Da vari anni si diffondono ipotesi preoccupanti sulla disoccupazione di massa che sarebbe creata dallo sviluppo delle tecnologie informatiche e dall’intelligenza artificiale: la tesi è che i robot sarebbero sempre più capaci di rimpiazzare il lavoro umano. Queste ipotesi ignorano i meccanismi del mercato e, almeno sino a oggi, non trovano corrispondenza nei dati.
L’Italia è il paese con il più alto tasso di disoccupazione e ha uno dei tassi più bassi di “densità di robot”. Al contrario, i paesi con i più alti tassi di densità dei robot, rispettivamente Corea del Sud, Germania, e Giappone, sono anche quelli che hanno i tassi di disoccupazione più bassi.
Alcuni tipi di occupazione sono necessariamente destinati a scomparire. Ciò genera disagio per fasce di lavoratori.
Si può pensare a una serie di lavori complementari alla digitalizzazione delle banche, dai programmatori del sito web agli addetti alla manutenzione dei server.
Lo stesso discorso vale per i robot in fabbrica, che richiedono comunque processi di pianificazione, produzione, e manutenzione che debbono essere eseguiti da nuove figure professionali.
Macchinisti, assemblatori, operatori d’impianto e impiegati d’ufficio soffrono il cambiamento tecnologico essendo mansioni di “routine”, e quindi fortemente esposti a un processo di automazione.
Le politiche pubbliche hanno un ruolo specialmente nelle fasi di transizione, per attenuare il disagio sociale dei lavoratori sostituiti dalle macchine. Si devono incentivare le politiche attive e l’apprendimento permanente per rendere il mercato del lavoro più ricettivo rispetto alle nuove sfide dell’innovazione tecnologica