
pportunamente
interviene Greenpeace ad avvalorare l’allarme sul quale sono anni che insistono
Lino Balza e Claudio Lombardi: il disastro sanitario e ambientale inferto ad
Alessandria dalla Solvay
Syensqo di Spinetta Marengo è originato dalle emissioni
in atmosfera (con ricaduta su polmoni, suolo e acque) ancor più che dagli
scarichi idrici in falda e Bormida.
Ebbene, Greenpeace Italia ha analizzato i dati del
registro europeo, elaborando anche quelli di Ispra: “Tra il 2007 e il 2023, il 76% delle emissioni
nazionali di gas fluorurati sono state prodotte in Piemonte dalla Solvay di
Spinetta Marengo”, quindi 2.863 tonnellate rilasciate.
Inevitabilmente: perché Solvay è l’unica industria chimica italiana che produce
ancora Pfas, in particolare il “nuovo” C6O4 altrettanto
micidiale come i suoi progenitori.
Perciò
il Movimento di lotta per la salute Maccacaro, con Circoli, Comitati e
Associazioni, chiedono la cessazione delle produzioni inquinanti. E, preso atto,
del fallimento dei processi in sede penale, avviano
in sede civile azioni inibitoria e
risarcitoria. Con urgenza sanitaria, senza attendere una legge di messa
al bando dei Pfas, che la lobby chimica sta bloccando in Parlamento (
clicca
qui).
Le
emissioni in atmosfera, una volta dispersi, si “trasformano” in acido
trifluoroacetico (TFA), la tipologia di Pfas più di?usa al
mondo. Oltre ai noti rischi sanitari, gli F-gas provocano anche l’effetto
serra, con un potenziale di riscaldamento globale (GWP)
migliaia di volte superiore a quello della CO2.
Gli
studi tossicologici associano definitivamente il TFA acido
trifluoroacetico, uno dei composti sintetici noti come sostanze chimiche
“eterne” PFAS (estremamente
persistenti, mobili, idrosolubili, indegradabili, accumulabili) agli effetti
tossici e cancerogeni sulla riproduzione e sullo sviluppo, oltre che agli
impatti su tiroide, fegato e sistema immunitario. Le popolazioni più vulnerabili
sono in particolare i bambini e le donne in gravidanza.
Dunque,
è urgente la necessità di vietare immediatamente i pesticidi fluorurati PFAS per fermare
l’ulteriore contaminazione della catena alimentare, a maggior ragione dopo il
nuovo studio di Pesticide
Action Network (PAN) Europe che ha rilevato la presenza diffusa
di TFA in prodotti
a base di cereali in 16 Paesi europei.
Il
TFA è stato riscontrato in oltre l’81% dei campioni analizzati e le
concentrazioni medie risultano fino a 107 volte superiori a quelle dell’acqua
del rubinetto. I prodotti più contaminati sono risultati i cereali per la colazione, con picchi fino a 360 µg/kg
in singoli campioni.
Lo
studio segnala che i prodotti a base di grano (pane, pasta, biscotti,
farina e dolci tipici) tendono ad accumulare più TFA, suggerendo che il
grano possa assorbire e trattenere più facilmente questo composto
dall’ambiente.
La
Commissione Europea non sembra interessata alla nostra salute e all’ambiente,
perché il suo obiettivo è, invece, semplificare la vita all’industria chimica.
Infatti, la Commissione sta proponendo una serie di misure per deregolamentare
in modo massiccio i pesticidi. In questo modo, l’UE consentirà l’uso di più
pesticidi tossici, senza controlli regolari e almeno per altri tre anni. Lo
spacciano per un accesso più facile alle sostanze di biocontrollo, come gli
“erbicidi naturali”, ma le modifiche si applicano anche ai pesticidi altamente
tossici. Eppure, la scienza è chiara: i pesticidi danneggiano la nostra salute e
uccidono la biodiversità, danneggiano gli esseri umani, gli impollinatori e gli
ecosistemi. (Clicca sul titolo per vedere la tabella)
Acqua, suolo e cibo sono inquinati dai pesticidi PFAS:
avrebbero dovuto essere vietati anni fa. Danneggiano il nostro
cervello, il sistema immunitario, lo sviluppo dei bambini e sono un disastro per
l’ambiente. Abbiamo perso fino a ¾ degli insetti, mentre i parassiti sono
diventati resistenti alle sostanze chimiche e dosi più elevate di sostanze
ancora più tossiche non saranno d’aiuto. Le alternative necessarie sono
disponibili.
Le
grandi e diffuse iniziative nelle piazze per la Palestina di ottobre e novembre
dimostrano che la mobilitazione non è per nulla finita con la falsa “pace” di
Trump e che il genocidio del popolo palestinese ha svelato la “nuova” logica
dell’ordine globale, riorganizzata sempre più attorno alla
guerra: il regime di guerra necessita
di un apparato logistico pienamente funzionante. I porti, in questo senso, hanno
un ruolo centrale. Quelli che sono in alto temono molto i blocchi dei porti,
partiti da Genova e diffusi in altre città europee.
A
Genova (nella foto), la città dove tutto è cominciato con il blocco delle navi
effettuato dagli operatori portuali del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori
Portuali), più di 10.000 manifestanti hanno
aderito allo sciopero, con una presenza elevatissima di studenti e giovani. Il giorno successivo si è tenuta una
manifestazione nazionale a Roma, alla quale hanno partecipato
circa 100.000 persone.
Il
regime di guerra, pluriforme nei suoi modi di agire, necessita di un apparato
logistico pienamente funzionante. Guerra e logistica, com’è noto, vanno di pari
passo da secoli. Non esiste guerra senza logistica, così come non esiste
logistica senza un’organizzazione “militare” dei flussi di approvvigionamento
lungo l’intera catena. Di tutto ciò sono pienamente consapevoli i portuali del
CALP – che organizzano il blocco delle navi con carichi di
armi dal 2019 – così come tutti gli altri soggetti che hanno articolato
le proprie lotte con quella dei portuali. Una consapevolezza che ha contagiato i
lavoratori di altri porti, sia in Italia sia in altri paesi
europei (Grecia, Cipro, Francia, Spagna e, in una certa misura,
Portogallo). Il “blocchiamo tutto” è
diventato la parola d’ordine che ha accompagnato le mobilitazioni in molte città
contro il regime di guerra nel quale vogliono trascinarci – o nel quale siamo
già stati trascinati.
Spesso
ricordiamo come la lobby chimica riesca a influenzare il dibattito scientifico e
le decisioni regolatorie in Europa e nel mondo, prendendo come esempio la finta
“ricerca indipendente” per la presunta
innocuità dei Pfas contrabbandata per decenni.
Alla
stessa stregua, dopo un quarto di secolo, crolla uno dei pilastri su cui si è
basata la difesa del glifosato (Roundup). La prestigiosa
rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology ha
formalmente ritrattato lo studio del 2000 firmato da Williams, Kroes e Munro,
che per 25 anni è stato considerato un punto di riferimento nella valutazione
della presunta sicurezza dell’erbicida più utilizzato al mondo. I
due autori avevano ricevuto compensi finanziari da Monsanto per il loro
lavoro, addirittura assistiti da dipendenti della stessa Monsanto che forniva
pure gli studi, mentre volutamente ignoravano di
altri studi che affermavano la cancerogenicità del glifosato.
Le
conseguenze di questo inganno scientifico sono incalcolabili. L’articolo ha
influenzato per decenni le decisioni regolatorie sul glifosato in Europa e nel
resto del mondo, e migliaia di tonnellate di cancerogeni sono state sparse sui
campi. La ritrattazione formale di questo scellerato studio dovrebbe obbligarle
a rivedere le autorizzazioni. E a rafforzare anche le cause legali in corso
contro i produttori di glifosato: Bayer ha acquisito Monsanto nel
2018.
Il
Tribunale di Roma ha accolto integralmente il ricorso di un
lavoratore dello stabilimento Videocolor di Anagni contro
l’Inail: ha riconosciuto la natura
professionale della patologia
asbesto-correlata, il
danno biologico permanente e, soprattutto, l’esposizione qualificata ad amianto dal
1990 al 2006, per circa 16 anni. I giudici affermano che il lavoratore,
manutentore per oltre vent’anni, è stato esposto in modo continuativo, massiccio
e diretto a polveri e fibre di amianto presenti nei forni, nelle coibentazioni,
nelle guarnizioni, nei macchinari, nelle rulliere e in numerose parti
strutturali dell’impianto. Oltre al riconoscimento del danno, il lavoratore ha
ottenuto 8 anni di maggiorazione contributiva con accesso immediato al
prepensionamento.
Se
clicchi qui
Il
piano di pace a Gaza è una farsa tragicomica che diviene emblematica della
politica internazionale odierna, pilotata da un Occidente in declino economico e
tracollo morale che ha trasformato la democrazia in demagogia, il diritto in
forza, la libertà di stampa e di espressione in censura sistematica del pensiero
diverso. Così ritorniamo alla Società delle Nazioni e ai mandati coloniali.
Gaza, avulsa dallo Stato palestinese, pur ben definito dalle risoluzioni
dell’Onu, viene governata da un Consiglio di pace il cui presidente, Trump,
deciderà le fasi di un improbabile autogoverno palestinese, demandato alle
calende greche. Anp e arabi moderati sembrano sostenere il progetto che appare
soprattutto una iniziativa plutocratica per il bene delle multinazionali.
Difficile
comprendere come una forza internazionale composta di eserciti dei Paesi arabi
moderati potrà mai installarsi su un territorio ancora sotto il controllo di
Hamas. L’organizzazione ha comprensibilmente rifiutato di disarmare, data la
sfiducia nei patti con Israele e la scarsa lungimiranza del piano di pace.
Mentre l’aspirante al Nobel si diletta con mediazioni che sembrano scritte per
un copione hollywoodiano, Netanyahu agisce, continuando a eseguire il progetto
del grande Israele, seminando distruzione e morte in Palestina, rendendo il
genocidio visibile e concreto per tutti coloro che hanno l’onestà di guardarlo
in faccia.
Le complicità
occidentali non sono terminate, nonostante le denunce
documentate di organi internazionali e associazioni umanitarie. L’Onu nel piano
non esiste eppure il Consiglio di sicurezza lo ha approvato grazie
all’astensione di Russia e Cina. Molti, a ragione, affermano che di fronte
all’alternativa – mano libera a Israele per continuare la sua azione violenta e
costruire l’inferno biblico di Gaza – ben venga anche il piano trumpiano. Per
motivi politici Mosca e Pechino hanno avuto il loro tornaconto e hanno preferito
non divenire i sabotatori dell’apparente cessate il fuoco. La diplomazia
trumpiana e occidentale è divenuta un negoziato mafioso, con aut-aut governati
dalla forza.
Una
vera pace a Gaza dovrebbe implicare ben altro. Il rispetto da parte di Israele
delle risoluzioni Onu, una forza internazionale composta da palestinesi, da
arabi sunniti e sciiti, una conferenza di pace con tutti gli attori in campo
inclusi Iran, Russia e Cina.
(Elena
Basile)
Sono
dati impressionanti: ogni singolo mozzicone può inquinare fino a 1.000
litri d’acqua,
Eppure,
esiste la Direttiva europea SUP (Single Use Plastic, 2019/904) che dal 2021
impone ai produttori di tabacco di sostenere i costi di raccolta e trattamento.
Nessun Comune italiano ha ancora attivato questa opportunità di progetti di
impianti pilota di riciclo di mozziconi sfruttando la Direttiva.
Un
progetto, il primo in Italia, è scaturito a Genova, frutto di un
partenariato inedito guidato dagli studenti dell’International School of
Genoa e dell’Istituto Nautico San Giorgio, finanziato dal programma europeo
ProBleu e patrocinato dal Comune di Genova. Coinvolge 15 partner tra
mondo scientifico, imprese, associazioni e istituzioni: dal Porto Antico
all’Acquario (Costa Edutainment), dall’Istituto Italiano di Tecnologia
all’Università di Genova, da AMIU alla startup Re-Cig, fino alle realtà civiche
come SAL, OUTBE, PuliAmo la Foce, Pegli Bene Comune e il Comitato regionale
Liguria per l’UNICEF. L’iniziativa ha anche ottenuto il riconoscimento
UNESCO.
Re-Cig,
partner del progetto, ha già dimostrato la fattibilità industriale trasformando i
filtri raccolti in plastica riciclabile per occhiali, abbigliamento tecnico
e imbottiture, installando posaceneri dedicati anche nelle stazioni
Trenitalia.
Mentre
il governo è sempre più impegnato nella politica dei tagli, Italia è sempre
più a rischio frane: nel 2024 oltre 1,2 milioni di abitanti, 742 mila
edifici e 14 mila beni culturali in aree ad alta pericolosità.
Clicca
qui i
dati delle regioni, delle province e dei comuni.
Legge
di Bilancio: tagliare i fondi per la qualità dell’aria significa mettere a
rischio la salute dei cittadini. Scelta irresponsabile e contraria alle evidenze
scientifiche. Un rischio sanitario inaccettabile.
ISDE
– Medici per l’Ambiente esprime forte preoccupazione per il taglio di
oltre il 75% delle risorse destinate, dal 2026, al Fondo per il miglioramento
della qualità dell’aria nel bacino padano. Una scelta che
riteniamo irresponsabile, in aperta contraddizione con le evidenze
scientifiche e con i dati più aggiornati sullo stato dell’inquinamento nelle
città italiane. Una posizione pienamente convergente con l’allarme lanciato
da Legambiente nei giorni
scorsi. Clicca
qui.
E’,
nel solco di papa Francesco, la chiesa rappresentata dalla CEI (Conferenza
Episcopale Italiana) presieduta dal cardinale Matteo Zuppi. Boicottare
aziende e banche armate. Sì all’obiezione professionale. No leva ma servizio
civile obbligatorio. Niente stellette per i cappellani militari. E’ quanto
propone la Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e
disarmante” diffusa dalla Cei nell’Assemblea generale di Assisi.
“La
produzione e il commercio di armi innescano meccanismi economici che tendono a
perpetuarsi, sostenendo e talvolta fomentando conflitti o supportando regimi
autoritari”. La Cei spinge al boicottaggio: “Alla
presa di distanza da quelle economie che sostengono la produzione e il commercio
di armi; così come ai disinvestimenti per non sostenere gli acquisti dei titoli
azionari dell’industria militare, quelli che contribuiscono all’economia di
guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei
governi”.
Loda “l’obiezione professionale”: il rifiuto
di mettere le proprie competenze professionali e lavorative a servizio di
aziende orientate alla produzione di armi”, discorso che ricorda gli
scioperi dei portuali che negli ultimi mesi si sono rifiutati di lavorare nei
porti italiani ed europei al trasporto di armamenti.
In
alternativa alla leva obbligatoria la Cei oppone “il
servizio civile obbligatorio”: che porta “a scoprire che la difesa
della patria non si assicura con il ricorso alle armi, ma passa per la cura
della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio
civile”. Ci ricordiamo don Milani: “L’obbedienza non è
una virtù”?
Infine,
propone la “smilitarizzazione”
dei cappellani militari: senza stellette, senza carriera: “figure non
legate all’ambiente militare, ma forme nuove di assistenza spirituale per le
forze armate, che tengano anche conto dei cambiamenti del ruolo delle donne e
degli uomini che compiono questa scelta”.
Messaggio
di pace e salute a 42.358 destinatari da Lino Balza Movimento di lotta per
la salute Maccacaro tramite RETE AMBIENTALISTA - Movimenti di Lotta per la
Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza
Nel
rispetto del Regolamento (UE) 2016 / 679 del 27.04.2016 e della normativa di
legge. Eventualmente rispondi: cancellami.
Sito: www.rete-ambientalista.it
movimentodilottaperlasalute@reteambientalista.it
movimentolotta.maccacaro@gmail.com – lino....@pecgiornalisti.it
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