Santa Maria e Balza
Considerata
la lunghezza del testo e la complessità giuridica, pubblichiamo (
clicca
qui) la prima parte del documento
esplosivo
“La
verità’ sul caso Miteni/Solvay che nessuno ha raccontato”
che
l’avvocato
Luca
Santa Maria, punta di diamante del collegio di difesa della Solvay nei
precedenti processi penali, ha trasmesso in queste ore alle Procure della
Repubblica di Alessandria e Vicenza.
La
tragedia dei PFAS: il nuovo amianto e la silenziosa strage degli innocenti. Al
centro delle inedite rivelazioni: la regia occulta di Solvay che ha pianificato
la catastrofe ambientale e sanitaria tra Veneto Piemonte e non solo; i registi
che restano a piede libero dopo i processi di Alessandria e Vicenza; come
scoperchiare i processi penali e le responsabilità delle Istituzioni, fare
giustizia, salvare migliaia di vite umane.
Il
documento dell’avvocato Luca
Santa Maria “scopre gli altarini” e apre nuovi scenari,
non solo penali. Il 2026, infatti, è alle porte e rappresenta uno snodo cruciale
per i Pfas in Italia e per la Solvay, come evidenziato nella meticolosa analisi
di Lino Balza,
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qui,
Il
2026 è alle porte. Snodo cruciale per i Pfas della Solvay.
che a sua volta prospetta anche più efficaci
strumenti oltre le sedi penali.
Clicca
qui l’elenco dei Comuni che hanno già approvato la Mozione per
la messa al bando dei Pfas in Italia, ovvero, conditio sine qua non, per la
chiusura delle produzioni inquinanti della Solvay di Spinetta Marengo.
Come
anticipavamo (
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qui)
Il
2026 è alle porte. Snodo cruciale per i Pfas della
Solvay, ci mette lo zampino anche l’Agenzia europea per
le sostanze chimiche (Echa), che ha appena annunciato che dividerà la
restrizione Ue sui Pfas,
escludendo otto categorie di utilizzi dal processo di
valutazione del divieto: stampa,
sigillature, macchinari, esplosivi, militare, tessili tecnici, usi industriali
più ampi e altre applicazioni mediche.
Secondo
la rete Chemsec, un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro che
promuove la sostituzione dei Pfas con alternative sicure, che già esistono,
questo dell’Echa è “un precedente pericoloso e inaccettabile”. Contraddice
chiaramente gli impegni presi nella Chemicals Strategy for
Sustainability, che prevede l’eliminazione
dei Pfas da tutti gli usi nell’Ue (dunque le produzioni Solvay di
Spinetta Marengo).
La
Commissione UE dovrebbe considerare inaccettabile la decisione dell’ECHA.
La
sentenza del tribunale di Vicenza può essere definita “storica” perché per la prima volta, a
differenza dei tribunali di Alessandria, ha condannato gli inquinatori di Pfas
per “dolo”:
avvelenamento dell’acqua e disastro ambientale (141 anni di carcere). Ma non ha
fatto giustizia fino in fondo. Non ha condannato Solvay (si legga il documento
dell’avvocato Santa Maria). Si è limitata a risarcire 300 parti civili: 15mila
euro sarebbero un risarcimento per le mamme che hanno trovato livelli
enormi di PFOA nel sangue dei loro figli, sapendo che non esiste un limite
minimo innocuo?
E
gli altri bambini avvelenati? E gli altri 300.000 abitanti tra Padova, Verona e
Vicenza? contaminati da Pfas “sostanze chimiche eterne” che evidenzieranno i
loro effetti tossici e cancerogeni (al sistema immunitario e riproduttivo,
disfunzioni tiroidee ecc.) nel corso degli anni, anche fra dieci, venti anni,
come per l’amianto? A tacere le bonifiche che non verranno.
I
PFAS si accumulano nel corpo umano già dalla nascita, entrando in circolo già
durante la gravidanza e continuando poi attraverso l’allattamento,
l’alimentazione, l’acqua potabile o l’aria inquinata. Un nuovo studio
dell’Università dei Paesi Baschi rivela ancora una volta la loro diffusione nei
bambini. La ricerca, pubblicata su Enviromental Research e condotta nell’ambito
del Progetto INMA (Infancia y Medio Ambiente), ha
analizzato i campioni di plasma di 315 bambini tra i 4 e i 14 anni, raccolti tra
il 2011 e il 2022 nelle aree di Goierri e Urola, territori baschi caratterizzati
da una forte presenza industriale.
Nei
bambini più piccoli prevalgono i cosiddetti PFAS “classici” come PFOA e
PFOS, sottoposti a restrizioni a partire dal 2006. Negli adolescenti, invece, si
riscontrano con maggiore frequenza i nuovi PFAS emergenti, introdotti sul
mercato come sostituti dei composti più vecchi: il cC6O4 di cui ha il brevetto Solvay.
Il
team dei ricercatori avverte: “Per i Pfas non esistono
limiti di sicurezza definiti per l’uomo, anche quando oggi non riscontriamo
concentrazioni preoccupanti o danni in atto, non possiamo escludere che
diventino un problema tra dieci anni, ciò che non sembra rischioso ora potrà
esserlo in futuro”.
Va
da sé che in Italia analoga
ricerca NON è stata fatta per l’area di Spinetta Marengo per la Solvay, unica
produttrice italiana dei Pfas.
I pediatri della Società Italiana per le Malattie
Respiratorie Infantili (Simri), in convegno a
Verona, allarmano i danni da smog e
Pfas per la salute respiratoria dei bambini, e sopraggiungono a confermare la
nostra ripetuta denuncia che il rischio maggiore delle emissioni, pfas e non
solo, della Solvay di Spinetta Marengo avviene in atmosfera (dalle ciminiere)
ancor più che nelle acque profonde e superficiali (Bormida).
Stefania
La Grutta, presidente Simri: “L’inquinamento e le sostanze
tossiche come PFAS influiscono sullo sviluppo polmonare sin dai primi giorni di
vita. I bambini sono particolarmente vulnerabili: assorbono più inquinanti
in rapporto al peso corporeo, hanno un sistema respiratorio immaturo, una
limitata capacità di termoregolazione e una maggiore sensibilità alle
infezioni“.
Giacomo
Toffol, pediatra di famiglia: “Le microplastiche ritrovate nel sangue, nei
polmoni e persino nella placenta, possono trasportare sostanze tossiche come
PFAS e metalli pesanti, con rischi per lo sviluppo fetale, il sistema endocrino
e il metabolismo”.
Il
nuovo rapporto pubblicato dall’European Environmental Bureau EEB denuncia la
diffusione dei Pfas, nelle acque e nei pesci d’Europa. In Italia, ben il 9,3% dei prelievi sono
risultati superiori ai limiti di sicurezza attuali e tutti i campioni analizzati superano il nuovo limite
di sicurezza (77 ng/kg) in via di approvazione in Ue, dove i governi
stanno spingendo per ritardare la conformità di un altro decennio o più.
I
campioni di pesce superano anche di centinaia o migliaia di volte i nuovi
standard proposti. In alcune zone, già oggi, una sola porzione di pesce
può bastare a superare la dose settimanale massima tollerabile fissata
dall’Efsa. Nel cuore del Veneto, a pochi chilometri da Padova, scorre un
canale noto come Fossa Monselesana, circondato da campi coltivati e piccoli
centri abitati. Ma proprio qui, secondo EEB, è stato rilevato uno dei
livelli più alti di contaminazione da PFOS in pesci selvatici in Italia: 69,1
microgrammi per chilo, quasi 900 volte oltre il nuovo limite di
sicurezza proposto dall’UE. Un valore simile è stato registrato anche in un
corso d’acqua locale a Campagna Lupia, nella laguna sud di Venezia: qui il
campione di pesce ha mostrato 68,5 microgrammi per chilo. L’indagine estende il
perimetro anche al Delta del Po, al mantovano e al fiume Secchia. Qui,
acque in apparenza limpide nascondono un inquinamento che non si vede ma che si
trasmette lungo la catena alimentare, arrivando fino ai consumatori.
I
Pfas, attualmente scaricati in acqua suolo aria a Spinetta Marengo, oltre aver
devastato il Veneto tramite Miteni, sono utilizzati per
decenni in industrie tessili, conciarie, chimiche e alimentari, sono ormai
ovunque: nei fiumi, nei laghi, nel corpo dei pesci (carpe, trote, persici,
anguille ecc.) e, di riflesso, nei nostri piatti. In particolare, secondo
l’EFSA, il consumo di pesce può rappresentare fino al 90% dell’esposizione
alimentare al PFOS. E non si parla solo di rischio cancerogeno: i PFAS sono
associati a danni al fegato, alterazioni ormonali, infertilità, effetti sul
sistema immunitario.
Ma
l’impatto non è solo sulla salute umana. I PFAS compromettono anche la
biodiversità acquatica, alterando metabolismo, riproduzione e sviluppo di molte
specie. Alcuni pesci migratori contaminati, come le anguille o i salmoni,
possono diffondere gli effetti anche ad altri ecosistemi, trasportando queste
molecole lungo fiumi, mari e catene alimentari.
Centinaia
di associazioni europee sono firmatarie del “Ban
Pfas Manifesto” per l’urgente messa al bando dei Pfas con deroghe
minime e affrontando la contaminazione già esistente, avviando bonifiche,
applicando il principio “chi inquina paga”.
Non
solo le fabbriche, esempio Solvay che scaricano in atmosfera e nelle acque, ma
per la catena alimentare umana il suolo agricolo è una grande fonte di
PFAS.
L’inchiesta
in Usa, nel Maine, quando si è appurato che una fattoria, convinta di produrre
biologicamente, stava invece allevando mucche avvelenate dai Pfas. Hanno
scoperto che decenni prima i campi erano stati fertilizzati
con fanghi di depurazione contaminati da Pfas (devastante pericolo
ancora non controllato in Italia). Dunque, le mucche si erano avvelenate
pascolando il foraggio avvelenato, avvelenato al pari di frutta e verdura (in
particolare a foglia larga), e ovviamente delle uova del pollame. Dunque, il
latte delle mucche era contaminato e neppure la carne di manzo macellata era
commestibile, pericolosa come cancerogena soprattutto per i bambini. Così
dichiararono gli scienziati del Dipartimento dell’Agricoltura. Dunque
l’allevamento fu chiuso.
Lo
Stato del Maine sta testando sistematicamente le aziende agricole per rilevare
l’eventuale presenza di PFAS. Uno studio del 2021 ha stimato che il mangiare
anche solo un ravanello coltivato in un terreno con dei livelli elevati di PFAS
potrebbe significare superare il limite di esposizione giornaliera prevista
dalle linee guida.
La
risposta è stata negativa anche dopo la sentenza di Cassazione che ha condannato
Solvay di Spinetta Marengo: società inadempiente. Il punto interrogativo si
scrive in grassetto dopo la recente sentenza del tribunale di Vicenza di
condanna alla Miteni: società fallita.
Sarà
per gli esempi italiani che perfino gli svizzeri si allarmano. Lo fa un team di
ricercatori dell’ Accademia svizzera delle
scienze naturali (SCNAT): “Nessuna regione della Svizzera è
risparmiata da questi agenti inquinanti eterni. Essi si depositano anche nei
luoghi più remoti, trasportati dall’aria o dall’acqua. Sono inoltre molto
diffusi nelle acque sotterranee. Si trovano nella fauna, nella flora e
inevitabilmente nel corpo umano. Negli ultimi anni, le loro concentrazioni
nell’ambiente sono aumentate”.
“Ridurre
l’inquinamento causato dai PFAS richiederà anni o addirittura decenni: ci vorrà
un grande impegno e una stretta collaborazione tra politica, economia,
scienza”: i ricercatori hanno fiducia nelle Istituzioni.
Svizzere, si intende.
Piuttosto
che mettere al bando i Pfas e fermare le fabbriche che li producono e usano, c’è
chi confonde le idee illudendo su invenzioni che distruggerebbero i Pfas. La
ditta Spuma cerca sponsor per Il bioadditivo che consente ai PFAS di emergere
sulla superficie dell’acqua inquinata con le bolle di risalita e catturarle come
spugna molecolare. Poi… basta incenerirle… creando Pfas.
Più
seriamente, si può cercare di mettere una toppa. Ad esempio, l’installazione di
filtri a carboni attivi in grado di bloccare la presenza di Pfas ed evitare
che entrino nell’acquedotto. I costi sono sbalorditivi anche per piccoli
impianti, fermo restando che i filtri poi… bisogna incenerirli.
Nulla
si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma (Legge di Lavoisier).
Altri
ricercatori hanno introdotto batteri capaci di accumulare PFAS nell’intestino di
alcuni topi: dopo due giorni di esposizione al PFNA (acido
perfluorononanoico ), i microrganismi lo hanno accumulato rapidamente con
gli PFAS ingeriti dai topi, che poi li hanno espulsi con le feci. Poi si
devono incenerire le feci… con le carcasse dei topi.
Il polo chimico di Spinetta Marengo ha
sempre dichiarato insostituibili linee produttive tossiche e cancerogene, anzi
minacciando che la loro chiusura avrebbe provocato la chiusura dell’intero
stabilimento, chiusura poi rivelatasi -tramite impianti sostitutivi- un bluff
intimidatorio. La storia si ripete con i PFAS.
Fra
i vari esempi che abbiamo già trattato di alternative, aggiungiamo quella del
gruppo di ricercatori e ricercatrici della
North
Carolina State University (Stati Uniti), che sta testando l’olio di
semi di cotone modificato chimicamente come possibile
alternativa
green. E i risultati dei primi
esperimenti,
presentati al
convegno dell’American Chemical Society (Acs) attualmente in corso a Washington,
sembrano promettenti.
Una molecola di origine naturale,
utilizzando un processo a base acquosa, rende i tessuti di cotone lisci e
idrorepellenti, idrofobici, resistenti alla formazione di pieghe, protetti dalle
macchie; insomma è proprio studiata per rimpiazzare i famigerati Pfas forever
chemicals.
A
sua volta, il laboratorio di chimica e tossicologia dell’ambiente dell’
Istituto di ricerche farmacologiche Mario
Negri di Milano ha già individuato, nell’ambito
di
uno
studio condotto con il ministero dell’Ambiente, una ventina di
composti che possono essere utilizzati in sostituzione dei famigerati
Pfas.
A
trovare un’alternativa ci sta provando da anni un team di ricerca de
l
Fraunhofer Institute for Manufacturing Technology and Advanced Materials
IFAM che
è
riuscito a sviluppare soluzioni in grado di sostituire l’applicazione dei PFAS
in alcuni settori, tra cui l’ingegneria medica. Le soluzioni
sviluppate dagli scienziati tedeschi sono già state introdotte in alcuni settori
come l’industria alimentare, dove hanno soddisfatto gli standard richiesti,
ed ora potrebbero essere usati anche per la tecnologia medica. Dall’istituto
tedesco assicurano che
molte proprietà possono essere
ottenute anche senza fluoro mediante rivestimento in fase gassosa o chimico
umido, per cui tra le diverse tecnologie per la sostituzione dei PFAS,
rientra la tecnologia al plasma
, in cui i rivestimenti idrorepellenti, ad
esempio su articoli monouso, sono realizzati con gas privi di fluoro,
innocui per l’uomo e l’ambiente.
IN CONCLUSIONE, AL DI LÀ DEL DETTAGLIO
TECNICO, QUESTI E ALTRI LAVORI HANNO
IL PREGIO DI DIMOSTRARE CHE, QUANDO CI SONO LA VOLONTÀ POLITICHE E IL SOSTEGNO
ECONOMICO NECESSARIO, È POSSIBILE SVILUPPARE COMPOSTI CHIMICI CON
CARATTERISTICHE ANALOGHE A QUELLE DI TOSSICHE E CANCEROGENE COME I PFAS. COSA SI
FRAPPONE? L’ENORME BUSINESS DEI PROFITTI DELLA LOBBY CHIMICA DEI PFAS, IN ITALIA
DIRETTA DA SOLVAY.
Mentre il Decreto Legge italiano ha messo la testa
sotto la sabbia per non scontrarsi con Solvay, la legislatura della
California vota per eliminare le “sostanze chimiche eterne” PFAS in pentole
antiaderenti, prodotti per la pulizia, filo interdentale, sciolina da sci,
imballaggi alimentari e alcuni prodotti per bambini, dopo aver limitato, con più
di una dozzina di altri Stati, tessuti, schiume antincendio e cosmetici. Tutti
gli States sono concordi che l’esposizione ai PFAS è collegata a numerosi
effetti negativi sulla salute, tra cui, a titolo esemplificativo ma non
esaustivo, il cancro ai reni e ai testicoli, danni al fegato e ai reni e danni
al sistema nervoso e riproduttivo.
Evidentemente
non tutti, se si parla di
“scandalo New Mexico” (come si parla di
“scandalo Italia “). In quello stato, da anni tra i più contaminati degli USA,
la situazione è grave, come è emerso anche da
un
rapporto pubblicato nel mese di agosto, esito del New Mexico PFAS
Blood Testing Project. Lo studio è finalizzato alla presenza dei Pfas nel sangue
delle persone che lavorano o risiedono vicino alla base aeronautica militare di
Cannon; la quale ha infatti rilasciato, per anni, tonnellate di schiume
antincendio, che hanno contaminato le falde acquifere, compresi cento pozzi
privati e almeno uno pubblico, quello di Clovis, che serve una cittadina da
40mila abitanti. Anche con concentrazione di PFAS pari a 27mila volte quella
considerata massima dalla Environmental Protection Agency (EPA).
Il
risultato dell’analisi del sangue di 628 persone ha così confermato che nel 99%
dei casi erano presenti PFAS (PFOS, PFOA, PFHxS e PFNA) con concentrazioni anche
tre volte la media nazionale. Secondo l’Environmental Working Group una
situazione simile si ritrova in molte zone contaminate dalle schiume
antincendio, e cioè, oltre alle basi militari, in quelle vicine alle caserme dei
pompieri e a industrie che, per vari motivi, le usano. E’ quello che per i vigili del fuoco è successo in
Italia, dove per anni si è fatto finta di nulla.
La
Calabria è una delle regioni con le più alte percentuali di campioni di acqua
potabile positivi ad almeno un PFAS, 92% contro 79% della media italiana. E
quando si decideranno a fare un biomonitoraggio sui calabresi, troveranno Pfas
in almeno il 95% del sangue degli abitanti. Per quanto riguarda i
siciliani, uno studio dell’Università di Catania aveva dimostrato la presenza di
PFAS in tutti i 61 bambini di età 6-11 anni studiati, in quantità che
suggerivano un’estesa esposizione a queste molecole. Per i calabresi non siamo a
conoscenza di studi che abbiano analizzato il loro sangue alla ricerca dei
PFAS.
Ma
perché dobbiamo preoccuparci tanto dei PFAS e cosa c’entrano con il ponte sullo
Stretto? Ce lo spiega il
dottor
Vincenzo Cordiano, ISDE Medici
per l’Ambiente, uno dei maggiori esperti in materia.
Clicca
qui.
Ciao,
sono Davide Pelanda. Finalmente è in uscita a brevissimo il mio libro/romanzo
VADO A VIVERE IN CAMPAGNA (PAV EDITORE – ROMA) che tratta dei PFAS, il cui
ricavato andrà all’Istituto ISDE – medici per l’Ambiente sezione di Vicenza.
Rimango disponibile per presentazioni e incontri da calendarizzare
assieme.
>>Una
quantita’ enorme di inquinamenti ha afflitto (ed affligge ancora,
anzi,
sempre di piu’) la pianura padana. Acqua, aria, terreni,
agricoltura,
alimentazione, eccetera.
L’industrializzazione del nordest, inutile
nascondercelo, ha minato
pesantemente la salute dei cittadini.
Io credo
che il tema PFAS sia un “di cui”, un dettaglio, forse nemmeno
il piu’
importante, come qualcuno vorrebbe farci credere.
Attribuire quindi ai PFAS
malattie che hanno mille origini diverse,
facendo finta che tutto dipenda per
forza dai PFAS, e’ una comoda
falsificazione della realta’. Comoda sappiamo
per chi.>>
Messaggio
di pace e salute a 42.173 destinatari da Lino
Balza Movimento di lotta per la salute Maccacaro tramite
RETE AMBIENTALISTA - Movimenti di Lotta per la Salute, l'Ambiente, la Pace e la
Nonviolenza
Nel
rispetto del Regolamento (UE) 2016/679 del 27.04.2016 e della normativa di
legge. Eventualmente rispondi: cancellami.
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