15 GENNAIO 2025
Ultimo aggiornamento: 17:28 del 15 Gennaio

Di fronte ai black out ferroviari di questi giorni, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha parlato di decenni di disinteresse, mancati investimenti, “no” ideologici e infine di ridurre il numero dei treni del 15%.
Disinteresse non certo della politica che, in questi giorni, sta “regolando” i conti tra i top manager, come ha spiegato sul Fatto Quotidiano Carlo Di Foggia occupandosi dello spoil system. Una nuova girandola di Presidenti del Gruppo e delle controllate, amministratori delegati e consiglieri di amministrazione per non parlare degli organigrammi chilometrici lottizzati privi di logica razionale. Ogni nuovo capo si porterà dietro i suoi fidati, nessuno dei quali in grado di riconoscere un pantografo, mentre il Gruppo FS – grazie alla sua posizione monopolista – pensa a mostrarsi efficiente con grandi costose e stucchevoli pubblicità.
Disinteresse dei costruttori? Sembra proprio di no. Sono molto attive le loro lobby, stessa cosa per i fornitori di beni e treni o di servizi. Vincere un appalto alle FS non è cosa da poco. Quanto ai mancati investimenti, è vero il contrario: negli ultimi decenni si sono spesi in media 6 miliardi di euro per gli investimenti e 7 miliardi per la spesa corrente. Nonostante questo la quota modale delle FS è del 7% per i passeggeri e del 9% per le merci: la più bassa d’Europa. In questa fase sono troppi gli investimenti del Pnrr (progetti vecchi tolti dal cassetto), più della capacità di spesa di RFI con tempi lunghi di realizzazione e enormi danni all’utenza pax e merci.
Non c’è una grave carenza di infrastrutture, c’è una grave incapacità gestionale derivante dalle garanzie monopoliste del settore ferroviario: nessuna Regione ha affidato i servizi con gara. In tutta Europa le gare hanno avuto successo con riduzione dei costi e aumento dei passeggeri. Infine quali sarebbero i no ideologici? Sono i sì di Salvini ad essere ideologici (spendere per spendere) irresponsabili, campanilisti, demagogici e senza giustificazione come il Ponte sullo Stretto perché privi di valutazioni tecnico-economiche.
Quanto al da farsi prima di decidere la riduzione dei treni del 15%, c’è da chiedersi chi sono i dirigenti che hanno autorizzato più treni della capacità della rete? Chi sono i funzionari del MIT e del MEF che ne hanno autorizzato il pagamento? Sarebbe meglio abbandonare i progetti del Pnrr non partiti (in primis il Ponte sullo Stretto) e trasformarli in “misure piccole e medie” per eliminare i colli di bottiglia dei nodi: rapidamente si determinerebbe un ottimale rapporto qualità-prezzo dell’investimento e si renderebbe la rete più elastica.