Secondo una radicata e costante tradizione orale[1], l'arte del vetro fu anticamente introdotta ad Altare[2]da una comunit benedettina che, rilevate qui le condizioni naturali idonee, si racconta avrebbe richiamato dal nord della Francia ( Normandia o Bretagna)[3] alcuni esperti artigiani[4]. Un confronto con i dati archivistici in seguito acquisiti non infirma quanto riferito.
Nulla conosciamo in merito alla primitiva evoluzione di questa attivit economica nel Savonese. comunque interessante notare come nel frattempo vetri d'uso comune compaiano in inventari notarili locali, seppure sporadicamente, e di ci sia riscontro nella documentazione materiale recentemente acquisita dalle indagini archeologiche[17].
Il XV secolo segna in Occidente la comparsa delle prime forme economiche di tipo capitalistico. "L'uomo d'affari, tedesco, italiano soprattutto, ormai un capitalista nel senso moderno del termine. Resta estraneo ad ogni specializzazione e s'interessa a tutte le attivit della sua citt: banca, commercio, industria di cui controlla e paga gli artigiani"[21]
L'ascesa di una borghesia mercantile e la progressiva concentrazione di attivit economiche in sedi urbane attirano qui un notevole afflusso di popolazione dal circondario rurale[22]avviando un complesso di lente e profonde trasformazioni economico-sociali che molto pi tardi trover compiuta realizzazione con la definitiva dissoluzione dei rapporti feudali nelle campagne e l'abolizione dell'ordinamento corporativo del lavoro nelle citt.
Tra l'aristocrazia nobile e borghese "si afferma intanto - scrive J. Heers - il gusto del lusso e della bella dimora". Ne consegue l'espansione di un'industria artigianale molto varia: dipinti, libri miniati, vetrerie hanno ora un mercato la cui prosperit assicurata da un'agiata clientela. In tale mutato contesto sociale, economico e culturale, a Murano parte della produzione vetraria, dalla met del '400 sar appunto indirizzata a funzioni di ordine puramente estetico.
Nell'Italia settentrionale e centrale l'incremento demografico e l'urbanizzazione favoriscono poi lo sviluppo del commercio alimentare. Si diffonde in particolare, tra le classi popolari cittadine, il consumo di vino che comporta una specializzazione ed estensione della coltura viticola[23]; ci contestualmente al sempre pi largo utilizzo del vetro per recipienti e vasellame da mensa d'uso comune.
Presumibilmente a quell'epoca i positivi effetti sul mercato vetrario indotti da tale complesso di fattori determinano ad Altare l'impiego generalizzato di fornaci a pi bocche ed un aumento degli addetti alle lavorazioni.La fase espansiva si esprime inoltre con le prime esperienze produttive attuate fuori dal territorio ligure, cui sovrintende un'organizzazione attraverso precisi ordinamenti statutari.
La pi antica attestazione circa l'esistenza di una corporazione (detta Universit dell'arte vitrea) risale al 1445[24], allorch si rende necessaria una regolamentazione organica in forma scritta dell'attivit vetraria e dei rapporti che vanno evolvendosi internamente a questo mondo e nei confronti del mercato. La speciale normativa certamente riflette anche una prassi consuetudinaria stabilitasi nel tempo attraverso semplici convenzioni orali tradizionalmente osservate dagli addetti alle lavorazioni. La prima redazione pervenutaci data 15 febbraio 1495.La corporazione era presieduta da sei consoli eletti ogni anno il giorno di Natale, cui si conferiva la piena potest di organizzare l'attivit vetraria e di stabilire i tempi delle lavorazioni. Rientrava fra questi compiti la disciplina delle migrazioni temporanee che avvenivano dietro pagamento di determinate contribuzioni da parte del datore di lavoro e degli artieri ingaggiati.Sempre al Consolato dell'Arte spettava la formazione delle maestranze da inviare nelle localit prescelte, il che dava luogo a un solenne cerimoniale in cui le squadre di artieri designate si impegnavano con giuramento a ritornare in patria entro la festivit di San Giovanni Battista.
Ad Altare - in ben altro contesto economico, politico e culturale rispetto a Murano - sebbene la tipologia produttiva delle sue fornaci risulti storicamente costituita da un vetro di carattere prevalentemente utilitario, furono le migrazioni dei suoi artieri a lasciare in Occidente le pi rilevanti tracce di una versatilit espressiva spesso acquisita individualmente attraverso l'autonoma sperimentazione di originali percorsi di ricerca tecnico-stilistica.
Nel corso del '400 la Provenza fu per i maestri altaresi la meta preferenziale dei loro primi trasferimenti fuori dal territorio ligure. Particolarmente considerevole fu il ruolo qui svolto dalla famiglia Ferro che sino al XIX secolo diresse larga parte delle vetrerie stabilite nella regione. Attorno al 1445, Benedetto, il capostipite di tale ramo, fonda una manifattura a Goult (Vaucluse), incontrando il favore di Renato d'Angi[28], appassionato mecenate di quest'arte.Accanto a una produzione di tipo puramente usuale, nella fornace dei Ferro (de Ferry) non veniva trascurata un'oggettistica di pregio con decorazioni a smalti policromi, forse esemplata su stilemi veneziani e rappresentata da un servizio di vetri dipinti inviati in dono da Renato d'Angi al nipote Luigi XI.[29]L'attivit itinerante dei vetrai dell'epoca condurr membri della stessa famiglia nei Paesi Bassi dove risulta fossero associati ai francesi de Colnet che, nel 1467, dirigevano una vetreria a Leernes. "Ci si pu a ragione domandare - scrive R. Chambon - quali furono i vetrai che apportarono qui le tecniche veneziane. Senza fornire una certezza assoluta, certi indizi permettono di stabilire che i de Ferry svolsero un ruolo di grande rilievo nell'introduzione in Belgio di questi perfezionamenti."[30]Il loro antico insediamento nei Paesi Bassi menzionato da Filippo II in un decreto dell'aprile 1559 che ricordava come i de Ferry, con i de Colnet, beneficiassero da tempo immemorabile (de toute anciennet) di privilegi nobiliari in quelle regioni.[31]
Tra le localit frequentate in seguito dagli artieri altaresi, Nevers (fine XVI-XVIII secolo) e Orlans (ultimo terzo XVII secolo) furono i pi illustri centri d'arte vetraria da essi creati in Francia. Qui non ci si propose pi, come quasi ovunque, una mera imitazione della faon de Venise, ma si affrontarono vie nuove per una vetraria dagli originali connotati stilistici realizzati anche attraverso una felice sintesi espressiva di motivi mutuati dalle arti della ceramica e degli smalti praticate dagli stessi Altaresi.
L'attivit della fornace gi sul finire del '500 viene a qualificarsi per il suo vetro di pregio, scelto spesso dalla municipalit locale per doni diplomatici[35]e, nel 1597, era lo stesso Enrico IV che, autorizzando Giacomo, Vincenzo Saroldi e Orazio Ponta a stabilire una nuova fornace a Melun, presso Parigi, riconosceva l'importanza di quelle da loro dirette a Lione e Nevers:
"I nostri cari e beneamati Giacomo e Vincenzo Saroldi fratelli ed Orazio Ponta loro nipote - si legge nel documento - gentiluomini nell'arte e scienza vetraria, avendo in precedenza e da lungo tempo gestito le fornaci da vetro cristallo nelle nostre citt di Lione e Nevers, hanno acquisito una tale reputazione nella perfezione delle loro opere che la maggior parte dei vetri del detto cristallo di cui ci si serve nella nostra corte, nel seguito e in tutto il nostro regno, provengono dalle suddette citt di Lione e Nevers."[36]
[...] Il suddetto maestro, nativo di un borgo chiamato Altare - affermava nel documento Luigi XIV - ha impiegato diversi anni in Paesi esteri alla ricerca di ricette relative all'arte vetraria e degli smalti, acquisendo, attraverso lunga esperienza, una tale perfezione da creare opere in cristallo e vetro raffinato equiparabili in bellezza a le pi apprezzate che si producono all'estero.
Il decreto accenna a difficolt economiche che si erano presentate all'Altarese e lo avrebbero indotto a ritirarsi se non fosse intervenuto il cardinale Mazzarino confermandolo nelle sue esenzioni e privilegi. Non meno determinante per il Castellano fu la protezione accordatagli da Jean-Baptiste Colbert (nel Consiglio Superiore dal 1661 quale responsabile alle Finanze) la cui politica di sviluppo industriale e di contenimento delle importazioni favoriva ogni iniziativa idonea a introdurre stabilmente in Francia le tecnologie produttive dei vetrai italiani.
Circa Orlans, dal 1668 vi oper Bernardo Perrotto, in assoluto il pi celebre vetraio altarese, che presto si segnal qui come geniale creatore di nuove paste vitree e per un originale impiego decorativo di smalti su rame ed altre materie. J. Barrelet ha scritto di lui:
Il settimanale Mercure galant, nel dicembre 1686, testimoniava della notoriet acquisita dalla manifattura orleanese, segnalando che gli ambasciatori del Siam, in missione presso la corte di Francia, fecero visita alla vetreria di Bernardo Perrotto.[45]L'articolo fornisce un interessante resoconto circa alcune sue specialit:
Gli ambasciatori del Siam nel venire a Parigi ebbero la curiosit di visitare la vetreria di Orlans, dove il Signor Perrotto fece loro ammirare, nelle sue opere, tutto ci che quest'arte crea di pi raro e pi bello in porcellane, cristalli, smalti, agate[46], girasoli e lapislazzuli, cos come nel colore del rubino e in ogni sorta di pietre artificiali, le quali imitano cos fedelmente le pietre preziose, per la durezza, il vivo splendore e la purezza, da stupire anche esperti intenditori. Un piccolo omaggio di queste opere fu offerto agli ambasciatori ed essi ebbero la bont di accettarlo.
Nel 1601, una supplica degli "Uomini dell'Altare" al Senato di Monferrato per una diminuzione del carico tributario denunciava la sterilit del suolo e l'estrema decadenza dell'Arte, aggravata dalla massiccia emigrazione in atto dei vetrai.La crisi economica vissuta in quegli anni dalla comunit altarese trova in effetti riscontro nella sua diminuita capacit contributiva e nella situazione demografica. L'imposta "del registro" (cio sulla rendita fondiaria) nel 1581 fissata per Altare in lire 116, si riduce progressivamente alle 80 lire pagate nel 1602, mentre la popolazione, che nel 1591 assomma a 817 abitanti, passa a 754 nel 1604.Un ulteriore ricorso inoltrato a Casale al Consiglio di Monferrato, in data 23 aprile 1602, sollecitava provvedimenti "acci detto luogo non resti disabitato, colla destruttione dell'Arte Vitrea".Oltre ai fenomeni gi lamentati, si accennava ai gravosi interessi praticati da capitalisti genovesi sui prestiti cui si era dovuto ricorrere, affermando - in conclusione - "che gli uomini restano nel detto luogo solo per la solita antica obbedienza ai consoli".[52]La fase recessiva - protrattasi, pur tra cicli alterni, sino alla met del XIX secolo - ascrivibile a varie cause.L'espansione della produzione vetraria altarese e la sua delocalizzazione lungo la valle padana, la riviera ligure e la fascia costiera tirrenica, hanno progressivamente ridotto gli sbocchi di mercato alle fornaci del borgo appenninico. Particolarmente deleteria la vicina concorrenza delle vetrerie del Genovesato che, nel 1601, i consoli della corporazione tentano di contrastare attraverso un pi stretto controllo sulle maestranze migranti[53] Analogamente, con i nuovi Statuti dell'Arte del 1682 e - soprattutto - con quelli successivi del 1732, si mira a fronteggiare la crisi attraverso ulteriori vincolanti chiusure corporative. Emblematico in tal senso l'espresso divieto "d'insegnar l'arte a forestieri" o semplicemente "di lavorare in loro compagnia".Gli esiti non furono quelli auspicati; ci tuttavia non principalmente imputabile a fattori d'ordine soggettivo. La specifica situazione altarese s'inserisce infatti in un pi complessivo quadro italiano di declino economico strutturale, gi avvertibile dagli ultimi decenni del XVI secolo. Lo storico L.A. Muratori annoter al riguardo che "per disavventura nostra il gran commercio e le arti pi lucrose son passate in Francia, in Inghilterra e in Olanda, per divenir anche, quelle potenze, padrone del mare in grave nostro pregiudizio".[54] Oltre l'emanciparsi in senso manifatturiero dei Paesi occidentali [55] e l'assenza dell'Italia dal grande movimento d'espansione sugli Oceani, cui qui si accenna, elemento di ulteriore debolezza per l'economia della Penisola era costituito dall'estrema frammentariet del suo mercato "diviso - osserva A. Fanfani - in tanti settori, in ognuno dei quali i Signori ed i Principi si affannavano ad alzare barriere protettive di una ognor sfuggente prosperit".[56] In tale contesto storico-economico larga parte dei capitali italiani verr stornata dall'industria e dal commercio ed impiegata nell'agricoltura e la finanza, ridimensionando il peso acquisito dalla citt rispetto alla campagna, con il conseguente riflusso di operai e manovalanze. In ambito vetrario l'estremo tentativo volto alla locale salvaguardia delle residue possibilit di lavoro - ad Altare, come a Murano - non potr muovere che da logiche corporative, di fatto aggravando - almeno in parte - gli effetti della crisi. Circa gli Statuti del 1732, si pu per l'appunto rilevare che gli stretti vincoli all'esercizio dell'arte vetraria fuori paese (soprattutto in zone limitrofe), se da un lato potevano in qualche misura contrastare la concorrenza alle vetrerie del borgo, dall'altro comportavano inevitabili riflessi negativi sull'occupazione complessiva e il patrimonio tecnico degli artieri, venutisi ora a trovare, come ha sottolineato G. Buffa, "in condizione di nulla poter imparare dagli altri".
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