🌈Ampugnano, il sogno ancora non realizzato.
di Antonio Fiorenzani su FB 15.7.26
Sono contrario al progetto di Ampugnano, e conviene dirlo prima di entrare nel merito, perché la parte peggiore di questa vicenda è la finzione che sia una discussione tecnica. Non lo è. È una decisione politica presa altrove a Roma da soggetti che non rispondono a nessuno dei territori su cui l’opera ricadrà, e presentata come un dono. Al territorio resta il ruolo di ringraziare, cosa che una parte della classe dirigente senese ha fatto con entusiasmo e con notevole rapidità.
C’è un equivoco che conviene sciogliere subito: questa non è una novità, è un ritorno. Lo stesso sedime, tra il 2007 e il 2009, fu al centro del mega-progetto legato al fondo Galaxy, che puntava a movimentare quattro milioni di passeggeri annui in una provincia che conta circa 200.000 abitanti. E allora non era un’operazione calata da Roma: era Siena stessa a spingere. Sul carro salirono tutti il Comune, la Provincia, la Camera di commercio, il Monte dei Paschi, gli industriali: l’intera classe dirigente cittadina, compatta, dietro l’operazione presentata dalla manager francese Corinne Namblard, che dal fondo Galaxy passò a guidare la stessa società dell’aeroporto. A sotterrare quel grande scalo furono alcuni concittadini, quelli che vennero allora liquidati come miopi, come nemici del progresso. Il tempo ha detto chi guardava lontano: il progetto naufragò tra ricorsi e inchieste, la società finì in liquidazione, e di quel sogno restarono processi e soldi pubblici bruciati. Cambia il mittente, non la sostanza: allora i promotori erano locali, oggi la regia è romana. Ma l’appetito è lo stesso, e torna con un vestito nuovo. Allora era finanza travestita da sviluppo; oggi è la stessa struttura travestita da transizione ecologica. Non lo dico per sospetto: metà dell’investimento è un grande campo fotovoltaico, l’altra metà interventi non meglio specificati, e i proventi dei pannelli dicono gli stessi promotori servirebbero a tenere in equilibrio il bilancio del gestore. Un aeroporto che non si regge da sé, e un impianto solare che serve a farlo sembrare in piedi.
E poi c’è la proporzione, che vale più di ogni relazione tecnica. Facciamo il conto, perché è semplice. Quattro voli in arrivo e quattro in partenza, aeromobili da nove posti: settantadue persone al giorno. E settantadue soltanto se ogni singolo volo parte pieno, tutti i giorni dell’anno, festivi compresi. Su un’unica rotta Roma Urbe che in auto o in treno si copre in poco più di due ore. Un’intera infrastruttura aeroportuale, venduta come volano dell’intero territorio senese, per spostare al giorno poco più di quanto porta un pullman granturismo e un paio di furgoni. Serve davvero un investimento di questa portata per questo? La domanda non è retorica: è aritmetica.
Perché il paradosso è che i soldi ci sarebbero, e servirebbero altrove. Siena soffre da sempre di un isolamento vero quello ferroviario e la soluzione è già lì, a un passo. A Chiusi fermano alcuni Frecciarossa, che raggiungono la stazione di Chiusi–Chianciano Terme percorrendo la Direttissima Firenze–Roma: una linea veloce, che consente la fermata e il proseguimento verso Roma, Firenze e Milano. Non tutti si fermano, ed è proprio questo il punto. Con una frazione di quei fondi si potrebbe negoziare un numero maggiore di fermate a Chiusi e, soprattutto, costruire un collegamento rapido e frequente fra Chiusi e Siena: un servizio adeguato, cadenzato, pensato per chi si muove davvero. È così che si sposta un territorio migliaia di persone al giorno, non settantadue e lo si fa su un’infrastruttura che esiste già, invece di inventarne una che non ha né utenza né conto. Un’infrastruttura dovrebbe seguire un’economia, non precederla; e dovrebbe portare la gente dove la gente va.
Perché è di narrazione che si vive, qui. “Regional Air Mobility”: basta la sigla e il dispositivo si mette in moto da solo. Un termine nuovo, che ha il pregio di non significare ancora nulla e dunque di poter significare tutto connettività, competitività, riscatto degli scali minori. L’onorevole la pronuncia e attorno a quella parola si dispone all’istante una narrazione compiuta, nella quale Ampugnano risolve i problemi di mobilità dell’intera provincia. Nessuno ne chiede il conto, perché la parola è il conto. Poi si taglia un nastro, si fanno le foto di gruppo, si ringrazia solennemente. La standing ovation precede l’opera: è anzi, al momento, l’unica opera esistente.
E c’è la fretta, che tradisce il movente. Il bando dovrebbe uscire entro settembre, mentre la proposta di legge regionale che introdurrebbe la valutazione dell’effetto cumulativo e il principio di non concentrazione è ancora all’esame. Non si corre perché il progetto è maturo: si corre perché è nudo, e perché fra pochi mesi ci sarà una norma che chiederà conto di quanto suolo si sta già trasformando su un solo Comune dove a questi venti ettari si sommano un impianto agrivoltaico ben più esteso e altri progetti ancora. Chi ha fretta di bandire prima che la legge entri in vigore, di solito ha una ragione per averla; e quando la ragione non si dice, la si può ragionevolmente immaginare.
Sopra tutto, il metodo, che è già una sentenza. Il Comune dove l’aeroporto materialmente si trova non è stato invitato nemmeno alla conferenza stampa in cui si annunciava che cosa sarebbe stato costruito sul suo territorio. Ha dovuto chiedere un’audizione in Regione per farsi ascoltare. Quando “coinvolgere le comunità locali” significa parlare con lo staff senese di un partito e considerare la pratica chiusa, il consenso non è un fondamento: è un adempimento saltato.
Sono contrario, dunque, e non per pregiudizio verso le rinnovabili: chi amministra territori che producono energia sa quanto costi produrla e quanto poco renda produrla senza contropartite. Sono contrario perché questo progetto rovescia la gerarchia delle cose. Trentaquattro milioni, in una provincia dove mancano i treni e i collegamenti quotidiani, dovrebbero almeno spiegare perché finiscano lì e non dove i senesi si muovono davvero. E quando l’unico beneficio certo è il taglio di un nastro e la fotografia che lo accompagna, il territorio ha il diritto di chiedere ciò che finora nessuno ha voluto mettere sul tavolo: il conto. In consiglio comunale, con le carte davanti. Non è un atto di eroismo: è il minimo della decenza amministrativa.