La vicenda inizia con l'infanzia degli inseparabili Pāro e Devdās, al villaggio di Tālsonāpur, nella provincia di Calcutta. Sono vicini di casa ed entrambi brahmani, ma la famiglia di Devdās molto pi ricca di quella di Pāro. Devdās viene mandato a Calcutta a studiare e negli anni che seguono sembra allontanarsi da Pāro, che invece continua ad essere molto legata a lui. A tempo debito, la nonna di Pāro va a parlare con Harimatī, la madre di Devdās, per capire se un matrimonio tra i due giovani possibile. Ma Harimatī ha progetti pi ambiziosi per il figlio, sostenuta in questo dal marito. Offeso dal rifiuto, il padre di Pāro combina il matrimonio della figlia con Bhuvanmohan, un ricco vedovo, padre di tre figli. Pāro certa che Devdās non permetter quel matrimonio, ma il silenzio del giovane la spinge una notte a recarsi da lui di nascosto per conoscerne le intenzioni. Devdās turbato da quell'atto ardito. Non sembra sicuro dei suoi sentimenti, almeno non tanto da agire contro il volere dei suoi. Il giorno dopo, quando i genitori manifestano la loro contrariet a quelle nozze, Devdās se ne torna a Calcutta. Scrive una lettera a Pāro, dicendole di non amarla veramente e di non voler causare un dolore ai genitori, pregandola di dimenticare. Dopo averla spedita, si pente e torna al villaggio per riparare. Qui trova una Pāro offesa dal suo comportamento e, scambiando per alterigia quello che solo amore ferito, la colpisce sulla fronte con un bastone. Mentre Pāro viene sposata, Devdās torna a Calcutta e da quel momento inizia la sua caduta. Tramite l'amico Chunnīlāl conosce una cortigiana, Chandramukhī, con la quale si comporta con offensiva arroganza, corrisposto invece dall'amore di lei. Sar da lei che Devdās si rifuger per dimenticare il suo dolore, con l'aiuto dell'alcol. Intanto Pāro si dimostra moglie ideale e madre affettuosa i figliastri, trasformando un triste destino in un'esperienza di consolazione. Questo non le fa dimenticare Devdās, soprattutto quando viene a conoscenza del suo stato. Mentre Chandramukhī abbandona la vita di cortigiana per amore di Devdās, questi affonda sempre di pi nella sua cupa disperazione e nel bere. Quando sente arrivata l'ultima ora, decide di andare da Pāro, come le aveva promesso, ma arriva davanti al suo portone ormai in fin di vita. Il giorno dopo, Pāro viene a sapere chi l'uomo deceduto durante la notte e corre disperata verso il portone per vederlo l'ultima volta, ma viene fermata prima, per intervento del marito che la crede impazzita. Pāro si accascia svenuta.
L'opera riscuote grande successo, incomparabile comunque a quanto sarebbe accaduto negli anni a venire, grazie al cinema, anche per il pubblico estremamente pi numeroso che avrebbe raggiunto. Nel 1928 esce la prima versione cinematografica del romanzo, prodotta dall'Eastern Film Syndicate, con la regia di Naresh Chandra Mitra (1888-1968), noto attore e regista teatrale prima e cinematografico poi. L'opera ben accolta, pur senza destare particolari clamori. Nel 1935, per i New Theatres, la principale casa di produzione bengalese (fondata nel 1931), esce il Devdās di Pramtesh Chandra Baruā (1903-51), in doppia versione, bengalese e hindi. La doppia versione in lingua regionale e in hindi, spesso con attori, autori e tecnici diversi, era pratica comune per la cinematografia bengalese (e non solo), dopo l'avvento del sonoro. In entrambi i casi, Pāro ha il volto di Jamunā, moglie del regista: Chandramukhī, invece, Chandrabatī Devī nella versione bengalese e Rājkumārī in quella hindi. Anche il personaggio di Devdās ha due interpreti: il regista stesso nella versione bengalese; in quella hindi, Kundanlāl Sahgal (1904-46), attore e soprattutto cantante leggendario. Del resto, leggenda diventano il film di Baruā e la figura di Devdās: il giovane che si distrugge per l'amore negato, ribellandosi in forma prettamente individualistica alle consuetudini sociali e alle barriere economiche, diventa il mito moderno della generazione indiana contemporanea. Nasce la devdāsiyat o "devdasismo", che esprime un esasperato e melanconico romanticismo e si rigenera con i rifacimenti dell'opera: Devadāsu (1953, regia di Vedāntam Rāghavaiyā, in telugu), Devdās (1955, re. Bimal Rāy, in hindi), Devadāsu (1974, re. Vijayānirmalā, in telugu), Debdās (2002, re. Shakti Sāmant, in bengali), oltre a quello in discussione. Di questi remake, il pi importante quello di Bimal Rāy (1909-66), uno dei maggiori registi indiani degli anni 50 e direttore della fotografia nella versione hindi del Devdās di Baruā. Il melanconico eroe ha nel film di Bimal Rāy il volto di Dilīp Kumār, simbolo cinematografico di romanticismo e tragedia, mentre nei ruoli di Pāro e Chandramukhī recitano Suchitrā Sen, diva del cinema bengalese, e Vaijyantīmālā, attrice e ballerina di talento. Il film, un tributo alla memoria di P.C. Baruā e K.L. Sahgal, riprende fedelmente l'"originale", con l'aggiunta di una prima parte su Pāro e Devdās bambini, come nel romanzo. Fin qui i remake veri e propri. Ma la luce di Devdās (come il lume che Pāro, nel film di Sanjay Līlā Bhansālī, mantiene costantemente acceso negli anni di assenza dell'amato e oltre, quando viene nuovamente separata da lui) continua ad aleggiare sulle acque del cinema indiano. A raccogliere ed elaborare l'eredit devdasiana una figura unica nel cinema hindi: Guru Datt (1925-64). Il suo Kāghaz ke phūl (Fiori di carta, 1969) racconta l'ascesa e caduta di un regista cinematografico durante la lavorazione di un rifacimento di Devdās. L'incarnazione pi coinvolgente del mito si realizza nel suo precedente film, Pyāsā (L'assetato, 1957), tra i pi grandi e meritati successi del cinema indiano. Qui Devdās non presente, neanche come citazione, ma l'intera opera ne impregnata; il poeta Vijay, rifiutato dalla societ e dalla donna che ama, ottiene la fama quando creduto morto: ora lui a rifiutare quel mondo di falsit, per cercarne uno pi vero, insieme con l'unica persona che aveva creduto in lui, la prostituta Gulāb. Perfino un personaggio antitetico a Devdās, l'angry young man incarnato da Amitābh Bachchan (la pi grande star indiana di tutti i tempi e uno dei migliori attori di quegli schermi), ne porta le stimmate, sia per la sua marginalit ed eteronomia sia per la sua autodistruttivit fatale.
Con tutto ci, Devdās non risulta personaggio di gran spessore, nei film come nel romanzo. Permaloso, prepotente e manesco da bambino, mantiene queste inclinazioni anche da adulto. Temperate dal galateo, esse riemergono in diverse circostanze: ad esempio, nel suo comportamento con Pāro alla vigilia del matrimonio, quando la colpisce sulla fronte per punire la sua "superbia"; e soprattutto nei confronti di Chandramukhī, verso la quale mantiene a lungo un atteggiamento insopportabilmente insultante e aggressivo. Eterno adolescente, Devdās incapace di lottare per realizzare il suo sogno o di accettare la realt dei suoi limiti. L'unica ribellione che in grado di attivare l'autodistruzione: atto inutile che serve solo a dargli l'illusione di essere il martire di crudeli convenzioni sociali e a punire la famiglia, responsabile del suo dolore. Ma soprattutto un atto di egoismo nei confronti di Pāro, che abbandona al suo destino, da cui non ci sono molte vie di scampo, men che meno la facile via scelta da lui. Il nostro eroe non si limita a "scaricarla", la carica anche del suo dramma, costringendola a indebiti sensi di colpa: non essere morta di dolore, aver saputo intervenire costruttivamente sulla propria sorte, non poterlo pienamente aiutare, seppur lo tenti.
Il grande Ritvik Ghatak (1925-1976) sostiene che Devdās un personaggio detestabile e ripugnante, mentre il romanzo in realt la storia di Pāro, del suo coraggio e del suo senso di responsabilit. Pāro , in un certo senso, il simbolo della donna indiana, adusa a secoli di oppressione familiare e sociale, con cui bisogna convivere per poter sopravvivere. Non si lascia travolgere dagli eventi e dalle scelte altrui e trasforma una sorte virtualmente cupa in un'esperienza, tutto sommato, positiva. Il mito dalle possenti radici comunque quello di Devdās, martire dell'amore. Pāro non pu elevarsi alle vette di sofferenza del suo dio in terra: come donna pi partecipe della natura animale che di sublimi slanci del pensier, almeno secondo la visione tradizionale hindu (il romanzo nasce in questo ambito). Iqbal Masud (Genesis of the Indian Popular Cinema The Early Period - part two) ha probabilmente ragione quando rileva che questa visione di Devdās nasce da una mentalit e da un mondo moderni, distanti da quelli del romanzo, mentre andrebbe contestualizzata nell'epoca in cui la vicenda ambientata: altre forme di ribellione erano estranee all'orizzonte culturale e sociale del personaggio, cos come era stato concepito da Sharatchandra. Proprio nel romanzo, tuttavia, Devdās si rivela per quel che : un'ingombrante e lamentosa nullit.
Oggi, Devdās risulta un personaggio ancor pi odioso e insopportabile, peraltro anche vigliacco; Pāro e Chandramukhī erano e restano indomite vittime elette dell'ideale hindu (ma anche indiano, in questo caso) della pativratā, la sposa totalmente consacrata al patidev, il marito/padrone dio, sia pure questi una sentina di vizi. Niente impedisce di rileggere la vicenda sotto questa luce. Lo ha fatto Shyām Benegal nel 1992, realizzando una delle pietre miliari nel cinema indiano dell'ultimo decennio: Sūraj kā sātvān ghorā (Il settimo cavallo del sole). Tratto da un omonimo romanzo hindi del 1952 di Dharmvīr Bhārtī (1926-96), Sūraj kā sātvān ghorā ripropone il mito devdasiano per distillare un'opera di sottile e affascinante smontaggio. Il film racconta cinque storie, ognuna delle quali ripete grossomodo quella di Devdās, con finali sempre diversi. Ognuno di questi rappresenta un passo di Pāro e del suo doppio, Chandramukhī, verso la liberazione da Devdās; anche a quest'ultimo, tuttavia, viene lasciata una via di riscatto.
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