È in corso oggi, venerdì 12 giugno, il primo sciopero nazionale del settore culturale dopo 50 anni. A Venezia il presidio è iniziato alle 16, davanti alle Gallerie dell'Accademia. Gli addetti del settore si rivolgono alle istituzioni chiedendo politiche per contrastare la precarietà e migliorare i salari.
L'astensione dal lavoro ha portato alla chiusura di alcuni padiglioni della Biennale arte, in corso tra i Giardini e l'Arsenale: Uruguay, Finlandia, Francia e Canada già dalla mattina, poi anche Lussemburgo, Romania e, brevemente, Gran Bretagna. Non solo: la mobilitazione ha effetto sulla sede di The Human Safety Net alle Procuratie di piazza San Marco, alla mostra di Anish Kapoor a Palazzo Manfrin. In generale, le adesioni e i disservizi riguardano musei, biblioteche e teatri. Per quanto riguarda Palazzo Ducale e Museo Correr, invece, è stata garantita l'apertura.
A spiegare le ragioni dell'iniziativa è Federica Pasini, attivista dell'associazione “Mi Riconosci” e tra gli organizzatori della protesta: «Nonostante il silenzio su questo sciopero delle istituzioni coinvolte, nonostante la frammentazione in decine di società e cooperative a cui sono costretti i lavoratori della cultura, il settore sta dimostrando una voglia di non rimanere più a subire».
Per i promotori, «le partite Iva coatte, i contratti in nero o precari, gli appalti al ribasso, non sono un modo accettabile di gestire un settore che si vuole raccontare come eccellenza del Paese e di Venezia. Le istituzioni, il ministero, la regione, i comuni, ci ascoltino e dicano “basta” a questo circolo vizioso». Pasini fa notare che, «per esempio, il costo dei musei di piazza san Marco è quasi triplicato negli ultimi 15 anni, ma i salari di chi lì lavora sono rimasti stagnanti».
Alle proteste ha aderito anche la Fp Cgil: «Lavoratrici e lavoratori della cultura hanno scioperato per chiedere più dignità, più salari e meno precarietà - scrive il sindacato -. La cultura produce valore per il Paese, ma troppo spesso chi la rende possibile ogni giorno è costretto a fare i conti con contratti precari, salari insufficienti e tutele inadeguate. Serve un cambio di rotta: più investimenti, più assunzioni e il riconoscimento del valore del lavoro culturale».