renzi riuscirà a
superare, se ci riuscirà, le difficoltà che cominciano a intralciare la
sua azione. Se la legislatura dovesse precipitare in una crisi a oggi
improbabile e arrivare alle elezioni anticipate, le sirene per una
discesa in campo politica di Landini si farebbero sempre più insistenti.
Eppure il "piano perfetto" può fallire
Quello che possiamo dire fin d’ora è che i lavoratori necessitano di
qualcosa di meglio.
Non l’ennesima riproposizione di politiche fallimentari circa una
riforma più o meno “radicale” del sistema capitalistico, ma la creazione
di un vero soggetto politico realmente rivoluzionario, fondato su di un
programma che metta all’ordine del giorno una lotta senza quartiere al
dominio del capitale e a tutti i suoi governi, siano essi di destra o di
presunta sinistra.
Questo ci insegna il fallimento dei due governi Prodi, dei governi
Hollande e Jospin in Francia, come quello di Zapatero in Spagna o di
Dilma Roussef in Brasile. Sulle macerie di questi fallimenti vanno
costruite le basi per la sola alternativa possibile: rivoluzionaria,
comunista, internazionalista. Una alternativa da non aspettare
passivamente ma da costruire a partire dall'unificazione e dallo
sviluppo delle lotte.
(1) Riguardo al Job Act, Landini afferma: “introdurre un contratto a
termpo indeterminato… dove ci può essere un periodo di prova più lunga”
in “Gli attacchi del governo e le illusioni perdute della piazza Cgil”,
articolo pubblicato sul sito
www.alternativacomunista.org
(2) Maurizio Landini, Forza Lavoro, Edizioni Feltrinelli, cap. 5 “Lavoro
e salute, un solo diritto” pag. 99.
Per approfondire segnaliamo i seguenti articoli apparsi sul nostro sito
www.alternativacomunista.org (si possono trovare dal motore di ricerca
interno)
“Gli attacchi del governo e le illusioni perdute della piazza Cgil”,
28-10-14
“L’eterno cantiere fallimentare della sinistra riformista”, 15-10-14
“Riflessioni sul XVII congresso della Cgil”, 6-4-14
“XVII congresso Cgil quale è la vera posta in gioco”, 21-2-14
“No al tentativo della Cgil e della Fiom di azzerare il conflitto”, 5-5-13
“Accordo Produttività la pietra tombale sui diritti dei lavoratori”,
30-11-12
“Fiom l’ennesima svolta a destra”, 2-10-12
“Assemblea Fiom Landini propone ai padroni di “raffreddare” il
conflitto”, 29-11-11
“Al fianco degli operai Fiat”, 20-10-11
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