Rappresentante d'una stagione unica per il cantautorato italiano, suggellata a colpi di grandi album, intrisi di passione, sentimenti e rivendicazioni sociali, Antonello Venditti, l'uomo al piano del Folkstudio, il menestrello di una Roma amara e struggente, si progressivamente adagiato sui trionfi pop degli anni 80. Rischiando di mettere in ombra i capolavori della prima fase di carriera
Introduzione
Partiamo da una scena de "La Grande Bellezza". Jep Gambardella a cena con Ramona in un sontuoso ristorante capitolino. Scambia un saluto con una persona seduta a un tavolo poco lontano. un noto cantautore romano: Antonio (poi Antonello) Venditti. Un cameo che anche l'omaggio di Paolo Sorrentino a quello spicchio di romanit che l'ex-asso del Folkstudio ha incarnato in una lunga carriera, iniziata all'alba degli anni 70 e proseguita fino ad oggi.
Venditti nasce a Roma, l'8 marzo 1949, il giorno della Festa della Donna, sotto il segno dei Pesci. La sua vita sar narrata, come un diario a puntate, proprio attraverso le sue canzoni, sempre ricche di fotogrammi biografici, di ricordi d'infanzia e adolescenza. "Mio padre ha un buco in gola" (Le cose della vita, 1973), ad esempio, la cruda e spietata rievocazione di un contesto familiare difficile: la ferita di guerra del padre pluridecorato, tornato a casa dopo sei anni di prigionia in Kenya, la mamma-maestra di latino e greco, severa in ogni circostanza, la nonna ipercattolica fin troppo apprensiva, i problemi di peso... un legame profondo e travagliato, quello del giovane Antonello con la famiglia, in particolare con la madre, Wanda Sicardi. Attorno al complicato rapporto tra i due, ruoter l'autobiografia "L'importante che tu sia infelice", scritta dall'artista romano nel 2009, proprio dopo la scomparsa della madre, alla quale pare sia da attribuire la famigerata frase del titolo. "Non l'avrei mai scritto questo libro, se lei non fosse morta - ha raccontato Venditti - Mi ha lasciato un baule pieno dei suoi diari, che non ho il coraggio di aprire, perch temo di scoprirvi una persona diversa da quella che non mi ha mai riservato una buona parola. Voleva controllarmi, sperava nei miei fallimenti, nella fine delle mie storie con le donne. Non mi ha mai detto che una mia canzone fosse bella. Devo alla durezza di Wanda la mia rivendicazione della libert, il percorso fatto per cercare me stesso. Forse la mia voce la sua".
Cos con un minimo sforzo possiamo immaginare chi si celi anche dietro i versi di "Robin" ("E suo padre lo voleva avvocato/ E sua madre per lo meno professore/ E sua nonna lo sperava un altissimo prelato"), altra istantanea familiare agrodolce tra i solchi di Buona Domenica (1979), mentre i ragazzi del celebre incipit di "Notte prima degli esami" (Cuore, 1984) non sono altro che I Giovani del Folk(studio): Ernesto Bassignano, Luigi Lo Cascio, Francesco De Gregori e Antonello Venditti, detto "Il Cicalone", l'unico con il "pianoforte sulla spalla" in mezzo a quegli incalliti chitarristi. Senza dimenticare "Giulio Cesare" (Venditti e segreti, 1986), nome del liceo del quartiere Trieste frequentato dall'alunno Venditti nato in via Zara, dove "Eravamo trentaquattro quelli della terza E/ Tutti belli ed eleganti tranne me. (...) E mio padre una montagna troppo alta da scalare...". In "Che fantastica storia la vita" toccher a lui inaugurare la rassegna delle tante storie e volti di inizio millennio: "Mi chiamo Antonio e faccio il cantautore/ E mio padre e mia madre mi volevano dottore/ Ho sfidato il destino per la prima canzone/ Ho lasciato gli amici, ho perduto l'amore".
Esistenza e canzoni intrecciate nel percorso di un autore che ha segnato la storia della musica d'autore italiana: gli anni 70 prolifici e impegnati, culminati nei suoi indiscussi vertici, i due decenni successivi passati tra i bagni di folla e la vetta delle classifiche, e un'attuale pensione artistica, per godersi i tributi delle giovani leve e l'affetto di chi lo ha seguito fin dagli esordi.
Prima parte: gli anni 70
La storia musicale di Venditti inizia subito con due prodezze in romanesco, "Roma Capoccia" e "Sora Rosa", entrambe composte a soli 14 anni, sul pianoforte di casa. Un approccio allo strumento che nasce soprattutto dalla solitudine, se non dalla disperazione, del giovane Antonello, costretto dall'insegnante a svolgere due anni di solfeggio.
Leggenda vuole che a quei tempi il Nostro, tra un giro e l'altro per Corso Trieste, portasse sempre con s un registratore per far ascoltare i suoi precoci risultati compositivi.
Di estrazione borghese, ma sempre sensibile alle vicende pi umili e drammatiche della sua citt, Venditti sa come comunicare immagini vive e potenti, accompagnato dall'inseparabile strumento e da un timbro vocale impetuoso, che un vero e proprio marchio di fabbrica.
A tutt'oggi "Sora Rosa" brilla - anzi, brucia - di una rabbia e di un'intensit rare. La sincera confessione e l'idea del suicidio come unica possibilit di sollievo ("A Sora Rosa me ne vado via/ C'ho er core a pezzi pe'lla vergogna"... "Sai che ti dico, io mo' me butto ar fiume/ Cos finisco de campa' sta vita"), mentre incombe il climax musicale, lasciano spazio a uno scorcio di speranza consegnato con un'immagine forte, brutale e allo stesso tempo nobile:C' solo questo de vero pe' chi spera
Che forse un giorno chi magna troppo adesso
Possa sputa' le ossa che so' santeChe dire poi di un brano che ha travalicato se stesso, fino a diventare simbolo di una intera citt? "Roma Capoccia", per, non uno spot, una cartolina ben confezionata. Immerso nel suo ardore melodico, Venditti coglie perfettamente le contraddizioni della Citt Eterna, dove decadenza e sporcizia ("Un robivecchi te chiede un po' de stracci") camminano fianco a fianco con la bellezza e la Storia, sferzando il dipinto con il suo pessimismo ("Roma capoccia der mondo infame"). I tanti piccoli scorci e le istantanee di vita della Capitale al tramonto si succedono in una ballata appassionata, in cui l'estensione vocale di Venditti - "ugola di tungsteno", secondo l'efficace definizione del produttore Lilli Greco - si staglia netta sul morbido accompagnamento di chitarra, tipico di tanti stornelli capitolini. A rendere ancora pi autentiche le due composizioni, la scelta del cantato in dialetto romanesco.
Con questi brani (pi "Viva Mao"), avvolto nel fedele montgomery, Venditti sostiene un provino al Folkstudio. Lo storico locale trasteverino, gestito in quegli anni da Giancarlo Cesaroni, la culla delle nuovi voci pi interessanti dell'epoca e pu fregiarsi anche del leggendario passaggio di Bob Dylan nel 1962. Su quel palco si formano artisti come Mimmo Locasciulli, Edoardo De Angelis, Luigi Grechi, Stefano Rosso e Rino Gaetano. Passeranno di l anche Giovanna Marini, futura custode della musica popolare italiana, e un giovane Francesco Guccini che vi registrer parte della sua "Opera Buffa".
Tra canzone politica, folk (ovviamente) e tanto jazz, sar proprio nella location di via Garibaldi 59 che verr coniato - ad opera del celebre discografico Vincenzo Micocci - il termine "cantautore".
Venditti, avvinghiato al pianoforte, fa tremare le pareti del club con il suo vocione prepotente. "Antonello buono, generoso, spaccone proprio come il Cicalone che rester sempre - lo ritrae Ernesto Bassignano nel libro "Canzoni pennelli bandiere suppl" - Gi allora mezzo comunista ateo e mezzo cattolico credente, perch lui in pratica il compromesso storico fatto uomo. Lo chiamano Mifune perch sembra davvero il celebre Toshiro dei "Sette Samurai". Arriva dopo aver parcheggiato il suo Maggiolone nero e subito attacca con la sua nuova barzelletta fresca di giornata: inesauribile. Sempre col montgomery, anch'esso nero, con una barba ben curata e dei capelli che sono la sua pena. Basta toccarglieli perch si terrorizzi: 'Nooo che mi cascano, lasciatemeli stare, maledizione!'".
Ben prima della consacrazione da Oscar nella Citt eterna visionaria di Sorrentino, il legame di Venditti con il cinema era nato sempre a Roma, ma in tutt'altra location: ne "La Banda del Gobbo" di Umberto Lenzi (1977), classico poliziottesco dell'epoca nelle cui musiche trovava posto anche "Roma Capoccia" e in cui era possibile ammirare un appassionato Tomas Milian reinterpretare con mitragliatrice in braccio un verso di "Sora Rosa". Venditti, insomma, sensibile, impegnato, ma anche molto popolare, diretto. Per questo lui il vero asso per il grande pubblico forgiato dalla fabbrica del Folkstudio.
La sua prima prova su Lp, Theorius Campus (1972), firmata insieme al collega e amico di una vita Francesco De Gregori. Ma mentre quest'ultimo - chitarra al collo - guarda a Bob Dylan, Venditti, seduto al suo inseparabile piano, si rif pi a maestri come Cat Stevens e l'Elton John di "Tumbleweed Connection" e "Madman Across The Water". Anche caratterialmente i due sono agli antipodi: timido e schivo l'uno, esuberante e viscerale l'altro. Ma insieme funzionano, proprio come una coppia ben assortita.
Theorius Campus un nome di fantasia, ma va benissimo per una raccolta di brani eterogenei e singolari come questi, sospesi tra folk, canzone popolare e songwriting. In cabina di regia c' Italo Greco, detto Lilli, produttore ex-Rca che ha riunito per l'occasione un team di musicisti inglesi: Derek Wilson alla batteria, Dave Summer alla chitarra elettrica, Donald Meakin alla chitarra acustica, Mike Brill al basso, pi Maurizio Giammarco al flauto e, naturalmente, i Nostri Venditti al piano, De Gregori alla chitarra, con contributi sporadici alla sei corde del ritrovato Lo Cascio.
Le registrazioni avvengono in una sola settimana nel piccolo Studio 38 di Roma, dove in quegli anni si affacciano altri giovani emergenti come Riccardo Cocciante, Rino Gaetano e Fiorella Mannoia. In studio c' anche un moog, che apparir furtivamente in alcuni episodi. Il disco, griffato in copertina dall'Ofelia di Shakespeare ritratta nel 1851 da John Everett Millais, diviso (quasi) a met: sei brani di Venditti, quattro di De Gregori, pi due condivisi. Il motivo dello squilibrio presto spiegato dallo stesso Francesco: "Io cantavo peggio. Venditti era il cantante; poi aveva dei pezzi pi belli, pi ascoltabili, mentre io allora facevo delle ballate su due accordi".
I pezzi di Venditti, scanditi da un uso spesso ritmico del piano, sono potenti e passionali, ficcanti anche quando ripiegano nel microcosmo romanesco. I pezzi di De Gregori, invece, non sono mai cos diretti, sono piccoli racconti, densi di passaggi ermetici ed ellittici, cesellati con un fingerpicking secco ed essenziale.
Criptico fin dal titolo e dalla copertina (dove non appaiono nemmeno i nomi degli autori), Theorius Campus mette in luce tutta la potenza comunicativa di Venditti, intellettuale popolare (come ama autodefinirsi) che non avr la capacit poetica del ben pi ricercato De Gregori, ma viene fin da subito recepito come la nuova voce della romanit, nonch potenziale miniera d'oro dai discografici.
Apre l'opening esistenzialista "Ciao uomo", dialogo tra due astronauti che su un manto sintetizzato si mettono all'inseguimento di "una cometa che viene dell'Est", nella quale forse possiamo leggere il mai nascosto orientamento politico del Nostro. Ma a dare sostanza al disco sono anche "La cantina", che unisce amore e un ricordo del passato; " caduto l'inverno", nuovo diario di tormenti sentimentali costruito su un pregevole spunto melodico che decolla nel finale strumentale; "L'amore come il tempo", dove Venditti sfodera un altro bel testo, pur non riuscendo a calibrare al meglio il suo potenziale vocale.
"Dolce signora che bruci" (di De Gregori), cantata a due voci, insinua invece il sospetto che l'improbabile tandem, pur non essendo proprio la versione italiana di Simon & Garfunkel, non avrebbe affatto sfigurato: suadente e ironica, delinea un altro ritratto femminile spiazzante.
Infine, gli unici brani composti dai due insieme: "Vocazione 1 e " offre un ritratto semiserio di un sacerdote, affogato tra coretti celestiali ed effetti misticheggianti, mentre "In mezzo alla citt" poco pi di un divertissement, addirittura "la canzone pi brutta che abbiamo mai scritto", stando a De Gregori, che la ricorda cos: "Fu un tentativo mio e di Venditti di fare una canzone commerciale con un testo adeguatamente stronzo. Una cosa molto sputtanante, infatti piaceva abbastanza ai discografici, allora".
Se la collaborazione di Theorius Campus era nata essenzialmente per motivi economici e competitivi, quasi come una sfida tra i due astri nascenti del cantautorato romano, il rapporto personale tra Venditti e De Gregori si riveler uno dei pi tormentati e perfino romanzeschi della storia della musica italiana. Dal tour ungherese del 1970 fino al grande gelo durato per anni, passando per le pi o meno esplicite allusioni e frecciatine reciproche (da "Francesco" di Venditti a "Piano bar" di De Gregori), i due compagni del Folkstudio hanno manifestato sempre due personalit umane e artistiche agli antipodi, eppure visceralmente legate. Il riavvicinamento tra i due avverr nel 1996, in occasione della campagna elettorale per le elezioni politiche. "Stamattina ho telefonato a Francesco e gli ho chiesto se gli andava l'idea di esserci, per un saluto a Veltroni. Mi ha richiamato e mi ha detto: s Antonello, ma se ci andiamo cantiamo insieme", racconter il nostro.
Seguir un progressivo percorso di riappacificazione, che passer anche attraverso plateali scuse, come quelle rivolte da Gregori all'amico nel 2003: "Antonello, ti devo confessare che quando hai scritto l'inno della Roma, sono rimasto spiazzato in modo anche spiacevole, da cantautore impegnato con la puzza sotto il naso, da cantautore col 'K'. Invece una straordinaria canzone. La canto in certi momenti formidabili della Roma, come si fa a non cantarla...". Venditti torner persino a duettare con De Gregori in "Io e mio fratello" del 2003 e salir sul palco del Teatro Garbatella durante la residency dell'autore di "Rimmel". E cos via, fino addirittura al concerto in duo dell'Olimpico, previsto per l'estate 2021.
Dopo quel doppio successo, nel 1973 Venditti pubblica i suoi primi veri e propri passi discografici da solista su Lp, con L'orso bruno e Le cose della vita.
Nonostante sia spesso identificato con i grandi successi pop sentimentali che dalla fine dei 70 in poi gli hanno garantito fama eterna, e quasi mai associato alla categoria dei cantautori "impegnati" della sua generazione, Venditti ha invece fatto della denuncia sociale e politica un tratto distintivo della prima parte di carriera. Una fase ben pi cupa e complessa, che ha finito probabilmente col venire oscurata dal successo di quello che pure resta uno dei suoi capolavori, Sotto il segno dei pesci, da molti identificato addirittura come il suo primo disco. L'equivoco peser profondamente sulla percezione dell'artista-Venditti, finendo con l'oscurare quanto di prezioso e originale era riuscito a racchiudere nella prima fase della sua produzione, molto spesso del tutto sconosciuta ai suoi detrattori.
Ben arrangiato e ricco di spunti orchestrali, L'orso bruno propone nuovi episodi ispirati da questioni sociali e politiche, come "L'uomo di pane", spaccato amarissimo di emarginazione e solitudine, "Sottopassaggio", ritratto di un mendicante cieco, "Lontana Milano" (sul tema dell'emigrazione al Nord) e "L'ingresso della fabbrica" (firmata con De Gregori), una ballata sulle contraddizioni del lavoro femminile che si apre con una citazione al piano della "Your Song" di Elton John, autore di riferimento del cantautore romano, omaggiato anche title track, che strizza l'occhio a "Indian Sunset" (dal succitato "Madman Across The Water"), per un brano dal forte respiro ambientalista che frutter anche a Venditti l'occasione di un concerto per il Wwf.
Ma l'ex-pupillo del Folkstudio osa anche sul piano musicale, sperimentando con l'accoppiata di brani lunghi "Il mare di Jan" e "Dove", prima della conclusiva "Il sottopassaggio". Episodi in cui per si scorge anche il tentativo dei discografici di fare sempre pi di Venditti "l'Elton John trasteverino", ricorrendo a una (sovrap)produzione fin troppo levigata e pomposa, che lo stesso cantautore contester, definendola "roba da Festival di Sanremo".
A spiccare, cos, un altro racconto straziante ambientato nella Capitale: "E li ponti so' soli", storia di una vecchia clochard che vive sulle rive del Tevere, a chiusura di un ideale Trittico Romanesco, formato anche da "Roma Capoccia" e "Sora Rosa".
Se L'orso bruno compie comunque un passo in avanti rispetto agli spunti intravisti in Theorius Campus, la posta in gioco si alza drasticamente con Le cose della vita. Potremmo usare il termine cinematografico reboot e considerare l'opera un secondo esordio, poich coincide anche con l'abbandono della It e il passaggio alla Rca, fucina del cantautorato di qualit italiano del periodo, sotto l'egida di Ennio Melis e Vincenzo Micocci.
Le cose della vita un vero e proprio concept compositivo, in cui Venditti scarnifica se stesso e la forma canzone, sostenuta solo da voce, pianoforte ed eminent. Alla base del disco c' un rifiuto: come gi sottolineato, il musicista romano non ha gradito il lavoro effettuato da Vince Tempera nell'album precedente e opta allora per la pi netta delle contrapposizioni. Mandando in soffitta il buon Elton John ed esaperando la carica ossessiva delle sue partiture pianistiche. Con performance vocali che si fanno sempre pi inquiete e alterate, e testi conseguentemente ancor pi duri e diretti.
Dirompente, ad esempio, la brutalit con cui Venditti parla di se stesso, della sua vita, del torbido sesso di "Mari", storia di voyeurismo giovanile che suona quasi come una "Albachiara" ante litteram (in questo caso, davanti a una finestra), ma anche il ritratto rabbioso della propria citt, non pi al tramonto ma in fiamme (la lacerante "Brucia Roma", giocata solo su due accordi metallici). E colpisce con inusitata violenza anche la vibrante reinterpretazione di "E li ponti so' soli".
Il brano che d il titolo al disco, poi, suona quasi come il suo primo manifesto:Per te che non mi stimi
E non ti tocca quel che dico,
Io non ho da dirti molte cose in pi
Di quel che ho detto
Continuer a cantare le cose della vita.Non c' differenza nel passaggio dalla sfera sociale a quella privata. Venditti picchia sempre duro senza piet, che sia lo scontro generazionale de "Il treno delle sette", la lotta di classe di "Stupida Signora" (torbida storia di schiavit sessuale), oppure la love story di "Le tue mani su di me", contorta ibridazione di intimo e politico, con versi che non lasciano troppo spazio all'immaginazione: " difficile chiamarti amore/ Quando il mondo sta vivendo sul tuo corpo innamorato/ La sua vanit/ Una foglia stupida/ Cade a caso sull'asfalto e se ne va/ Una fabbrica occupata sulle nuvole/ E un fucile che rimpiange Waterloo".
Una rabbia che monta sempre pi, nel cantautore romano, con esiti perfino paradossali.
Quando immaginiamo celebri musicisti arrestati per via delle loro canzoni o dei loro testi, la mente corre al punk pi iconoclasta o alle rockstar pi trasgressive. Eppure, tale sorte toccata anche al Nostro, che per la canzone "A Cristo" in Quando verr Natale(1974) stato condannato a sei mesi con la condizionale per vilipendio della religione. Basta leggere il testo per farsi un'idea chiara di come tutto fosse frutto di una gigantesca opera di mistificazione e bigottismo. Un maresciallo dei carabinieri, presente tra il pubblico del Teatro dei Satiri durante uno show, decise che il verso "Ammazzate Ges Cri', quanto sei fico" (su disco sar poi "Ammazzali Ges Cri', quanto so' fichi") fosse da sanzionare, fraintendendo la frase e il senso del brano, che non risulta affatto offensivo nei confronti della religione. Tutto invece giocato sul filo di un'ironia tipicamente romanesca, che discende direttamente da Belli e Trilussa:M'hanno detto
che Cristo stato a Roma
e janno detto pure
ma 'ndo'vai, quo vadis?
ariccojete tutto, stracci e idee
ma a Roma no, nun ce torna'
Voj anna' forse
fin mor ammazzato
da st' bboni centurioni che tu sai
che te pregheno
e te fregano tutti i giorni
in nome della loro autoritAttualizzando la figura del Redentore, Venditti chiama in ballo personalit politiche del periodo, come l'israeliano Moshe Dayan, e i dolorosi confilitti in Irlanda e nel Vietnam. Se il tono del brano scanzonato, insolente, nel finale filtra anche un raggio di speranza inedito, se si pensa alla drammaticit della "Sora Rosa" di un paio di anni prima:E nun ce facciamo l'affari nostri, nun ce li facciamo pe' carit
Mo nun te fa' l'affari tua - finch la pace non verr
E nun te fa' l'affari tua finch la pace non verr
Nun te fa' l'affari tua
finch la pace non verr.L'incitazione alla non rassegnazione, alla protesta attiva, il vero messaggio di un brano tanto naif quanto sincero e vibrante. Riguardo invece il rapporto con la religione, nel libro "Note su Dio, i cantanti e la fede" di Giampaolo Mattei, Venditti dichiarer: "Sono comunista e profondamente cattolico, credo fermamente che alla base della nostra vita ci sia il Cristo e la Croce". Insomma, il fatidico "compromesso storico" su cui ironizzava Bassignano.
Quando verr Natale l'anello mancante, il punto d'incontro tra i due esordi. Restano arrangiamenti spartani e l'assetto voce-pianoforte domina incontrastato, ma a fare compagnia alla base inamovibile della composizione il ritorno di altri musicisti, che in questo caso sono i componenti del gruppo The Cyan pi altri colleghi, come il chitarrista torinese Luca Balbo o il violinista Carlo Siliotto e il polistrumentista Pablo Romero.
La famigerata traccia iniziale aperta da un fresco gioco di chitarra, a cui segue l'intenso ritratto di "Marta", primo nome di donna della sterminata antologia femminile vendittiana, con la sua vita in bilico tra studio, lavoro e un padre oppressivo. Venditti non solo offre sostegno e vicinanza alla sua ribellione, ma, immedesimandosi in lei, ne approfitta per fare i conti con se stesso:Io, io non sono niente
ma ho vissuto come te
sempre chiuso nello specchio
aspettando un altro me.Torna anche Roma, citata specificatamente attraverso due piazze: la prima "Piazzale degli Eroi", storico covo della destra con le "troppe scritte nere, nere sui muri"; la seconda "Campo de' Fiori", dove campeggia il monumento a Giordano Bruno: a Venditti, fresco di condanna per "A Cristo", pare un luogo simbolico per sfogare tutta la sua rabbia e la sua ansia di libert, in un vibrante tour de force introdotto dal charango di Pablo Romero e sviluppato tra i rintocchi dilatati del piano (il brano sar anche reinciso dalla Schola Cantorum, il gruppo vocale di Edoardo De Angelis).
Dopo la distopica e aliena "Figli del domani" (dove ci si interroga su "una macchina molto strana che non sorrideva mai"), chiude il disco su opposte atmosfere la title track, con il suo mantra di speranza: "Tutto il mondo cambier, tutto sorrider". Poche parole, ripetute come un trascinante e contagioso slogan.
Il passo successivo, Lilly (1975), con la sua copertina rossa e un volto femminile costruito su ritagli di giornale, un ancora pi ispirato e trova posto direttamente tra gli highlight della carriera del cantautore romano. La sua voce sale ancor pi in cattedra, elevandosi sul contesto strumentale.
Dopo quello di "Marta", il nuovo ritratto femminile vira su tinte decisamente pi drammatiche, narrando la straziante vicenda di droga e autodistruzione della title track. Nei sei minuti della ballata folk di "Lilly", Venditti suggella una totale identificazione con le storie e i personaggi narrati. Si parte con una leggera chitarra, poi la brutale e al contempo compassionevole descrizione dell'odissea dell'amica devastata dall'eroina. Il testo e il cantato sono incentrati totalmente sulla reiterazione del nome della protagonista, a cui si alterna la drammatica ricostruzione degli stati d'animo e dei pensieri di chi le era accanto: puro pathos, senza un grammo di retorica. Il dolore del ricordo dei bei tempi ("Studiavamo insieme/ Viaggiavamo insieme"), la rabbia ("Li dovevano arrestare!") e una cronaca spietata, una descrizione ultrarealista, giocata su un crescendo strumentale e su una successione di scatti che restano indelebili, come pannelli di una ideale via crucis:Quattro buchi nella pelle
Carta di giornale
Nuda e senza scarpe
Bianca, e non in ospedale
Senza catene
Senza denti per mangiare
Una montagna di rifiuti."Lilly esisteva, si chiamava Patrizia, spero solo che sia ancora viva", ha raccontato qualche anno fa Venditti. La canzone rester tra i suoi classici assoluti e sar anche ripresa nella scena finale dell'ottava puntata della seconda stagione della serie televisiva "Romanzo Criminale".
Dopo questo capolavoro, il disco dosa al meglio gli ingredienti caratteristici dell'autore. Torna la romanit popolana e la battaglia in difesa degli ultimi nell'appassionata "Santa Brigida" (preghiera dei contadini alla santa per salvaguardare i raccolti), dove la sontuosa orchestrazione di Giuseppe Mazzucca e Nicola Samale asseconda il canto infervorato di Venditti. Si riaffaccia anche la Storia, narrata a modo suo, attraverso il racconto di "Attila e la stella", in cui il re degli Unni viene arrestato da papa Leone Magno. E la caustica ironia del cantautore romano si sublima nell'acustica "Penna a sfera", invettiva contro la stampa e in particolare Enzo Caffarelli, il giornalista di Ciao 2001 che lo aveva attaccato insieme a De Gregori per la solita questione dell'apparente conflitto tra agiatezza del musicista e lotta politica. In pratica, l'accusa che a Francesco sarebbe stata rivolta di l a poco nel celebre "processo" del Palalido.
Non mancano anche nuovi tumulti del cuore, narrati nello stile asciutto del cantautorato 70, in "L'amore non ha padroni", ballata dolorosa, sentita, puntellata dai colpi sui tasti del pianoforte prima dell'arrivo della batteria ad accompagnare la seconda parte.
Altro pilastro della produzione vendittiana l'ambientazione scolastica e "Compagno di scuola" ne il saggio pi celebre e toccante. Un'istantanea fulminante di un passato colmo di sentimenti ed emozioni. Lo spirito di quegli anni fissato per sempre, come in un vecchio ritaglio di giornale, in un servizio d'archivio. In "Compagno di scuola" siamo nel campo degli amarcord struggenti e spietati, che fanno i conti con il passato, senza cullarsi nella nostalgia ma mettendo in discussione tutto, a cominciare da se stessi. Un ripensamento che, nella fattispecie, coinvolge una generazione intera e i suoi ideali, pi o meno accantonati o rinnegati. Si susseguono cos momenti di vita adolescenziale ("Davanti alla scuola, tanta gente/ Otto e venti, prima campana... E spegni quella sigaretta/ E migliaia di gambe e di occhiali di corsa sulle scale"), fanciullesche delusioni amorose e il bilancio amaro del '68 e dei movimenti politici. Quella stagione amaramente svanita, ma la forza della canzone ancora intatta:E il tuo impegno che cresceva sempre pi forte in te
Compagno di scuola, compagno di niente
Ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
Ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?A impreziosire ulteriormente Lilly, un'altra delle composizioni pi alte di Venditti: lo spettrale tour de forcevoce-piano di quasi dieci minuti di "Lo stambecco ferito", ispirato dalla controversa vicenda dell'imprenditore Felice Riva (lo "stambecco" il sistema rappresentato dal ricco industriale sfruttatore che tenta la fuga in Svizzera lasciando in rovina 18.000 operai, mentre il "bracconiere" che lo vuole uccidere incarna la giustizia proletaria). Dietro l'intreccio di lente e dilanianti strofe sibilline, visivamente potenti ed evocative, si cela la convivenza - drammaticamente presente in quegli anni - tra violenza e lotta politica: "E due fabbriche chiuse in Calabria/ Aspettano il pane/ La polizia, malgrado gli sforzi/ Ha perso le tracce". Cos l'uomo con il fucile pronto a farsi giustizia:Io lo spio mentre il vino
Mi gonfia le vene
E il fucile imbracciato
Aspetto stambecchiProgressivamente si arriva alla resa dei conti. Il cacciatore ha preso la mira, ma a braccarlo la polizia. Uno sparo e gli ultimi amari versi sanciscono l'esito della caccia, sublimato da una spettacolare coda strumentale al pianoforte, di marca quasi jazz. Anche nelle introduzioni nei live, Venditti si sempre rifiutato di fornire interpretazioni precise sul brano, anzi, ha calcato la mano sull'ambiguit dell'opera, chiusa dalla sezione strumentale "La morte del bracconiere", vera e propria firma d'autore per un pezzo da antologia. L'imprenditore Riva, invece, torner in Italia, senza mai scontare una condanna per bancarotta fraudolenta aggravata.
Album maturo di un cantautore che ha trovato un equilibrio vincente tra le intuizioni folk degli esordi, l'istinto pop e una sorprendente vena sperimentale, Lilly metter d'accordo tutti, critica e pubblico, centrando anche due lusinghieri primi posti in classifica (il brano omonimo tra i 45 giri, l'Lp tra gli album).
Dopo aver legato ancora di pi il suo nome alla sua citt componendo con Sergio Bardotti l'epica "Roma (non si discute, si ama)