[OrmaGandalf] GNews: Fukushima: Il Fallout della Paura!

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Orleo Marinaro

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Feb 22, 2013, 12:22:06 PM2/22/13
to OrmaGandalf
qui la traduzione dell'articolo di Nature riportato più sotto

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Fukushima: Il Fallout della Paura!

Dopo il disastro nucleare di Fukushima il Giappone mantiene il popolo sicuro dagli effetti fisici delle radiazioni, ma non dagli impatti psicologici

Geoff Brumfiel

16 January 2013

INTERACTIVE: The voices of Fukushima

Click below to hear from people affected by Japan’s nuclear crisis.

25 km

30 km

PEOPLE

La prima cosa che Kenichi Togawa fa quando ritorna a casa dal lavoro è piazzarsi sulla sua console del videogioco. Il padre trentanovenne di tre bambini passa ore ogni sera a giocare con i videogame e a ber shochu, un forte liquore giapponese. Spesso sprofonda nel sonno davanti alla televisione, poi quando si risveglia zombizza verso il letto assieme a sua moglie Yuka.

 Per quasi due anni Kenichi e la sua famiglia sono stati dei rifugiati dal peggiore disastro nucleare degli ultimi 25 anni. L'11 marzo del 2011 un gigantesco terremoto ha colpito la costa nordorientale del Giappone generando un muro d'acqua altro 13 metri che si è riversato dentro la centrale nucleare di Fukushiam Daiichi e scatenando la fusione di tre reattori su sei.  Il giorno successivo proprio ore prima che il reattore dell'Unità 1 esplodesse la famiglia Togawa fuggì verso la loro casa a 10 chilomettri dall'impianto. Oggi essi vivono in un piccolo appartamento all'esterno della zona di evacuazione, in uno di una dozzina di appartamenti nella serie grigiastri edifici temporanei nella sezione nordorientale della prefettura di Fukushima. I cinque Togawa sono pigiati in tre stanze che insieme fanno 30 metri quadri, con finestre poveramente isolate rispetto ai venti invernali. Negli ultimi 18 mesi la famiglia ha sofferto di un carico psichico. Kenichi, che era impiegato nell'impianto nucleare, un tempo era un 
praticante entusiasta di judo che si allenava spesso con amici: tuttavia la radioattività ha disperso anche il suo circolo di arti marziali. 
Adesso si allena di meno e socializza poco. Beve molto e ha messo su chili.

Yuka è incline in pubblico a improssivi scoppi di rabbia, cosa molto insolita tra le donne giapponesi nella prefettura molto tradizionale di 
Fukushima. Si sente bene quando deve occuparsi del tran tran quotidiano, però appena la mente si volge a considerazioni sul futuro, come 
può capitare inevitabilmente, cade in depressione. Dice "Questa situazione è provvisoria. Siamo usciti di casa al mattino e ci aspettiamo di tornare 
a casa. Ci sentiamo come fluttuanti nell'aria".

Altri conoscenti hanno dovuto lottare più duramente. Molti dei loro attuali vicini sono senza lavoro e stanno a casa tutto il giorno. Alcuni
degli ex colleghi di Kenichi hanno mandato lontanto mogli e figli per paura della contaminazione radioattiva mentre essi si trovano
al lavoro negli impianti nucleari.

Nel periodo immediatamente dopo l'incidente nucleare esperti della sanità hanno analizzato i possibili rischi da radiazione.
I risultati delle analisi mostrano che la pronta evacuazione, per quanto frenetica, dalle aree attorno ai reattori hanno 
con molta probabilità limitato l'esposizione della gente a livelli relativamente sicuri (vedi  ‘The evacuation zones’). Però l'incertezza,
l'isolamento e le paure sulla invisibile minaccia della radioattività stanno mettendo a rischio la salute psichica dei
210 000 residenti che sono fuggiti dal disastro nucleare.

Ricercatori e clinici stanno cercando di valutare e mitigare i vari problemi, però non è chiaro se il governo Giapponesse
abbia la volontà politica, o anche il denaro sufficiente, per fornire l'aiuto necessario. Non è neanche certo che gli evacuati 
vogliano accettare qualunque tipo di aiuto, data la completa sfiducia verso i governanti e la loro riluttanza a discutere
problemi mentali e psichici. I ricercatori temono che questa combinazione di cause possa portare a far aumentare
i tassi di ansia, l'abuso di sostanze psicotropiche e la depressione.

Gli esodati nucleari fronteggiano un futuro molto più difficile di quello fronteggiato dai sopravvisuti dello tsunami dello stesso
giorno, che uccise quasi 20 000 persone, tra morti e dispersi, e provocò danni per miliardi di euro. "La popolazione della zona
colpita dallo tsunami sembra che stia migliorando; essi posseggono un atteggiamento più positivo rispetto al futuro" dice Hirooki Yabe,
un neuropsichiatra della Fukushima Medical University, che ha lavorato cone entrambi i gruppi. Gli esodati nucleari "stanno diventando 
più depressi giorno per giorno".


Fuga

 La prefettura di Fukushima è una congerie di frutteti, risaie e villaggi di pescatori. Negli anni '70 e '80, gli abitanti
furono favorevoli all'energia nucleare e alla costruzione di due impianti nucleari per fornire di elettricità Tokio.
Kenichi cominciò a lavorare alla Fukushima Daiichi nel 1994 e al momento dell'incidente nucleare era un ingegnere a contratto per la manutenzione. Yuka lavorava come infermiera pediatrica all'ospedale. I Togawa e i loro figli, ora dell'età di 9, 12, 15 anni abitavano in un appartamento di quattro stanze a Namie una piccola cittadina fitta vicina al mare.

La vita della famiglia andò a gambe all'aria alle 14:46 dell'11 Marzo del 2011. Kenichi si trovava
nella sala di ricreazione dell'impianto quando sentì il pavimento scuotersi per parecchi minuti.
Egli corse subito nel suo ufficio scansando scrivanie sparpagliate attorno e pannelli del soffitto 
rovinati a terra e afferrò patenti e chiavi della sua macchina. Appena fuori si trovò dentro un
traffico intasato su tutte le strade che si allontanavano dall'impianto in quanto il terremoto e lo
tsunami avevano distrutto ponti e vie. Kenichi abbandonò la macchina e percorse a piedi 
i rimanenti 8 km fino a casa. 

Lì trovò tutti i suoi cari sani e salvi, allora cominciò però a preoccuparsi per l'impianto. Nel suo lavoro si doveva occupare di guidare la squadra che si occupava dei sistemi adibiti al raffreddamento del reattore durante le emergenze. Se il sistema di raffreddamento avesse fallito egli sapeva con certezza che sarebbe subito seguito una fusione del  nocciolo che avrebbe diffuso alle città vicine la radioattività. Quella notte, mentre gli sciami sismici facevano tremare lal casa, la sua famiglia poté dormire a tratti, con tutte le luci accese e la televisione che copriva le notizie sulla situazione.

Kenichi aveva buoni motivi per essere allarmato. Lo tsunami aveva mandato al tappeto i generatori che pompavano acqua fredda di raffreddamento sopra i noccioli dei reattori. Man mano che la temperatura saliva le sottili barre di combustibile farcite di palline di uranio cominciarono a piegarsi e contorcersi. Era cominciato il meltdown, la terribile fusione dei metalli radioattivi.

La successiva mattina, molto presto, la sirena urlò attraverso Namie, segnalando l'evacuazione e l'esodo. Ai Togawa fu detto di spostarsi a Tsuhhima, 30 km a nordovest. Dopo aver recuperato la loro auto la famiglia partì, ma le strade erano zeppe di cittadini in preda al panico e i Togawa giunsero alfine in altro centro di evacuazione rispetto al predestinato. Non appena Kenichi apprese che anche i generatori diesel di emergenza dell'impianto nucleare avevano fallito nel funzionamento, egli affastellò la famiglia dentro la macchina un'altra volta, nella speranza di raggiungere Tsuhima. "Dobbiamo scappare" ricorda adesso di aver pensato in preda ad un panico crescente.

Durante il viaggio Kenichi ricevette un sms da un amico che lavorava negli uffici centrali della compagnia, la Telco, a Tokyo. L'Unità 1 era esplosa  e la radioattività si era sparsa per tutta Fukushima. Egli guidò la famiglia da un centro di evacuazione all'altro, sempre pieni, finché non raggiunsero una palestra piccola e buia a Kawamata, circa 40 km a nordovest dell'impianto nucleare. Ad essi venne assegnato un piccolo pezzo di pavimento di legno della palestra come casa. Tuttavia erano ancora profondamente preoccupati per le radiazioni. "Non sapevamo nulla sugli effetti delle radiazioni e non sapevamo se Kawamata fosse sicura oppure no" dice Yuka.

Il Giappone è abituato ai disastri naturali e subito dopo il colpo sferrato dallo tsunami i servizi di emergenza del paese entrarono in azione. Gruppi di dottori e operatori di emergenze da tutta la nazione si diressero sulla costa nordest per cominciare operazioni di ricerca e soccorso e per distribuire cure. L'università di medicina di Fukushima City divenne un centro di smistamento. Nei giorni e nelle settimane subito dopo l'incidente l'ospedale dell'università ricoverò i pazienti gravemente ammalati della costa. Si trovò anche a fronteggiare in prima linea l'emergenza nucleare: i dottori usavano contatori Geiger per esaminare le ghiandole tiroidee degli esodati, le quali sono particolarmente sensibili alle radiazioni e curarono parecchi lavoratori dell'impianto nucleare che erano stati colpiti da alte dosi di radiazioni. 

Prime Risposte

Tra i primi a rispondere sono stati gli esperti di salute mentale, riflettendo così un cambiamento in fieri nell'atteggiamento del Giappone verso la salute mentale. Per molti anni i servizi di salute mentale e psichica del Giappone, modesti ma moderni, erano entranti in funzione per curare solo le malattie più gravi. Tradizionalmente l'intera società  ha prestato poca attenzione a disordini più quotidiani come la depressione. In anni recenti l'Associazione Medica Giapponese ha iniziato a istruire dottori sulla depressione e sulle cause di suicidio, mentre il governo nazionale ha intrapreso campagne pubbliche di prevenzione dai suicidi.  

Tuttavia ancora la qualità della cura rimane lacunosa ed anche prima del disastro la prefettura di Fukushima non brillava di luce propria. La salute mentale non era una priorità per una regione tradizionalistica e rurale o per i suoi abitanti molto taciturni. Come dato di fatto il disastro dello tsunami e quello nucleare misero sotto estrema tensione i servizi di salute mentale fino quasi alla rottura, dice Yabe.

A woman prepares lunch in her little partitioned unit at an evacuation centre, Miyako April 2011.

TORU YAMANAKA/AFP/GETTY

A ridosso del disastro la maggior parte delle risorse della prefettura vennero dedicate ad aiutare coloro che erano colpiti da disordini mentali stabiliti. Yabe, per esempio, riempì la sua macchina di scatole di medicine antipsicotiche e anticonvulsive e si diresse a Soma City, dove molti esodati si erano ivi fermati. Professionisti di salute mentale visitarono ovunque nei ristretti rifugi, ma essi tesero a trattare solo i casi più gravi di delirio e di disordine post traumatico. 

I Togawa erano tra le migliaia di persone lasciate a se stesse da dottori e consulenti sopraffatti dalla domanda. I primi giorni della famiglia nell'angusto rifugio sono difficili da ricordare ora, dice Yuka, ma ciò che riesce a ricordare non è per nulla piacevole: pazienti malati e tra i più anziani che giacevano sui pavimenti; attorno la paura per le radiazioni si poteva tagliare col coltello: esodati che saltavano le code e rubavano letteralmente dalle mani dei soccorritori il cibo. Ella dice"eravamo come cani e gatti liberi senza catene". 

Senza alcuna guida autorevole esterna, i residenti dei rifugi cercano di autoorganizzarsi. Yuka, come volontaria, mise a disposizione le sue capacita di accudimento dei bimbi, ma dopo aver lavorato tre giorni di seguito, si sentì riempire  di tanta rabbia a pensare  al perché  proprio lei vittima tra le vittime avrebbe dovuto dedicare tutto il suo tempo ad aiutare gli altri. Yuka si chiuse nella macchina al di fuori del rifugio ed esplose in grida ad alta voce e pianti. 

Danni sottili

Mentre gli esodati lottano per adattarsi a condizioni estreme, nello stesso tempo dal loro versante lo stesso fanno i dottori in psicologia dell'Università di Medicina di Fukushima. A maggio, l'emergenza quasi sta finendo e si presenta un nuovo lavoro agli ospedali: valutare la dose di radiazione assorbita dalla popolazione. Questo compito si è dimostrato difficile, dice Shunichi Yamashita, un esperto sanitario sulle radiazioni dell'Università di Nagasaki, il quale venne posto a capo del Fukushima Health Management Survey. Le apparecchiature di misurazione della radiazione attorno all'impianto Daichi erano state danneggiate e distrutte dal terremoto e dallo tsunami e l'esodo caotico della popolazione rese difficile valutare quanto a lungo fossero rimaste esposte le persone e quanto grave fosse stata questa esposizione.

 Le poche misurazioni finora tentate comunque hanno mostrato un rischio espositivo basso. Le più recenti valutazioni dell'indagine sanitaria indicano che la dose per quasi tutti gli esodati sia stata molto bassa, con punte massime di circa 25 milliSievert (25 mSv), ben al di sotto di una esposizione a 100 mSv che è correlata statisticamente ad una aumento del rischio di insorgenza di cancro nei sopravvissuti alle bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945. L'Organizzazione Mondiale della Sanità inoltre ha pubblicato un rapporto rassicurante in Maggio, dicendo che la maggior parte degli esodati da posti come Namie hanno ricevuto una dose stimata tra i 10 e i 50 mSv. Il rapporto sottolinea tuttavia che per gli infanti la dose ricevuta potrebbe aumentare il rischio di cancro insorgente a causa del ritmo di crescita delle ghiandole endocrine ancora da sviluppare, in particolare la tiroide.

Gli specialisti in radiazioni dicono che è difficile prevedere gli effetti sulla salute di dosi così basse. "Io penso che sia probabile che ci sarà un aumento nel rischio di contrarre il cancro, ma che questo rischio possa essere molto basso", dice Dale Preston, uno statistico indipendente che ha studiato i sopravvissuti dalle bombe atomiche. "Se si facesse un'indagine in grande stile, ritengo che la probabilità di osservare un rischio associato alla radioattività cui sono stati esposti statisticamente significativo sarebbe molto basso".  

Con questo in mente l'indagine sulla salute ha preso una decisione contraria a seguire un gruppo fissato di persone per studiare l'incidenza del cancro. Ha deciso appunto di produrre degli screening sullo stato della tiroide e su altri controlli sanitari per ciascun individuo esodato che l'avesse richiesto. La speranza è riposta nel fatto che gli stessi screening assieme ai dati raccolti avrebbero aiutato a rassicurare la popolazione che i rischi sono bassi, dice Yamashita. 

La salute mentale è stata una delle componenti principali dell'indagine statistica. Nel Gennaio 2012, i ricercatori hanno spedito questionari a tutti i 210000 esodati per valutare il loro livello di stress e di ansia. I livelli tabellati per più di 91000 esodati che hanno risposto ai questionari sono "piuttosto alti", dice Yuriko Suzuki, uno psichiatra dell'Istituto Nazionale di Salute Mentale di Tokio. Grosso modo il 15% degli adulti mostra sintomi di stress severo, cinque volte più alto del normale, ed uno su cinque mostra sintomi di trauma mentale: un tasso analogo a quello delle persone sopravvissute che subirono l'attacco dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Una inchiesta sui bambini, compilata dai loro genitori, mostra che i livelli di stress in loro sono circa il doppio della media Giapponese.

Empty streets: In the aftermath of the nuclear disaster, 210,000 people had to evacuate Tomioka and other towns in Fukushima prefecture. Nearly 156,000 remain displaced from their homes.

OSAKABE YASUO/DEMOTIX/CORBIS

Lo stress ha portato alcuni esodati al punto di rottura. In un frizzante giorno del Novembre scorso, Kenji Ookubo vagava attraverso Iitate, un villaggio a 40 km NordOvest dall'impianto nucleare, allenandosi a tiri di golf nelle strade deserte e vuote. La cittadina era stata evacuata dopo il disastro perché si trovava lungo il percorso del pennacchio radioattivo soffiato via dallo scoppio dell'impianto nucleare. Però Ookubo non riusciva a stare dentro l'alloggiamento provvisorio, dove aveva cominciato a bere alcoolici e a soffrire di dolori allo stomaco. Dopo aver affittato una camera a Kawamata egli cominciò ad occupare abusivamente la casa abbandonata dei suoi genitori. "Vi ritornai apposta per sfuggire allo stress che mi attangliava", egli ora racconta. Senza lavoro e senza prospettive, "non riesco a immaginarmi un futuro", ci dice.

Questa è una combinazione di sintomi che ricorre con frequenza dopo immani catastrofi, dice Ronald Kessler, professore di poliche della salute e della guarigione alla Harvard Medical School di Boston, Massachusetts. "Nel breve periodo, la gente si energizza", dice. Però appena il danno si prolunga estensivamente oppure i problemi di salute impediscono il ritorno alle occupazioni di vita precedenti, si innesca l'ansia e la depressione. "Quando capitano eventi così enormi, tutto ti fa tremare come una foglia, in modo ridicolo" egli dice. "Ad un certo punto ti senti tanto logoro, svuotato, da voler scomparire sottoterra".

Le stesse inchieste sulla popolazione esodata dopo l'Uragano Katrina, che colpì gli Stati Uniti nel 2005, mostrano che la perdita della proprietà e della salute sono state le cause principali dell'insorgere dell'ansia. Mentre molti sopravvissuti allo tsunami hanno visto ricostruite le loro case e hanno ripreso le loro vite e occupazioni, gli esodati nucleari stanno ancora lottando contro gli stessi due problemi. Soprattutto, la paura della radioattività la fa da padrona nell'imporre un suo pedaggio.  "A volte non senti, non t'accorgi di quello che succede, ma ancora comprendi intimamente che esistono questi rischi sul lungo periodo", dice Preston. "Una condizione terrorizzante".

Si sa poco sugli effetti di lungo periodo di questa paura, in parte perché gli incidenti nucleari disastrosi sono eventi rari. Però nel 1986 il disastro della centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina ci dice che la paura delle radiazioni può causare una menomazione psicologica che dura nel tempo. Due decenni dopo il disastro, coloro che vennero esodati da piccoli lamentano indisposizioni fisiche più frequentemente dei loro coetanei, anche se non esiste alcuna differenza di salute. Le madri di quei bambini soffrono di disordini da stress post traumatico a circa due volte il tasso della popolazione non colpita, dice Evelyn Bromet, una psichiatra dell'Università Statale di New York a Stony Brook. Altri studi del disastro di Chernobyl hanno gtrovato che gli esodati sono in preda alla depressione a tassi elevati e che un sottoinsieme degli operai decontaminatori si sono suicidati ad un tasso superiore di 1.5 volte il tasso medio della popolazione.

 Per quanto riguarda gli esodati di Fukushima, dice Bromet. "Stanno andando incontro ad una quantità tremenda di ansia, che minerà la loro salute fisica e psichica e non se ne andrà via facilmente".

Il Fattore Paura

Yabe dice che la "radiofobia" resta uno dei principali problemi degli esodati Giapponesi. Un sondaggio pubblicato l'anno scorso dal Pew Research Center di Washington DC mostra che il 76%  della popolazione Giapponese ritiene che il cibo proveninente da Fukushima non sia sano, nonostante le assicurazioni governative e scientifiche dichiarino il contrario. Inoltre molti non hanno fiducia nelle indagini governative sulla salute che affermano di aver trovato pochi casi significativi di esposizione  alla radioattività tra gli esodati.

Yuka condive alcuni di questi timori. Ella e Kenichi hanno istruito se stessi e hanno riguadagnato qualche sicurezza dai controlli sanitari regolari e dallo screening sulla tiroide. I figli indossano ogni giorno dosimetri forniti dalla agenzia per l'indagine sulla salute per raccogliere dati sulla radioattività e per calmare gli affanni della popolazione. Tuttavia Yuka si chiede continuamente se un giorno nel suo organismo si svilupperà un cancro oppure no. 

Per il momento, comunque, la famiglia è affacendata con preoccupazioni pratiche. Il governo ha detto che i Togawa possono restare nel loro piccolo appartamento fino ad Agosto 2014, però dopo di allora Yuka non sa cosa succederà di loro. I funzionari governativi dicono che ci stanno lavorando su che stanno cercando di costruire un alloggio pubblico per la gente che è stata esodata. Ma dove? non si sa. Ogni volta che ella e Kenichi si mettono a pensare sul lungo periodo, cominciano a sentirti sempre più depressi.

The Togawas: After nearly two years in temporary housing, the family worries about the future but is happy to be together. From left,  Shoichiro, Kenichi, Rina, Yuka (back) and Kae (front).

MAI NISHIYAMA

Gli scienziati coinvolti con l'Indagine per la Gestione della Salute a Fukushima hanno assegnato un team di psichiatri e infermiere per i bimbi per seguire con assistenza telefonica gli individui che hanno i più alti punteggi di angoscia in base al questionario sulla salute mentale. Però solo il 40% degli adulti ha risposto ai questionari e i ricercatori sospettano che le persone che sono più colpite e avrebbero bisogno non hanno partecipato alle compilazioni. Persino quando gli psichiatri riescono a stabilire un contatto telefonico, gli esodati non riescono a stare al telefono per più di cinque o dieci minuti. "La popolazione del Nord del Giappone è costituita da gente molto chiusa, che non parla davvero mai dei loro affari personali, specialmente a sconosciuti che non hanno mai incontrato di persona", dice Yabe.

Persino quando gli psichiatri identificano i problemi non è chiaro poi come trattarli. La maggior parte degli esodati, come Togawa, stanno soffrendo eziologie subcliniche: ansia mentale e stress che colpisce la vita quotidiana, che non richiede ospedalizzazione o una terapia estensiva. Non esiste alcun regime di trattamento stabilito per questi sopravvissuti a disastri così grandi, dice Suzuki.

Yabe suggerisce che cliniche itineranti specializzate in salute mentale potrebbero essere installate per tutta la prefettura di Fukushima per coinvolgere emotivamente le comunità e per aiutare le famiglie. Suzuki dice che coinvolgendo grandi strati di popolazione in sessioni di terapia di gruppo si potrebbe trovare un modo per andare avanti. Molti dicono che potrebbe servire per sviluppare negli esodati un senso di comunità: però il governo non previsto nulla di tutto ciò. Gli alloggi provvisori "sono allineati uno a fianco all'altro come binari di una ferrovia", dice Bromet. "Il governo avrebbe potuto costruire gli alloggi secondo un cerchio con una piazza nel mezzo dove incontrarsi e giocare o qualche altra ovvia forma in cui la gente possa incontrarsi, ma non l'ha fatto".

Kessler dice che al contrario dei sopravvissuti allo tsunami, la cui pena si assottiglia col passare del tempo, gli esodati nucleari potrebbero andare incontro ad una esperienza di ansia crescente, particolarmente a causa della paura della radioattività. "Quando ogni cosa è stata sovvertita sottosopra, si crea una questione enorme e stracolma", egli predice. Ora è il momento giusto per cercare di andare oltre questi problemi. "Esiste una finestra di opportunità".

Però l'indagine sulla salute manca di fondi che le permettano un programma più ambizioso. Il governo ha stanziato in un anno 3 miliardi di yen (34 milioni di dollari), ma sta consumando correntemente circa il doppio di questa quantità, perciò l'indagine si trova sotto una enrome pressione finanziaria, dice Seji Yasumura, uno dei leader ed epidemiologo dell'Università di Medicina di Fukushima. Finora solo 100 dei 210000 esodati sono stati intervistati in colloqui diretti faccia a faccia da esperti di salute mentale.

Poco a poco le cosa andranno meglio per i Togawa. I figli sembrano felici enlla loro nuova scuola e nel Settembre 2011 Kenichi ha trovato lavoro nell'amministrazione locale, occupandosi di decontaminare il suolo nelle case dei dintorni. "Ha lavorato così tanto che la sua azienda gli ha detto di prendersi del riposo", dice con orgoglio Yuka. Ella ha trovato un lavoro part time come infermiera in una clinica locale. I suoi scoppi occasionali creano tensione tra i suoi colleghi, però si sente contenta di dire tutto quello che le passa per la mente. "Dico quello che voglio dire".

Dopo aver compilato uno dei questionari dell'Indagine sulla Salute l'anno scorso, Yuka ha ricevuto via posta un volantino he la invitava a parlare con qualcuno via telefono. Ci ha pensato su ma ha deciso di non farlo. "Non mi sento di parlare al telefono di ciò che è successo. Sono passati quasi due anni. Non saprei cosa dire".

Nature
 
493,
 
290–293
 
(17 January 2013)
 
doi:10.1038/493290a

References

  1. Galea, S. et alArch. Gen. Psychiatr. 6414271434 (2007).

    Show context
  2. Bromet, E. J. et alBMC Publ. Health 9, 417 (2009).

    Show context
  3. Havenaar, J. M. et alAm. J. Psychiatr. 15416051607 (1997).

    Show context
  4. Rahu, K.Rahu, M.Tekkel, M. & Bromet, E. Ann. Epidemiol. 16,917919 (2006).

    Show context

 

NATURE | NEWS FEATURE

Fukushima: Fallout of fear

After the Fukushima nuclear disaster, Japan kept people safe from the physical effects of radiation — but not from the psychological impacts.

16 January 2013

INTERACTIVE: The voices of Fukushima

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25 km

30 km

PEOPLE

The first thing Kenichi Togawa does when he comes home from work is switch on his video-game console. The 39-year-old father of three spends hours each evening playing video games and drinking shochu, a strong Japanese liquor. He often falls asleep in front of the television, then wakes up shivering and crawls into bed with his wife, Yuka.

For nearly two years, Kenichi and his family have been refugees from the worst nuclear disaster in 25 years. On 11 March 2011, a giant earthquake struck off the northeast coast of Japan, sending a 13-metre-high wall of water into the Fukushima Daiichi nuclear power station and triggering meltdowns in three of the six reactors. The next day, just hours before the Unit 1 reactor exploded, the Togawa family fled their home 10 kilometres from the plant. Today, they live in a tiny flat outside the evacuation zone — one of dozens in a series of slate-grey temporary buildings in the northeast section of Fukushima prefecture. The five Togawas are bundled into three rooms totalling just 30 square metres, with windows poorly insulated against the winter winds.

The past 18 months have taken a mental toll on the family. Kenichi, who had worked at the nuclear plant, was once a keen judo fighter who went out often with friends, but the radioactivity has scattered his martial-arts club. These days, he exercises less and rarely socializes. He drinks more and has put on weight.

Yuka is prone to public outbursts of anger, unusual among Japanese women in the relatively traditional Fukushima prefecture. She is happy when she thinks about day-to-day life, but when her mind turns to the long term, as it inevitably does, she feels depressed. “This is temporary,” she says. “We leave our house in the morning and we come home and it’s temporary. It’s like floating in the air.”

Other people they know are struggling even more. Many of their current neighbours are out of work and stay at home all day. Some of Kenichi’s former colleagues sent their wives and children away, from fear of radioactive contamination, while they stayed to work.

In the immediate aftermath of the nuclear accident, public-health experts worried about the possible risk from radiation. Subsequent analyses have shown that the prompt, if frantic, evacuation of areas around the reactors probably limited the public’s exposure to a relatively safe level (see ‘The evacuation zones’). But uncertainty, isolation and fears about radioactivity’s invisible threat are jeopardizing the mental health of the 210,000 residents who fled from the nuclear disaster.

Researchers and clinicians are trying to assess and mitigate the problems, but it is unclear whether the Japanese government has the will, or the money, to provide the necessary support. Nor is it certain that the evacuees will accept any help, given their distrust of the government and their reluctance to discuss mental problems. This combination, researchers fear, could drive up rates of anxiety, substance abuse and depression.

The nuclear evacuees face a more difficult future than the survivors of the tsunami, which left nearly 20,000 dead or missing and caused billions of dollars in damage. “The tsunami-area people seem to be improving; they have more positive attitudes about the future,” says Hirooki Yabe, a neuropsychiatrist at Fukushima Medical University, who has been working with both groups. Nuclear evacuees “are becoming more depressed day by day”.

Escape

Fukushima prefecture is a patchwork of orchards, rice paddies and fishing villages. In the 1970s and 80s, coastal residents welcomed nuclear power and two plants were built to supply electricity to Tokyo. Kenichi started working at Fukushima Daiichi in 1994, and at the time of the accident was a contract maintenance engineer. Yuka worked as a hospital nurse. The Togawas and their children, now aged 9, 12 and 15, lived in a four-room flat in Namie, a small, close-knit seaside town.

The family’s life was upended at 14:46 on 11 March 2011. Kenichi was in the smoking room at the plant when he felt the ground shudder for several minutes. He ran back to his office, weaving around scattered desks and downed ceiling panels, and grabbed his driving licence and car keys. But he quickly found that traffic had clogged the routes out of the plant because the quake and tsunami had destroyed bridges and roads. Kenichi ditched his car and walked the remaining 8 kilometres home.

There he found that all his family members were safe, but he worried about the plant. In his job, he had overseen maintenance of the systems meant to cool the reactor in an emergency. If those had failed, he knew that a meltdown would soon follow, spreading radiation to nearby towns. That night, as aftershocks rocked the house, his family slept fitfully with the lights and television on.

Kenichi was right to be alarmed. The tsunami had knocked out the generators that pumped cooling water into the reactor cores. As temperatures rose, the slender fuel rods full of uranium pellets began to warp. The meltdowns had begun.

Early the next morning, a siren wailed across Namie, signalling an evacuation. The Togawas were told to move to Tsushima, 30 kilometres to the northwest. After retrieving their car, the family set out, but the roads were choked with panicked residents and the Togawas ended up at a different evacuation centre. When Kenichi learned that the emergency diesel generators at the plant had also failed, he bundled the family into the car once more, hoping to reach Tsushima. “We have to run away,” he remembers thinking in a panic.

On the way, Kenichi received a text message from a friend who worked at the power company’s offices in Tokyo. Unit 1 had exploded, and radioactivity was spreading across Fukushima. The family drove from one full evacuation centre to the next, until they reached a dark, cramped gymnasium in Kawamata, around 40 kilometres northwest of the plant. There they were given a small patch of hardwood floor to call home. But they were still deeply worried about the radiation. “We didn’t know much about radiation’s effects, and we didn’t know if Kawamata was safe or not,” says Yuka.

Japan is used to natural disasters, and immediately after the tsunami hit, the country’s emergency services sprang into action. Groups of doctors and emergency workers from around the nation struck out for the northeast coast to begin search and rescue operations and to administer care. The medical university in Fukushima City became a hub. In the days and weeks after the accident, the university hospital took in seriously ill patients from the coast. It also found itself on the front line of the nuclear emergency: doctors used Geiger counters to screen evacuees’ thyroid glands, which are particularly sensitive to radiation, and treated several workers from the nuclear plant, who had suffered high radiation exposures.

First responders

Mental-health experts were among the first responders, reflecting an ongoing change in Japan’s attitudes towards mental health. For many years, Japan’s modest but modern mental health services were geared to help only the most severely mentally ill. The society has traditionally paid little attention to more routine disorders such as depression. In recent years, however, the Japan Medical Association has started educating doctors about depression and suicide, and the national government has conducted public suicide-prevention campaigns.

Still, the quality of care remains patchy, and even before the accident, Fukushima prefecture was not a bright spot. Mental health was a not a priority for the rural, conservative region or its taciturn citizens. As a result, the tsunami and nuclear disaster strained the region’s mental-health services to near breaking, says Yabe.

A woman prepares lunch in her little partitioned unit at an evacuation centre, Miyako April 2011.

TORU YAMANAKA/AFP/GETTY

In the wake of the accident, most of the prefecture’s resources were devoted to helping those with established mental disorders. Yabe, for example, packed his car with antipsychotic and anticonvulsive medication and made runs to Soma City, where many evacuees had ended up. Mental-health professionals visited the cramped shelters elsewhere, but they tended to treat only the most severe cases of delirium and post-traumatic stress disorder.

The Togawas were among thousands of people left to their own devices by the overwhelmed doctors and counsellors. The family’s first days in the cramped shelter are difficult to recall now, says Yuka, but what she can remember isn’t pleasant: ill and elderly patients lying on the floor; ongoing fear about radiation; evacuees jumping queues and snatching food. “We were like dogs and cats without chains,” she says.

With little guidance from the outside, the shelter’s residents tried to organize themselves. Yuka volunteered her nursing skills, but after working for three days, she was filled with anger: why should she, a victim, have to spend all her time helping others, she wondered. Yuka locked herself in the family’s car outside the shelter, “and just exploded and screamed and shouted and cried”.

Subtle damage

As the evacuees struggled to adjust, so too did the doctors and psychologists at Fukushima Medical University. By May, the emergency response was mostly over and the hospital had a new job — to assess the public’s radiation dose. The task has proved tricky, says Shunichi Yamashita, a radiation health expert at Nagasaki University, who was brought in to head the Fukushima Health Management Survey. The radiation monitors around Daiichi were damaged or destroyed by the earthquake and tsunami, and the chaotic nature of the evacuation makes it difficult to assess how long and severely each person was exposed.

The few attempts made so far, however, have generally shown minimal risk. The health survey’s latest assessment suggests that the dose for nearly all the evacuees was very low, with a maximum of only 25 millisieverts (mSv), well below the 100-mSv exposure that has been linked to an increased risk of cancer in survivors of the atomic bombs dropped on Hiroshima and Nagasaki in 1945. The World Health Organization also issued a reassuring report in May, saying that most evacuees from places like Namie received estimated doses between 10 and 50 mSv. It did note, however, that infants might have received a dose that could increase the risk of cancer in their still-developing thyroids.

Radiation specialists say that it is difficult to predict the health effects from such low doses. “I think it’s likely that there will be increased cancer risks, but they will be very, very small,” says Dale Preston, an independent statistician who has studied atomic-bomb survivors. “If you did a large study, I think your chance of observing a statistically significant radiation-associated risk would be pretty low.”

With that in mind, the health survey decided against following a fixed cohort to study the incidence of disease. Instead, it provides thyroid screening and other health checks to any evacuees who desire them. The hope is that the screenings themselves, along with the data collected, will help to reassure the public that the risks are low, says Yamashita.

Mental health has been a major component of the survey. In January 2012, researchers sent out questionnaires to all 210,000 evacuees to assess their stress and anxiety. The levels tabulated among the more than 91,000 respondents were “quite high”, says Yuriko Suzuki, a psychiatrist at the National Institute of Mental Health in Tokyo. Roughly 15% of adults showed signs of extreme stress, five times the normal rate, and one in five showed signs of mental trauma — a rate similar to that in first responders to the attacks of 11 September 2001 in the United States. A survey of children, filled out by their parents, showed stress levels about double the Japanese average.

Empty streets: In the aftermath of the nuclear disaster, 210,000 people had to evacuate Tomioka and other towns in Fukushima prefecture. Nearly 156,000 remain displaced from their homes.

OSAKABE YASUO/DEMOTIX/CORBIS

The stress has pushed some evacuees to breaking point. On a crisp day last November, Kenji Ookubo wandered through Iitate, a village 40 kilometres northwest of the plant, practising his golf swings in the empty streets. The town had been evacuated after the accident because it lay in the path of the plume of radiation blowing away from the plant. But Ookubo couldn’t stand the temporary housing, where he had started drinking and suffered from stomach aches. After renting a room in Kawamata, he began squatting in his parents’ abandoned home. “I came back just to run away from the stress,” he says. With no job, and no prospects, “I can’t see the future,” he says.

It is a pattern seen frequently after major catastrophes, says Ronald Kessler, a professor of health-care policy at Harvard Medical School in Boston, Massachusetts. “In the short term, people get energized,” he says. But when extensive damage or health problems prevent them from getting back to their old lives, depression and anxiety set in. “When something this big happens, it’s just ridiculously daunting,” he says. “At a certain point you just get worn down.”

His own surveys of people evacuated after Hurricane Katrina, which struck the United States in 2005, show1 that property loss and health concerns were the main causes of anxiety. Whereas many survivors of the Japanese tsunami have seen their homes rebuilt and lives restored, nuclear refugees are still dealing with both of those problems. Above all, the fear of radioactivity takes a unique toll. “It’s something you don’t feel; you don’t notice what happened, and yet you understand that there are these long-term risks,” says Preston. “It’s scary.”

Little is known about the long-term effects of that fear, in part because nuclear accidents are so rare. But the 1986 disaster at the Chernobyl nuclear power plant in Ukraine suggests that fear of radiation can cause lasting psychological harm. Two decades after the accident, those who had evacuated as children complained of physical ailments more often than their peers, even though there was no difference in health2. And the mothers of those children suffered from post-traumatic stress disorder at about twice the rate of the general population, says Evelyn Bromet, a psychiatrist at the State University of New York in Stony Brook. Other studies of Chernobyl’s aftermath found that evacuees had elevated rates of depression3 and that a subset of clean-up workers committed suicide at a rate about 1.5 times that of the general population4.

For Fukushima evacuees, says Bromet, “There’s going to be a tremendous amount of health-related anxiety and it’s not going to go away easily.”

Fear factor

Yabe says that “radiophobia” remains a major problem among the Japanese refugees. A poll published last year by the Pew Research Center in Washington DC, for example, found that 76% of Japanese people believed that food from Fukushima was not safe, despite government and scientific assurances to the contrary. And many do not trust the government health surveys that found very few cases of significant radiation exposure among evacuees.

Yuka shares some of those concerns. She and Kenichi have educated themselves, and they have gained some reassurance from regular health checks and thyroid screenings. The children carry dosimeters provided by the health survey to collect radiation data and to calm public concerns. But Yuka wonders whether they will one day develop cancer.

At the moment, however, the family is preoccupied with practical concerns. The government has said that the Togawas can remain in their small flat until August 2014, but after that, Yuka says, they don’t know what will happen. “The government officials say that they are working on it and that they are trying to construct public housing for those people who had to evacuate. But where? Nothing is clear.” Whenever she and Kenichi think about the long term, they start to feel depressed.

The Togawas: After nearly two years in temporary housing, the family worries about the future but is happy to be together. From left,  Shoichiro, Kenichi, Rina, Yuka (back) and Kae (front).

MAI NISHIYAMA

The scientists involved with the Fukushima Health Management Survey have assigned a team of psychiatrists and nurses to make follow-up phone calls to individuals who had high scores for distress on the mental-health questionnaire. But only about 40% of adults responded to the questionnaires, and the researchers suspect thatthe most severely affected people did not participate. Even when the psychiatrists can connect, the evacuees usually don’t stay on the phone for more than five to ten minutes. “Northern people are a very closed people, they don’t really talk about their personal things, especially to somebody they’ve never met before,” says Yabe.

Even when the psychiatrists identify problems, it is unclear what to do about them. Most evacuees, like the Togawas, are suffering from sub-clinical problems — mental anxiety and stress that affects their everyday life but does not require hospitalization or extensive therapy. There is no established treatment regime for such survivors from large disasters, says Suzuki.

Yabe suggests that walk-in clinics specializing in mental health could be set up throughout Fukushima prefecture to engage communities and help families. Suzuki says that involving large segments of the population in group-therapy sessions might be the way forward. Many say that it would help for evacuees to develop a sense of community — but the government has not fostered that. Temporary houses are “strung out like a railroad”, says Bromet. The government could have built them “in a circle with a playground in the middle, or some obvious place for people to meet, but they didn’t”, she says.

Kessler says that unlike the tsunami survivors, whose grief will lessen over time, the nuclear evacuees could experience growing anxiety, particularly about radiation. “When everything has settled down, that will be a huge, rife issue,” he predicts. Now is the best time to try to get ahead of these problems, he says. “There’s a window of opportunity.”

But the health survey lacks the funding for a more ambitious programme. The national government has given it just ¥3 billion (US$34 million) a year, but it is currently consuming about twice that amount, so the survey is under enormous financial pressure, says Seiji Yasumura, one of its leaders and an epidemiologist at Fukushima Medical University. So far, only 100 of the 210,000 evacuees have been interviewed face-to-face by mental-health experts.

Little by little, things are getting better for the Togawas. The children seem happy in their new school, and in September 2011 Kenichi found a job with the local government, clearing contaminated soil from the homes of neighbours. “He’s worked so much overtime that his company is saying he has to have a break,” boasts Yuka. She has found part-time work as a nurse in a local clinic. Her occasional outbursts sometimes cause tension with co-workers, but she enjoys speaking her mind: “I say what I want to say.”

After filling out one of the health-survey questionnaires last year, Yuka got a flyer in the post inviting her to talk to someone over the phone. She thought about it but decided not to. “I don’t feel like phoning. It’s been nearly two years,” she says. “I don’t know what to say.”

Nature
 
493,
 
290–293
 
(17 January 2013)
 
doi:10.1038/493290a

References

  1. Galea, S. et alArch. Gen. Psychiatr. 6414271434 (2007).

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  2. Bromet, E. J. et alBMC Publ. Health 9, 417 (2009).

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  3. Havenaar, J. M. et alAm. J. Psychiatr. 15416051607 (1997).

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  4. Rahu, K.Rahu, M.Tekkel, M. & Bromet, E. Ann. Epidemiol. 16,917919 (2006).

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