La selvicoltura (o silvicoltura[1]), dal latino silvi- ("selva") e coltura ("coltivare, cura"), nelle scienze forestali l'insieme delle attivit che consentono di controllare crescita, composizione, struttura e qualit di una foresta, con diversi scopi quale la produzione di legname nonch con il fine di preservare nel tempo la qualit e la quantit del patrimonio forestale[2].
In senso stretto indica quell'insieme di interventi che permettono la coltivazione del bosco garantendone la rinnovabilit; il prelievo legnoso che se ne ricava viene valutato in termini di sostenibilit, ovvero uno sfruttamento ponderato di una risorsa che viene mantenuta rinnovabile; in questo si differenzia dalla cosiddetta "utilizzazione di rapina" che non considera questi fondamentali aspetti ecologici.
La selvicoltura generale studia le relazioni intercorrenti tra il bosco e l'ambiente in cui esso vive, l'evoluzione della foresta, le modalit di impianto, la rinnovazione del bosco e l'uso del soprassuolo maturo.
La selvicoltura dunque si basa sulle conoscenze scientifiche degli equilibri e delle caratteristiche degli ecosistemi forestali, naturali o creati dall'uomo, tanto che si pu parlare di selvicoltura naturalistica, che si occupa della conservazione dell'ecosistema forestale per mantenerlo il pi possibile simile a quelli naturali, subordinando allo scopo principale la quantit e qualit del prelievo di legname per usi commerciali; mentre si parler di selvicoltura agronomica riferendosi alla disciplina tecnica che cerca di conciliare le esigenze economico-produttive tendenti alla massimizzazione della resa in massa legnosa della foresta con le esigenze di mantenimento degli equilibri ecologici, geologici e ambientali del patrimonio boschivo.
La gestione dei boschi stata sviluppata dall'uomo gi in epoca preistorica. A tale periodo infatti risalgono le prime tracce di boschi gestiti a ceduo[3], ma numerose sono anche le attestazioni di gestioni di questo tipo sia in epoca classica, sia nel medioevo[4]. Sembra che gi nel medioevo, inoltre, si usasse una sorta di taglio a scelta culturale, a fini solamente utilitaristici[5], nelle fustaie di tutta Europa. Tale pratica, all'epoca non regolamentata in alcun modo, prevedeva il prelievo esclusivo delle piante utili per l'uso del proprietario del fondo, non essendo ancora sviluppato un vero e proprio mercato del legname.
Gi nel XV e XVI secolo, a seguito dell'aumento di fabbisogno di legno, si registrano testimonianze di applicazioni di tagli rasi, con il rilascio di matricine o con successivi rimboschimenti artificiali. E' a partire da tale periodo storico che prende piede in tutta Europa la pratica, diffusa fino ai primi decenni del XX secolo, di procedere ad una sostituzione sistematica dei boschi di latifoglie (faggi e querce), con quelli di conifere (in particolare abete rosso, ma anche abete bianco e pino) di maggior valore tecnologico ed economico[4][6]. Al XVIII secolo risale l'inizio dell'applicazione dei tagli successivi in Germania, che prender particolare importanza nella gestione a fustaia delle faggete( nel 1713 Hans-Carl von Carlowitz pubblic il primo trattato di selvicoltura: "Sylvicultura oeconomica", nel quale tra le altre cose teorizz che non si dovesse asportare legna dai boschi pi di quella che gli stessi fossero in grado di ricrescere).
solamente nel XIX secolo che, in Francia, vengono teorizzati i concetti base della selvicoltura naturalistica, ovvero che i boschi devono essere gestiti "imitando i processi della natura ed accelerandone la sua opera"[7]. Da questo momento verr data sempre maggior importanza alla rinnovazione naturale, alla creazione di strutture stratificate e, se opportune, a formazioni forestali miste.
Attualmente la selvicoltura naturalistica, in tutte le sue forme, sta diventando sempre pi diffusa, andando gradualmente a sostituire l'applicazione dei tagli rasi con rinnovazione artificiale, ancora preponderanti in molte foreste del pianeta[8][9].
Il primo grande teorico di questa selvicoltura stato il tedesco Karl Gayer, che in un trattato del 1878 sottolinea l'importanza della stabilit del bosco e la diversit delle caratteristiche dello stesso, tali da comportare elasticit di trattamenti.
Tuttavia una spinta decisiva a questa filosofia colturale stata data sia dalle nuove visioni scientifiche dei primi del XX secolo, in particolare all'approccio ecosistemico (olistico) per quanto riguarda il bosco e in genere tutti gli elementi del territorio, visti come ecosistemi interagenti tra loro, sia da cause culturali, quali la sensibilit ai problemi ambientali sviluppata a partire dagli anni settanta, sia da cause contingenti: in Italia queste cause sono rappresentate dall'abbandono delle campagne a partire dagli anni sessanta durante il fenomeno dell'urbanizzazione con conseguente invasione del bosco negli ex pascoli e nelle aree prima coltivate, e all'abbandono della selvicoltura classica che ha innescato il ritorno della vegetazione forestale potenziale, nonch le dinamiche dei rimboschimenti fatti negli anni venti - settanta arrivati a maturazione.
Il principale discrimine usato per la classificazione delle modalit di gestione delle foreste quello della modalit di rinnovazione. I boschi gestiti mediante la rinnovazione da seme (gamica) si definiscono a fustaia, quelli gestiti sfruttando le capacit pollonanti di alcune specie arboree (riproduzione agamica), si definiscono a ceduo.
Con il termine fustaia si intende un bosco d'alto fusto, ovvero privo di piante policormiche (con pi di un fusto per ogni apparato radicale). Carattere comune alla gestione delle fustaie che la rinnovazione, sia essa naturale o artificiale, avviene a partire da semi. Le modalit di esecuzione dei tagli trovano in genere un parallelismo con quanto avviene nelle foreste vergini[4].
Rientrano in questa categoria tutte le fustaie in cui gli alberi hanno pi o meno la medesima altezza e le chiome verdi sono racchiuse in un medesimo piano, mentre al disotto vi sono solo i fusti e l'eventuale strato erbaceo o arbustivo[10]. Tale portamento forestale tipico dei boschi puri, quali ad esempio le faggete e le peccete montane.
Consiste nell'abbattimento di tutte le piante presenti in una data superficie. La superficie minima al disotto della quale il taglio raso non pi tale varia in base alle legislazioni forestali nazionali o regionali; in genere comunque tale soglia oscilla tra i 5000 m2 e 1 ha[4]. A sua volta il taglio raso pu essere classificato in base alla forma:
Il taglio raso trova una applicazione estremamente ampia in tutte le foreste del pianeta e viene applicato anche su superfici molto ampie (fino a 24 ha in U.S.A.)[11]. La rinnovazione, soprattutto per tagliate di ampie superfici, prevalentemente artificiale. Se effettuato a fessura o ad orlo, in certe foreste (ad esempio nelle peccete montane delle Alpi), questo taglio facilita in maniera anche marcata la rinnovazione naturale[12]. Presenta vantaggi in termini economici, semplificando estremamente le operazioni di taglio ed esbosco del legname, facilitando l'impiego di attrezzature meccanizzate, e permettendo di limitare i danni agli alberi non destinati al taglio. Viceversa presenta anche numerosi svantaggi, soprattutto per le tagliate di grandi dimensioni: rischio di erosione e destabilizzazione dei pendii, perdita di nutrienti, difficolt nella rinnovazione a causa dello svilupparsi di erbe e rovi e dei maggiori danni degli ungulati[13]. Per tali motivi, soprattutto nelle zone montagnose, questo taglio viene in genere limitato a casi particolari, ad esempio per gestione di problemi fitosanitari (attacchi di bostrico o altri insetti), o applicato solo nelle sue varianti di minore impatto (a fessura, ad orlo o con riserve). Ecologicamente simula la morte di grandi superfici forestali dovute ad eventi accidentali estremi quali attacchi fitosanitari, incendi o schianti da vento.
Si tratta di un taglio raso di piccole dimensioni, in genere non oltre i 1500 m2, di forma grossolanamente circolare, ripetuto con spaziatura semiregolare per tutta l'estensione della foresta soggetta all'intervento. Questo taglio media i benefici economici del taglio raso, agevolando i lavori forestali, con una riduzione degli aspetti ecologici negativi. Si applica ad esempio alle peccete montane o alle faggete[4][14]. Ecologicamente simula lo schianto o la morte di singoli gruppi di alberi che naturalmente avviene in natura nelle foreste mature.
Si tratta di una serie di tagli, ripetuti nel tempo, che hanno lo scopo di accompagnare l'intera superficie forestale fino allo stadio di maturit, per poi agevolarne la rinnovazione e, quindi l'inizio di un nuovo ciclo. Nei boschi trattati in questo modo, in qualunque momento, la superficie della foresta coperta di alberi, in quanto le ultime piante adulte presenti vengono tagliate solamente dopo che si insediata la rinnovazione.
Per fustaia irregolare si intende un bosco in cui le chiome degli alberi sono distribuite su pi piani. Vi sono quindi, nello stesso luogo, alberi di differenti dimensioni ed et. Tale portamento forestale simile a quanto si riscontra in natura nelle foreste vetuste (old growth forest)[4][5][16].
Tale forma di gestione prevede il prelievo solamente di una parte degli alberi presenti, in modo che nel bosco ci siano sempre individui di tutte le classi di dimensione ed et, evitando quindi l'evoluzione a fustaia monoplana. In genere, nella scelta, vengono tenuti in considerazione diversi aspetti: struttura e disposizione spaziale degli alberi, presenza o assenza di rinnovazione, stato di salute delle singole piante, valore economico attuale e potenziale di ciascun individuo. Il termine "curazione" deriva proprio dal fatto che, oltre a prelevare le piante con il valore economico ricercato, questo tipo di gestione, prevede anche la "cura" dell'intero popolamento, eliminando le piante malate o malformate e favorendo la rinnovazione naturale[13]. Tale metodologia ha il vantaggio di ridurre al minimo gli interventi economicamente svantaggiosi come i diradamenti e gli sfolli, permettendo comunque la crescita e il conseguente prelievo di piante con ottimo valore tecnologico ed economico. Contemporaneamente permette la presenza costante di piante giovani nel bosco, garantendo una rapida risposta dell'ecosistema in caso di danni straordinari (vento, neve o insetti). D'altro canto la gestione mediante i tagli di curazione richiede manodopera specializzata per le operazioni di taglio ed esbosco, per ridurre al minimo i danni alle piante rimanenti durante tali attivit. Per il medesimo motivo, per una corretta applicazione, opportuno avere una viabilit forestale molto sviluppata, per ridurre la lunghezza dei tratti di bosco da percorrere con il legname a strascico e minimizzare quindi la possibilit di eventuali danni. Questa forma di gestione molto diffusa in tutta l'Europa centrale, nel Triveneto, in Francia Orientale e nei Balcani, in particolare nei piceo-abieti-faggeti[4][12][13].
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