Dopo le interviste de La Nazione a imprenditori e politici, che rilanciano la prospettiva di uno scalo senese, si fa sentire il Comitato contro l’ampliamento di Ampugnano. Critiche che ruotano intorno a un ragionamento diretto: "Ampugnano è stato e sarà solo sperpero di danaro pubblico – sostiene il Comitato –. Enac a detta dell’onorevole Michelotti investirà 1,8 milioni di euro. Per fare che cosa? Nessuno lo sa ma forse costruiranno qualche hangar per Panerai già presente nell’aeroporto in quanto titolare del servizio di assistenza a terra dei passeggeri che non ci sono. Così il pubblico investe e il privato gode".
Il tema, si aggiunge, è questo: "Altro che voli di industriali o di Vip, Ampugnano sarà il deposito degli aerei privati che atterreranno a Firenze. Attualmente Ampugnano è formalmente gestito da Enac Servizi Srl, ma in realtà chi lo gestisce concretamente è l’Aeroclub con evidenti lacune".
Per il Comitato, va ricordato che "Ampugnano non ha mai smesso di funzionare e se non vengono gli imprenditori e i cosiddetti “vip” tanto caldeggiati è perché non hanno alcun interesse a venire a Siena con i loro aerei". E questo anche perché, sostiene il Comitato, "i proprietari di fattorie, castelli e ville nella nostra provincia preferiscono atterrare con i loro elicotteri direttamente sulle loro proprietà".
Analoga considerazione viene riservata ai "voli umanitari “trasporto di organi”. Perché non si informano su quanti voli sono ci sono stati in questi anni su Ampugnano? Forse scopriranno che non c’è stato alcun volo e che in tutta la Toscana i voli per gli organi sono circa otto l’anno. Gli organi in Toscana li trasporta la Misericordia convenzionata con la Regione".
Tra le valutazioni espresse nei giorni scorsi, quella di un possibile rilancio di Grosseto come scalo commerciale, lasciando ad Ampugnano l’aviazione privata: "Grosseto è stato un aeroporto commerciale che da anni è gestito dalla società Esercizio Aeroporto della Maremma – Seam SpA con risultati assai deludenti. Grosseto ha una pista lunga 2349,50 metri in grado di accogliere aeromobili di grandi dimensioni, come Boeing 737/800 o Airbus A321, tuttavia non sono presenti collegamenti regolari ma solo voli charter stagionali, aerotaxi e aviazione generale. Grosseto occupa la penultima posizione fra i 41 aeroporti italiani per numero di passeggeri movimentati. Nel 2024 sono stati 1279 movimenti e 2271 i passeggeri".
Il Mulino Bianco non esiste più: il luogo iconico della pubblicità torna nell’anonimato
Le star della comunicazione degli anni Novanta ne fecero il simbolo dei prodotti Barilla. Armando Testa, la musica di Morricone e la regia di Tornatore regalarono all’Italia un sogno

Chiusdino (Siena), 23 febbraio 2025 – Agli inizi degli anni ’90 è stato il set perfetto per trasferire nell’immaginario collettivo degli italiani un messaggio centrato sui valori della famiglia e del rapporto tra generazioni. I creativi della Armando Testa, la musica di Ennio Morricone, la regia di Giuseppe Tornatore: una serie di numeri uno per promuovere i prodotti del Mulino Bianco, ambientando gli spot in un antico podere scovato nelle campagne senesi, in piena Val di Merse non troppo distante dall’abbazia di San Galgano.
“Oltre alla figura retorica della famiglia – osserva Stefano Jacoviello, semiologo e docente all’Università di Siena – è interessante in questo caso come un luogo sia diventato un logo, un oggetto di cultura di massa per poi tornare a essere un luogo fisico una volta cessata quell’attenzione legata alla pubblicità”.

Un luogo fisico che per anni si è trasformato in agriturismo e ristorante, per poi finire sul mercato ormai da qualche anno. Nel 2021 l’antico mulino delle Pile, tornato al nome originario dopo la parentesi mainstream, finì anche al centro di una procedura di liquidazione (ma l’asta con base a 831mila euro andò deserta), ma poi gli storici proprietari riuscirono ad accordarsi rientrando in possesso del bene.
Da allora il bene è in vendita: “È in mano ad agenzie nazionali e internazionali, lo vendiamo sul mercato a 1,7 milioni di euro”, spiega il proprietario Andrea Burchianti. Nessun contatto in corso con il Comune di Chiusdino, che non ha interesse a rilevare il bene per un’eventuale destinazione turistica.
Burchianti, perché la decisione di vendere?
“Fino al 2019 abbiamo portato avanti l’attività dell’agriturismo, con venticinque posti letto, e del ristorante, con cento coperti che nel fine settimana andavano sempre esauriti. Ma non potevamo andare avanti, l’impegno era troppo gravoso per me, che opero nel settore informatico, e avevamo sempre più difficoltà a reperire personale”.
Cosa ricorda degli anni del grande successo?
“Il mulino era di mio zio e svolgeva un po’ di attività ricettiva in estate. Poi fu considerato l’ambientazione ideale dai creativi della Barilla. Ed è diventato un pezzo di storia della comunicazione italiana, in tanto mi conoscono per quello”.
Quanto fu necessario modificarlo?
“In realtà non tantissimo. La cosa principale fu l’imbiancatura, poi fu allargata la base delle torre duecentesca, con pannelli di resina che resero un’immagine più addolcita e perfetta per incarnare il logo del Mulino Bianco”.
Le pesa l’idea della vendita?
“È un bene di famiglia a cui teniamo molto e quindi dispiace. Ma mandare avanti l’attività non era più possibile. E allora forse è bene che l’acquisti qualcuno che possa prendersene cura e la riporti all’antico splendore”.
Con Barilla avete mai pensato di portare avanti in qualche modo quell’esperienza?
“Ho ottimi rapporti con l’azienda, non fosse altro per le conoscenze sviluppate in quel periodo. Negli anni Duemila abbiamo collaborato, ci sono stati anche alcuni concorsi che hanno messo in palio dei soggiorni nel Mulino Bianco. Poi, come è normale, le grandi aziende fanno le proprie scelte. Ma io non ho nulla di cui rammaricarmi nel rapporto con loro”.
Magari in occasione dei festeggiamenti per i cinquanta anni del marchio...
“Ho avuto modo di sentirmi anche in questi giorni con alcuni esponenti di Barilla, ma non ci sono progetti che riguardano il mulino”.
C’è un dialogo avviato invece con il Comune?
“In questo momento no, non ci sono state proposte nostre, non c’è stato un interessamento da parte dell’amministrazione. Il tema non è all’ordine del giorno”.
Cosa si aspetta adesso?
“Che un luogo così bello, che ha rappresentato così tanto nella storia della comunicazione pubblicitaria italiana, possa essere recuperato e valorizzato come si merita. Dopo aver rilevato il bene dalla liquidazione, l’avevamo posto in vendita a due milioni di euro. Ora, con la mia famiglia e i finanziatori che mi hanno aiutato a rilevarlo, lo proponiamo a 1,7 milioni di euro. Penso che li valga tutti”.
Dalla stessa sezione




