PNM Speciale sul rapimento e l'assassinio di Aldo Moro

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Mar 17, 2014, 11:23:49 AM3/17/14
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LETTERA AGLI AMICI E AI COMPAGNI

per non mollare

 

16/03/2014 – Numero speciale sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro

“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

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ALDO MORO “LETTERE DALLA PRIGIONIA” Einaudi, Torino 2008

Vi sono degli avvenimenti che cambiano la storia. La strage di via Fani, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro è uno di questi avvenimenti.
Il sistema politico o, altrimenti definito, regime era in profonda crisi. Il decennio 1968/1978 aveva manifestato l’esaurimento della formula governativa di centrosinistra, escogitata nel momento massimo della crisi della formula centrista di tradizione degasperiana e frutto delle elezioni del 18 aprile 1948 (altro avvenimento che ha inciso nella storia del nostro paese). Il perno del sistema politico era il partito della “Democrazia Cristiana” ed Aldo Moro ne era il presidente.
La strage di via Fani ed il rapimento erano il frutto di un disegno eversivo che aveva come obiettivo la Democrazia Cristiana in quanto pilastro principale del sistema. Il terrorismo delle “Brigate rosse” doveva servire, come insegna la prassi rivoluzionaria, ad intimidire e paralizzare il nemico piuttosto che a distruggerlo materialmente. L’obiettivo era stato quasi raggiunto però l’assassinio di Aldo Moro è servito a rinforzare il sistema piuttosto che a paralizzarlo. Infatti bisognerà aspettare gli anni ’90 per trovarci di fronte ad una nuova svolta necessitata dalla crisi del sistema.
“Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli. … Questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti, né per la D.C., né per il Paese. Ciascuno porterà la sua responsabilità. Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere”. Così scriveva Moro in una lettera al suo partito e recapitata il 28 aprile. L’intimidazione e la paralisi del nemico erano ottenute. Perché decisero di ammazzarlo? Resta un mistero, ma il fatto che il sistema ha saputo ben reagire, ad una crisi che sembrava irreversibile, è un fatto indiscutibile.
Leggere le lettere che Moro scrisse nel periodo della sua prigionia non è come leggere le lettere dei condannati a morte per la Resistenza. I secondi scelsero lucidamente di mettere in gioco la propria vita per restituire la democrazia all’Italia, mentre Moro è rimasto vittima di una particolare contingenza politica dell’Italia tornata alla democrazia: la crisi del regime postfascista e l’illusione della possibile rivoluzione comunista e popolare. Anzi Moro stesso era consapevole della crisi che attraversava il regime, perciò si impegnò a portare all’appuntamento del compromesso storico tutto il suo partito. La frattura del 1948 doveva essere sanata se si voleva salvare il regime postfascista.
Non fraintendete. Il richiamo alle lettere dei condannati a morte per la Resistenza non l’ho fatto per screditare Aldo Moro, anzi il richiamo l’ho fatto proprio per sottolineare la diversità dei periodi storici. Moro non era prigioniero dei nazifascisti nel corso di una guerra civile, era prigioniero di comunisti che si illudevano di essere dei rivoluzionari sfidando un governo legale che apparentemente perseguiva la “fermezza”, mentre occultamente praticava la strategia della “trattativa”, con il risultato dell’immobilismo tradizionale.
Non so se sia il miglior epistolario carcerario del secolo XX, come lo ritiene il curatore, Miguel Gotor, so che è un libro che andrebbe letto soprattutto dai giovani perché il sentimento del dolore e dell’angoscia della morte và conosciuto anche nella stagione della spensieratezza. Avremo, forse, buoni cittadini e, quindi, una democrazia migliore.(bl)
INDICE: Premessa – Ringraziamenti – Criteri di trascrizione – Elenco delle abbreviazioni – Lettere dalla prigionia – La possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore: della scrittura come agonia di Miguel Gotor (Il prigioniero – Le lettere – Un’opera aperta – I brigatisti al lavoro – Scrivere tra le righe, resistere al terrorismo) – Indice dei nomi

(da venetoliberale .ilcannocchiale .it 27/04/2008)

 

 

 

LEONARDO SCIASCIA L' AFFAIRE MORO” Adelphi, Milano 2001

Sono ormai trascorsi trent’anni dalla strage di Via Fani, dal rapimento e dall’assassinio di Aldo Moro e il libro di Sciascia è ancora attuale.

Non è senza significato che il libro si apre con una citazione di Elias Canetti: “La frase più mostruosa di tutte: Qualcuno è morto ‘al momento giusto’”

Moro è stato assassinato al momento giusto. Il regime che aveva nella Democrazia Cristiana il perno centrale era in profonda crisi. Diffuso era l’adesione all’atteggiamento rappresentato dallo slogan “né con lo stato, né con le Brigate rosse”. Pochi mesi prima Moro, in Parlamento, difendendo il ministro Luigi Gui coinvolto nello scandalo Lockheed, riferendosi alla sua Democrazia Cristiana dichiarò “non ci faremo processare in piazza”. La stessa operazione di coinvolgere il PCI, nell’area del governo egemonizzato dalla DC, era stata immaginata, dal politico pugliese, per arginare la crisi del regime postfascista.

Ma era anche interesse del regime che Moro non tornasse vivo dal rapimento. Anzi era già considerato morto dopo l’arrivo della prima lettera in cui suggeriva la necessità di “trattare” con i terroristi mentre, quel suggerimento, avrebbe potuto essere considerato una tattica temporeggiatrice per permettere alle forze dell’ordine di individuare la sua prigione e liberarlo. Il governo Andreotti, invece, avendo ottenuto il sostegno del PCI di Berlinguer, si fece paladino della linea della “fermezza” che, escludendo qualsiasi “trattativa”, favoriva lo “stalinismo” consapevole delle Brigate rosse (“che uccide senza processo i servitori del Sim – come nota Sciascia –  e con processo i dirigenti”).

Il PCI non poteva non sapere che dietro alle bierre c’era la mano dei servizi segreti dell’Est ed aveva la convinzione che il rapimento fosse contro il compromesso storico (che era lo sbocco naturale di quel processo politico interrotto nel 1948). Pertanto era necessario che Moro non ne uscisse vivo, altrimenti i servizi segreti avrebbero lasciato trapelare i loro intrecci con i terroristi, accreditando la tesi secondo la quale le bierre sarebbero state un appendice dei comunisti. A propria volta le Brigate rosse ritenevano che solo assassinando il leader del maggior partito di regime lo avrebbero incarognito, preparando così il terreno alla rivoluzione comunista e popolare.

A distanza di trent’anni si può dire che l’affaire Moro è servito al regime postfascista per reagire alla profonda crisi degli anni ’70 e il terrorismo, invece di innescare la rivoluzione popolare, ha stabilizzato ed ha aiutato il regime a sopravvivere. Infatti occorrerà attendere la fine degli anni ’80 e ai primi anni ’90 per assistere ad una nuova crisi del regime postfascista.

Nella relazione di minoranza scritta da Leonardo Sciascia, che potrete trovare in questa edizione, si definiscono “operazioni di parata” tutti gli interventi volti ad individuare la prigione ove era detenuto Moro. “Queste operazioni, che per apparire…dovevano essere ben consistenti nell’impiego di uomini e di mezzi, bisogna ribadire che impedirono se ne facessero altre di necessarie, di essenziali, per una ponderata, continua e rapida investigazione.”

Concludendo non si può dimenticare che la linea della “fermezza” fu abbandonata alcuni mesi dopo quando la DC negoziò con i terroristi, tramite la mafia, il rilascio di Cirillo. Si era nella primavera del 1981 e il PCI non era più nell’area di governo, essendo ormai in via di superamento la crisi di regime, mentre Moretti, leader delle bierre che avevano sequestrato ed ucciso Moro, era stato arrestato il 4 aprile.

Moro doveva morire, quindi, in base al combinato disposto della salvezza del regime postfascista e della illusione per la rivoluzione comunista e popolare,.(bl)

SOMMARIO: “l’Affaire Moro”1978 – Commissione d’inchiesta Moro: La relazione di minoranza 22 giugno 1982

 

(da venetoliberale.ilcannocchiale.it 30/03/2008)

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