Platone: commento alla lettera VII di Platone e riflessioni sulla politica.

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daniela floriduz

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Feb 22, 2009, 4:40:14 AM2/22/09
to lapiazza...@googlegroups.com
Ripropongo una bellissima ricerca che avevo salvata, svolta da alcuni alunni
di Marco qualche anno fa, pubblicata quando la piazza gravitava ancora su
Yahoogroups. Forse può servire anche ad altri, mi pare doveroso attingervi
perché offre spunti di grande maturità, certo frutto del sapiente lavoro
disinergia svolto in classe tra il docente e gli alunni.
*****

Recentemente in clesse abbiamo parlato di politica, ci farebbe molto piacere
condividere con la piazza questo argomento e sentire anche il vostro parere.
Per questo motivo inviamo lo schema che abbiamo elaborato in classe e alcuni
brani tratti bal testo.
Buona lettura!!!
&nsp;
Il gruppo PISTACCHI

Schema :
Che cos'è la Politica?: Stato e Giustizia
1link: la partecipazione:il cittadino e la sua libertà
2link: la politica è espressione della natura umana
La città è intesa come una dimensione fisica,una dimensione organizzata.
È da intendersi come le poleis greche,che necessitavano di una ben precisa
organizzazione;
gli uomini possiedono una dote che soggiace la condivisione delle sinergie
tra le esigenze.
La politica di fatto è quell'arte di operare a favore di ogni singola
identità; riguarda la società.
Quando invece quest'ultima non si riferisce al singolo è un'utopia,ed il
fare politica diventa partitica.
3link: la Politica è un'invenzione divina per evitare il male.
4link: la Politica è una tecnica umana per conquistare e conservare il
potere.
Link speciale: Giustizia è conformarsi al bene
assoluto.


Che cos'è la politica?

LA DOMANDA

Vo Volevo dedicarmi alla vita politica...
«Un tempo nella mia giovinezza, ho provato ciò che tanti adolescenti
provano: avevo proget­tato, dal giorno in cui fossi stato padrone di me
stesso, di dedicarmi subito ala vita politica».
Così Platone, ormai vecchio, scrive nella VII Lettera, ricordando gli anni e
le speranze della sua giovinezza, quelle speranze cl1e si condensano in un
unico, grande desiderio: appena di­ventato adulto darsi all'attività
politica. Può sembrare strano che un giovane a sedici o diciotto anni possa
avere come «grande desiderio» una cosa di questo genere, possa fame quasi un
so­gno, eppure nell' Atene del V secolo a. C. anche questo era possibile.
Perché vivere politicamente significava allora vivere da cittadino, vivere
da uomo libero, da uomo che obbedisce alle leggi ch'egli stesso si è dato.
Quella dei greci era - o voleva essere - una vita da uomini liberi e non da
servi. Con orgoglio dicevano che la differenza tra loro e i persiani era
questa: i persiani an­davano in guerra perché il loro re li costringeva ad
andarci, i greci ci andavano perché loro stessi avevano deciso di farlo.
«Sempre di guerra si tratta» - si dirà. E in parte è vero. Ma è vero anche
che una differenza c'è: l'essere costretti a dare allo Stato un pezzo di noi
stessi, una parte dei nostri soldi in tasse, un periodo di tempo della
propria vita, magari mettere anche a ri­schio la nostra vita, non è lo
stesso che essere noi a scegliere, sia pure attraverso dei rappresen­tanti,
"se", "quando" e "come" fare tutto questo. Perché, occorre riconoscerlo,
anche se non sei tu che vai a cercare la politica, ci pensa lei a venire a
cercarti: può arrivare una cartolina mili­tare che ti impone di prendere le
armi, oppure una centrale nucleare difettosa che, pur essendo piazzata a
migliaia di chilometri da casa tua, finisce per inquinare l'insalata del tuo
orto, o an­cora può essere una legge che ti impedisce di fare certe cose
perché la pensi in un certo modo o sei nato in un certo Paese, o magari un
ministro che cambia la scuola mentre ancora tu ci stai dentro. Anche se la
fuggi, la politica ti insegue e almeno un pezzetto della vita, tua e degli
altri, ne è condizionata. Essa non è affatto onnipotente, anzi spesso non
riesce a fare ciò che vorrebbe, è debole e impotente nel realizzare ciò che
si propone, ma tanto fa fatica a creare cose nuove, tanto è capace, nei suoi
momenti peggiori, di una rara potenza distruttiva.

... .ma Socrate viene condannato come un criminale
Così il nostro giovane Platone, pieno di belle speranze nei confronti di
quella politica che idealizzava, dovette presto accorgersi di quello ch'essa
poteva comportare. Quando egli arriva ai vent'anni, Atene viene sconfitta
nella guerra del Peloponneso e assediata. Come sempre quando le cose vanno
male, si accusa il governo di essere incapace, di aver distrutto la gloria e
la potenza ateniese, così si decide di cambiare: il regime che allora si
diceva "democratico" (in un senso in parte diverso dalle nostre moderne
democrazie) viene cancellato e torna al potere una ristretta oligarchia.
Sono i cosiddetti "Trenta tiranni" che si propongono di riportare un po' di
ordine dopo i disordini della democrazia che, a loro dire, aveva condotto
alla rovina la splendida Atene. Tra questi vi è anche un parente di Platone
che lo invita a fare la sua parte. E Platone si butta: è il momento di
coronare il suo sogno. Ma si accorge ben presto che la poli­tica non è quel
mondo ideale che aveva sognato; lo riconosce lui stesso: «M'illusi - né c'è
da stupirsi, giovane com'ero! M'immaginavo, infatti, che avrebbero governato
la Città ricondu­cendola dalle vie dell'ingiustizia su quelle della
giustizia, e quindi attentamente consideravo quello che avrebbero fatto. Mi
accorsi però the in breve tempo quegli uomini fecero sembrare oro il
precedente regime politico». Insomma quegli uomini politici che avevano
promesso di riportare la giustizia nella vita civile si dimostrano peggiori
di quelli che erano prima al go­verno. E non si accontentano di commettere
ogni sorta di ingiustizia, vogliono coinvolgere anche le persone oneste nei
loro intrighi. Socrate, il maestro di Platone, è uno di questi, ma ha il
coraggio di resistere e non si piega: le minacce non gli fanno paura. Ma
ecco che avviene un nuovo rivolgimento politico: cade il regime oligarchico
e tornano gli uomini di un tempo, che erano stati esiliati. La vita politica
sembra davvero una giostra: «Ma come? - potremmo dire ­Tornano quelli che
erano stati cacciati perché incapaci?». Sembrano avere ragione gli eterni
scettici o i qualunquisti: cambia di nuovo il volto esteriore della
politica, ma la sostanza resta la stessa. Anche ora nuove ingiustizie.
Addirittura si arriva apro cessare e mettere a morte So­crate, proprio
quell'uomo che con la sua forza aveva detto "no" alla corruzione precedente.
Platone è disperato: il maestro, modello di uomo giusto, è condannato come
un criminale; il luogo del suo sogno, la politica, che egli concepiva come
il luogo in cui potersi dare agli altri e conquistarsi una fama, diventare
in senso buono "qualcuno", uno di quelli ricordati nei libri di storia, si
rivela il luogo dei peggiori istinti, quasi un incubo: «Vedendo ciò e
vedendo quali uo­mini tenessero in mano la politica, quanto più consideravo
le leggi e i costumi, quanto più di­venivo maturo, tanto più mi sembrò
difficile amministrare onestamente gli affari dello Stato».

Ini interessi personali o ricerca del bene comune?
Ma allora che cos'è la politica? È solo un gioco di parti che nasconde una
lotta per il potere da parte di gruppi diversi, in cui i nobili argomenti
servono solo a mascherare un'uguale sete di potere? Un gioco in cui non si
esita a ricorrere a ogni mezzo per conquistare o per conservare lo scettro
del comando? Oppure c'è in essa un'aspirazione autentica a una forma di vita
mi­gliore in cui gli individui divengono capaci di superare i propri
interessi particolari e riescono a privilegiare il bene comune? La politica
sembra così oscillare perennemente tra la sua di­1ìJ.ensione ideale, la sua
componente "nobile" e alta, fatta di grandi gesta, di leggi sapienti, di
progetti illuminati, e la sua dimensione reale, spesso opaca, il suo retro
scena di corruzione, la sua componente tragica di violenza che intreccia la
vita con la morte. Da un lato, quando ci prende lo sdegno di fronte alla sua
dimensione scandalosa, ci vien da dire che è tutto uguale, che ogni governo
è come il precedente, che "tanto, si tratta solo di ambizioni personali";
dal­l'altro, quando ragioniamo a mente fredda, riconosciamo in modo
inequivocabile che non èvero che "è tutto uguale", che non è vero che vivere
sotto un tiranno è come vivere nella li­bertà. E allora, ancora ci
domandiamo, che cos'è la politica?

LE RISPOSTE DELLA FILOSOFIA

Uno sguardo d'insieme

Alla domanda su che cosa sia la politica la filosofia ha tentato di
rispondere, non solo sul piano teoretico, ma anche su quello pratico. I
filosofi, dai presocratici in avanti, sono stati spesso anche uomini
impegnati nella vita pubblica. Hanno stilato leggi e costituzioni, hanno
talvolta assunto incarichi di governo, altre volte sono finiti in prigione
per le loro idee, qual­cuno è stato messo a morte. Il nesso tra filosofia e
"città" è uno dei fili conduttori che attraver­sano la storia della cultura
occidentale. Nel tratto di storia che qui consideriamo, alla do­manda "che
cos'è la politica?" la filosofia ha offerto risposte diverse, talvolta
contrapposte, tra le quali scegliamo di considerare le seguenti:
- I MODELLO DI RISPOSTA La politica è espressione della natura
umana
È la risposta di Platone, Aristotele e Tommaso d'Aquino: filosofi anche
diversi tra loro ma ac­comunati dall'interesse per la realizzazione
dell'uomo sulla via della saggezza e del bene.

- II MODELLO DI RISPOSTA La politica è un'invenzione divina per
evitare il male
È la prospettiva aperta da un brano di Eschilo che fa riferimento al sorgere
delle istituzioni della città di Atene./div>

- III MODELLO DI RISPOSTA La politica è una tecnica umana per conquistare e
conser­vare il potere
È lo scopo pratico a cui tendeva la riflessione dei sofisti e che ignora
ogni possibile fonda­mento certo della giustizia e delle leggi che regolano
la vita di una società.


La politica è espressione della natura umana

Nel V secolo a.C. in Grecia comincia a entrare nell'uso la parola "politici'
per indicare, da un lato, l'insieme delle realtà (tà politikd) che
afferiscono alla vita del cittadino (polites, a sua volta da polis, città),
dall'altro la scienza (epistéme), l'arte (téchne) o la virtù (areté) che si
occupano di tali realtà. Prima che a un ambito di cose, il termine
"politici' si riferisce dunque innanzi­tutto a un insieme di persone; i
cittadini. D'altra parte la città stessa, prima che come luogo fi­sico o
come struttura organizzativa della vita collettiva, è originariamente
concepita dai greci come l'insieme dei cittadini liberi che da sé
stabiliscono gli ordinamenti del proprio vivere as­sociato. È questa
concreta realtà storica, quella a cui si riferiscono le prime risposte della
filo­sofia di Platone e Aristotele che consideriamo nel primo modello.
Questo modello prende lé mosse da una semplice constatazione: l'uomo
singolo, da solo, non riesce a vivere bene, anzi, talvolta, non riesce
nemmeno a sopravvivere. Vivere in società è dunque un bisogno che la natura
stessa ha posto in lui. Per questo la natura lo spinge a vivere con gli
altri uomini in società. La natura umana è tuttavia una realtà complessa,
fatta di istinti, di passioni e di ragione. Perché essa possa giungere a
perfezione è necessario che la sua parte superiore, ossia quella razionale,
svolga funzioni di guida.
Il termine "politici' indica per questi autori essenzialmente la sfera
pubblica, ossia la sfera degli affari che riguardano tutti i cittadini, la
sfera dei beni e degli interessi generali. Questa è rigorosa­mente distinta
dalla sfera domestica, ossia dalla sfera degli affari personali, che
riguardano la vita familiare ed economica e costituiscono la sfera dei beni
e degli interessi particolari. Mentre nella sfera domestica ogni azione che
l'uomo intraprende è un' azione di tipo strumentale, ha il suo va­lore solo
nel suo essere mezzo e deve essere valutata in base alla sua efficacia
concreta, nella sfera pubblica le azioni hanno anche un altro valore: sono
forme di espressione e di comunicazione dell' essere stesso dell'uomo, in
particolare del suo essere individuo ragionevole e libero.
La politica è quindi una forma di vita, un modo di essere, prima e più che
uno strumento per raggiungere determinati fini.


In questa sua origine, dunque, la politica non si riferisce a ogni forma di
organizzazione della vita associata e dei poteri che in essa si esercitano,
ma a quella particolare forma di vita collet­tiva che è la vita di cittadini
liberi e uguali, che nella sfera pubblica assumono le decisioni rela­tive
alla propria vita comune. Il potere politico quindi non indica qualsivoglia
forma di potere esercitato su singoli o su gruppi di uomini, ma solamente
quella particolare forma di potere che si esercita tra eguali e dunque
richiede il consenso dei subordinati. Diversa può essere la forma
organizzativa di un tale potere, e già nel mondo greco vengono distinte le
forme della monarchia, aristocrazia e democrazia, a seconda del fatto che il
potere venga esercitato da uno solo, dai nobili o dal popolo, inteso come la
maggior parte dei cittadini. In ogni caso, l'eserci­zio politico del potere
si distingue dal potere signorile, che il padrone esercita sui suoi servi, e
si contrappone all'esercizio del potere dispotico, che ne è la
degenerazione. ruso politico del potere è infatti l'uso del potere
finalizzato al bene pubblico e dunque subordinato a un princi­pio di
giustizia e alla sovranità della legge, mentre il potere dispotico è il
potere finalizzato al­l'aumento del potere stesso, all'interesse privato, ed
è il potere esercitato in modo assoluta­mente arbitrario.
La politica viene essenzialmente concepita come attività pratica, un "agire
concreto" che esprime la più profonda natura razionale dell'uomo è che è
parte integrante e necessaria del suo perfezionamento morale. Etica e
politica vengono così strettamente legate in una doppia direzione: da un
lato la comunità politica ha bisogno di un' etica dei cittadini, governanti
e go­vernati, per evitare di degenerare o nella tirannide o nell' anarchia;
dall' altro la stessa comunitàpolitica, con il suo apparato di leggi e
istituzioni, è condizione necessaria perché si possa di­spiegare nella
generalità dei cittadini una vita virtuosa. In questo quadro viene così
affermata una maggiore importanza e un maggior valore del bene collettivo
rispetto a quello indivi­duale. Presentiamo qui il primo modello di risposta
attraverso tre testi, che rispondono a tre varianti caratterizzate da
diverse interpretazioni della natura umana:
- nel primo testo, di Platone, la nascita e lo sviluppo dello Stato sono
descritti a partire dalla
dinamica dei bisogni;
- il secondo testo, di Aristotele, sottolinea la naturale
socievolezza umana e l'esigenza della
giustizia;
- il terzo, di Tommaso d'Aquino, colloca il tema della natura umana su di
uno sfondo anche
teologico e ricava da questo orizzonte non solo l'esigenza della
politica, ma anche il come
essa deve essere organizzata.


La società nasce dai bisogni In questo passo tratto da La Repubblica
Platone riconosce che la società nasce dall'esigenza di associarsi per
soddisfare alcuni bisogni fondamentali. Essa, tuttavia, non può ben
regolarsi se si affida soltanto a criteri utilitaristici: siste, infatti, un
fon­damento certo della giustizia e della legge, che il filosofo è
incaricato di scoprire e di indicare, come principio regolato re e obiettivo
comune, a tutta la comunità.

L'uomo è un animale socievole Nella Politica Aristotele giunge a dare
dell'uomo una defi­nizione più completa di quella che tradizionalmente
appartiene alla tradizione antica: l'uomo non è solo «animale razionale», ma
anche «animale socievole». Chi vivesse fuori dalla società, dunque, non è un
uomo, perché solo nella società ben regolata è possibile per l'individuo
rea­lizzare se stesso. Ecco dunque che lo Stato deve mantenere la sua natura
di comunità di esseri razionali, liberi ed eguali. Questa è la funzione
della politica.


Il principio unificatore della moltitudine Nel campo della riflessione a
proposito della po­litica il pensiero cristiano non ha posto fondamenti
diversi da quelli proposti dalla tradizione platonica e aristotelica: la
società giusta è quella che permette il raggiungimento del bene co­mune. Per
ottenere questo scopo è bene che essa sia posta nelle mani di una guida
sicura, che sappia interpretare la giustizia ed abbia l'autorità per
imporla. Nel De Regimine Principum Tommaso d'Aquino si spinge fino a
sostenere che il regime monarchico sembra essere quello he meglio incarna
queste fondamentali esigenze.

.La politica è un'invenzione divina per evitare il male

Il secondo modello sorge come risposta al timore che nella convivenza umana
possa scate­narsi una spirale di violenza inarrestabile a causa o della
tendenziale aggressività e malvagitàdella natura umana, oppure della pretesa
degli uomini di farsi giustizia da sé.
Se il primo modello era tutto orientato alla vita buona, a promuovere il
bene e la felicità, que­sto secondo è più preoccupato per il male che la
convivenza umana può portare con sé. Se il primo modello "nasceva da un
desiderio di bene comunque inteso (dal benessere materiale alla vita
eticamente buona), il secondo pare piuttosto legato alla paura, paura della
violenza e della morte, paura del male.
Occorre pertanto un potere che scongiuri il male: ovviamente il braccio di
un tale potere è un braccio umano (un tribunale, una spada.. .), ma la sua
giusificazione è ricercata in una forza divina. Solo l'intervento di un dio
può salvare dal male, dal male che noi stessi ci facciamo. Da soli, noi
uomini, non riusciremmo a raggiungere una vita civile, ossia, appunto, una
convi­venza politica.
:razione dell'uomo per contenere, reprimere o scaricare il male all'esterno,
per poter essere ac­cettata, deve provenire dall' alto, da un dio o da un
potere trascendente, che sia sopra le parti, al di sopra della mischia.
Secondo questo modello di risposta, pertanto, la comunità politica non nasce
spontaneamente dalla natura umana, ma ha piuttosto i caratteri
dell'invenzione divina. Gli uomini lasciati alla loro natura, aggressivi e
litigiosi come sono non potrebbero costruire una convivenza stabile e
duratura. Devono intervenire gli dèi a introdurre tra loro delle istituzioni
che possano mettere un freno alla violenza: la società e le sue istituzioni
sono un' opera divina per garantire la con­cordia interna ed evitare la
discordia che può dilagare tra gli uomini, anche quando essi sono animati da
sentimenti di giustizia.

Lavor

Il o supremo delle istituzioni Nella tragedia di Eschilo intitolata
Eumenidi il prota­gonista, Oreste, ha compiuto un terribile delitto,
uccidendo la madre a sua volta colpevole. La catena delle vendette
personali, fondate su un desiderio di giustizia che tuttavia crea un
disor­dine irrisolvibile, deve essere interrotta dall'intervento degli dèi.
Questi faranno prevalere sulla stessa giustizia del sangue le superiori
esigenze dell' ordine che deve regnare nella città. Solo grazie a questa
invenzione divina, le istituzioni della città, sarà possibile evitare il
male.
&bsp;

La politica è una tecnica umana per conquistare
e conservare il potere

IAnche il terzo modello di risposta nasce da una preoccupazione simile a
quella vista nel se­condo modello, ovvero dalla preoccupazione che nella
società si sviluppi il male. Questo è ca­ratterizzato da una concezione
realistica della politica. La preoccupazione dominante è quella del governo
degli eventi, del tempo, della storia, caratterizzati da una perenne
instabilità, che lasciano l'uomo in balìa del caso, trascinato dalla
corrente degli accadimenti.
Lottica che caratterizza questo modello è uno sguardo radicalmente
disincantato che non si propone di prescrivere ricette ideali, bensì di
descrivere realtà storiche, fatti, situazioni empiri­camente osservabili. Ci
parla della politica come essa è, non come essa deve essere: la cnce­zione
realistica della politica si esprime dunque in una prospettiva eminentemente
descrittiva.
Di fronte alla mutevolezza della sorte, lo strumento che l'uomo ha a sua
disposizione per co­struire condizioni di vita civile stabile è quello del
potere, inteso come forza capace di domi­nare, almeno in parte, gli eventi,
di porre un argine al torrente della storia. La politica appare dunque come
"lotta per il potere", oppure "organizzazione del potere", al fine di
instaurare una situazione di ordine e stabilità.
La terza risposta della filosofia alla domanda su cos'è la politica sembra
dunque quasi una ri­sposta alla seconda: è vero, la convivenza umana non è
affatto una convivenza in sé pacifica e porta con sé, costantemente, il
pericolo di una spirale auto distruttiva; serve dunque un qual­che cosa che
possa tenere insieme gli uomini. Ma questo qualche cosa non è affatto un che
di divino, ma un artificio umano, del tutto umano. Questo qualcosa è la
politica come tecnica di governo e di convivenza. L ordine politico non è
dunque il frutto della natura, né il prodotto di un intervento divino, ma il
risultato dell' applicazione di una tecnica umana che consente agli uomini
di vivere insieme e di prosperare. In questo orizzonte l'esercizio del
potere politico non viene subordinato a un principio esterno di giustizia,
ma ha la sua giustificazione nel ri­sultato che riesce a produrre. È questo
il criterio che permette di criticare questo o quell'uso del potere, per
esempio l'uso tirannico di esso.
Se questo potere viene presentato agli individui come potere di origine
divina, è solo perché chi lo esercita vuoI dare a esso maggiore forza, ma
questo strumento è in realtà solo un'inven­ZIOne umana.

Lav
Il finto racconto della diviità + Crizia, disincantato sofista, guarda
all'aspetto pratico della questione politica. Occorre, infatti, che un
oculato esercizio del potere tenga a freno gli uo­mini, che per natura
tendono a prevaricare l'uno sull'altro. Per fare questo anche l'invenzione
di un presunto intervento divino nelle vicende degli uomini può rivelarsi
utile. Niente di ciò che viene presentato come fondamento certo della legge
e della giustizia è in sé vero, ma si tratta di uno strumento utile allo
scopo; nelle mani, ovviamente, del più forte.


Dalle risposte a nuove domande

Anche in questo caso le risposte ci hanno portato a nuove domande e se il
giovane Platone era rimasto "sbigottito" di fronte alla vita politica del
suo tempo, così diversa da quella che si era immaginato, anche noi rimaniamo
un poco "sbigottiti" non solo di fronte alla vita politica del nostro tempo,
ma anche di fronte alle diverse risposte che la filosofia ha formulato.
Eppure qualche pista si è aperta. Proviamo a percorrerla e partiamo di nuovo
dalla morte di Socrate. La domanda che Platone si è fatto davanti alla morte
del maestro era più o meno questa: come è possibile che la città metta a
morte un uomo giusto? Dunque la politica non sopporta chi ri­cerca la verità
ed è solo lotta per il potere, con qualsiasi mezzo?
A ben guardare, le diverse risposte, da differenti punti di vista, ci
invitano a riflettere sulla ra­dicale ambivalenza delle relazioni umane e
quindi della politica stessa, che alla fine si è rivelata una delle forme in
cui si strutturano le relazioni umane: una forma di relazione orizzontale,
in cui gli uomini si uniscono tra di loro (per lavorare, per difendersi, per
comunicare...) dando vita a comunità stabili, organizzate (per esempio le
antiche città o gli Stati moderni) e diffe­renziate (dentro la città ci sono
i cittadini, fuori dalla città ci sono stranieri che possono essere alleati,
neutrali o nemici), ma anche una forma di relazione verticale in cui vi sono
coloro che comandano e coloro che sono comandati. Sono due, allora, le
dimensioni della politica che sono venute alla luce: la dimensione di
associazione tra uomini e la dimensione di potere del­l'uomo sull'uomo.
.

La specificità dell'associazione politica
Ma come distinguere l'associazione politica dalle altre forme di
associazione (unioni familiari o parentali, società economiche, associazioni
culturali, movimenti religiosi)? Un tratto che sembra accomunare le
differenti risposte è che la politica ha a che fare con la costruzione e la
conservazione di una situazione di pace all'interno di un determinato gruppo
sociale, difen­dendo questo gruppo dai pericoli esterni di aggressione, così
come dai pericoli interni dovuti al dilagare della discordia.
Le risposte però, come abbiamo visto, divergono sul modo di intendere la
realizzazione di que­sta opera di pacificazione interna: per alcuni è il
fine della natura umana ragionevole e si svi­luppa per così dire
dall'interno della stessa socievolezza umana, per altri è opera "divini' e
viene dall' alto, per altri ancora è il frutto della faticosa messa in atto
di una specifica tecnica di governo che deve imbrigliare quasi con ogni
mezzo le tendenze espansionistiche e conflittuali dei singoli. Ancora, le
singole risposte divergono poi sul significato da attribuire a quest'opera
di pacificazione. Per alcuni questa condizione di pace è solo una condizione
di partenza, sulla cui base, poi, la politica deve però costruire una vita
buona sotto il profilo materiale, ma anche morale, per tutti i membri della
società; per altri invece essa è il fine ultimo che a ogni costo deve essere
garantito.

Il fine e i mezzi

A questo punto le risposte divergono anche sui mezzi da utilizzare per
realizzare quest'opera di pacificazione: da un lato viene esaltata la
ragione come mezzo di governo e di controllo delle passioni individuali e
collettive; dall' altro viene sottolineata l'esigenza che la politica
utilizzi in tutte le sue potenzialità lo strumento della forza di
coercizione. Naturalmente nessun modello prende in considerazione solo l'uno
o l'altro strumento e tutti dicono di voler ricorrere a tutti gli strumenti,
ma, come spesso avviene nella realtà concreta, le reali differenze si
manifestano nella priorità che le risposte assegnano all'uno o all'altro
mezzo. Questo tema della priorità si rivela decisivo nella teoria politica
ed è una cosa che possiamo facilmente riscontrare anche nel discorso comune
sulla politica: spesso infatti le diverse visioni teoriche, nonché le
diverse posi­zioni pratiche convergono su di una serie di valori comuni che
l'azione politica deve tutelare o
perseguire, quali la libertà, la pace, la giustizia. La divergenza e il
conflitto subentrano invece là dove si discute e si decide in ordine alla
priorità, che, in una data situazione storica, va attri­buita all'uno o
all'altro valore, in ordine ai mezzi per realizzarlo e ai soggetti che sono
chiamati a farlo. Anche quest'ultimo aspetto, tipico e della teoria e della
pratica politica, non va perso di vista: talvolta si può essere d'accordo su
ciò che si deve fare e perfIDo su come farlo, ma il con­flitto si apre
quando si deve stabilire chi lo deve fare. Così la lotta politica non è solo
lotta tra fi­nalità diverse o tra mezzi diversi, ma anche tra soggetti
(uomini o gruppi) diversi.

Il volto ambiguo del potere
Di nuovo qui ci troviamo a fare i conti con l'ambivalenza della politica,
perché quella forza che è strumento della politica per difendere i cittadini
dal male dellaviolenza dei nemici o dei cri­minali, in alcuni casi viene
utilizzata contro i cittadini stessi. Non è questo il caso di Socrate? I
tribunali, i processi, le pene - che sono nati per difendere gli uomini
dall'ingiustizia e dalla morte che l'uomo può dare all'uomo - possono
capovolgersi in formidabili strumenti di of­fesa e, a loro volta, di morte.
Questa ambivalenza ci costringe a un'ulteriore distinzione. Come non tutte
le forme di società sono politiche, così non tutte le forme di potere
dell'uomo sul­l'uomo sono "politiche": ci sono forme diverse di potere che
gli uomini possono esercitare sui loro simili; si pensi al potere dei
genitori, del datore di lavoro, dell'insegnante, del gruppo, che non possono
essere considerate come forme di potere politico. Per gli antichi il potere
politico è solo il potere esercitato su uomini liberi e uguali ed è
esercitato per un fine "pubblico" (la vita buona di una comunità, la pace,
la salvezza di un popolo). Il potere esercitato su uomini ridotti in stato
di servitù non è potere politico (o civile come direbbero i latini), ma
potere si­gnorile. E il potere esercitato per un fine privato, di
arricchimento personale o per un mero compiacersi della propria potenza è
potere dispotico o tirannico. Ci domandiamo allora: la politica che ha messo
a morte Socrate, la politica che dà la morte al giusto è espressione di un
potere civile o di un potere dispotico, arbitrario, semplice forza senza
freni?

Oltre la politica
I modelli di risposta ci mostrano, poi, come la rifleSsione filosofica sulla
politica metta in luce
connessioni profonde con altri livelli di riflessione. Proviamo a
considerarne alcuni.
Il primo di questi è il livello antropologico. Il primo modello sottolinea
con forza il tema della naturale socievolezza umana, mentre il secondo e il
terzo mettono 'accento sulla pericolosità della natura umana e sul
potenziale di violenza che la convivenza porta con sé. Il tema della
socievolezza non è certo svolto ingenuamente' dai sostenitori del primo
modello, tant' è che sono tutti ben consapevoli della componente "ferinà'
che l'uomo ha in sé, ma essi ritengono che la convivenza pacifica possa
fondarsi anche su di una componente "internà' all'uomo e non solo debba
essere indotta dall' esterno. Dunque: quali immagini dell'uomo stanno alle
spalle delle teorie politiche? E come incide l'ambivalenza umana che si
manifesta a tutti i livelli (istinti di sopravvivenza dell'individuo e
istinti di protezione della specie; paura e coraggio; ragione strumentale e
ragione comunicativa) sull'ambivalenza della politica stessa?
Il secondo livello è quello etico. Nel primo modello vi è una connessione
assai stretta tra etica e politica: il fine della politica è la vita buona e
felice di una comunità (il bene comune) e que­sta può essere raggiunta solo
attraverso la virtù morale (in particolare la giustizia) dei gove­nanti e
dei cittadini. La politica viene con questo associata e subordinata alla
giustizia, che èconcepita con un forte radicamento ontologico (è legge dell'
essere e della natura, prima di es­sere virtù umana) o addirittura teologico
(è legge di Dio). Nel terzo modello invece si tende a sottolineare come
l'agire politico sottostia a delle necessità che gli sono dettate dalla
storia e che nel perseguimento del suo obiettivo (che pure può essere inteso
come perseguimento di un bene pubblico) non possa in alcun modo essere
subordinato alle norme etiche che vigono nell'ambito della vita personale,
ma debba spesso prescindere da esse o addirittura infrangerle in modo
sistematico. Il criterio di una buona politica sta tutto nel risultato
storico ch'essa rie­sce a produrre per una società e anche là dove vengono
criticati dei metodi di governo come negativi (nel caso per esempio di un
tiranno che ruba le proprietà o le donne ai suoi sudditi), ciò viene fatto
perché tali metodi si rivelano dannosi. Ma fino a dove può spingersi
l'utilizzo di mezzi crudeli? In nome del bene pubblico si possono eliminare
individui scomodi o mino­ranze che non si lasciano domare? In tutti i
modelli resta aperto e irrisolto il problema della conciliazione tra il bene
dell'individuo e il bene della società nei casi in cui i due beni possano
essere in conflitto.
Anche il livello economico è chiamato in causa dalla riflessione filosofica
sulla politica. Certo nel periodo di tempo considerato, l'economia non ha
dispiegato la potenza che dispiegherà invece in epoca moderna e
contemporanea, ma tuttavia la sua rilevanza è ben presente. Ce lo ha
mostrato Platone individuando chiaramente come una certa dinamica dei
bisogni mate­riali porti con sé modelli di convivenza diversi: si
moltiplicano le funzioni di una società, in­sorge il problema della guerra
di conquista, e così via. Questa relazione sarà al centro della ri­flessione
dei moderni.
Il secondo modello chiama, poi, in causa la dimensione religiosa come
elemento costitutivo della politica. Ma i richiami alla sfera del divino
erano presenti anche nel primo modello, so­prattutto in Tommaso, e anche nel
terzo, nella critica di Crizia. Il fattore religioso entra in gioco come
fattore di legittimazione di un determinato ordine politico: talvolta
dell'ordine po­litico in quanto tale (la politica è voluta dagli dèi),
talvolta di un ordine politico particolare (questa politica è voluta dagli
dèi). In quest'ultimo caso la religione viene utilizzata come in­strumentum
regni, ossia come strumento politico per ottenere l'obbedienza dei
cittadini. Una fede "religiosi' può però essere anche un formidabile
strumento nelle mani dei cittadini per sottrarsi alle minacce del potere
politico: Socrate può affrontare tranquillamente la morte, senza cedere ai
ricatti dei potenti, perché confida in un'immortalità della sua anima.
Infine la riflessione filosofica sulla politica chiama in causa il livello
giuridico. La comunità po­litica per vivere ha bisogno di leggi e di
istituzioni, non solo di uomini virtuosi nell'uno o nel­l'altro senso. Si
pone dunque il problema delle forme di organizzazione della società e del
po­tere. Già nell' Antichità vengono distinte forme diverse (monarchia,
aristocrazia, democrazia) a seconda di chi è il titolare del potere
politico, ma vengono distinte anche altre forme a se­conda di come il potere
viene gestito. Ogni forma può degenerare quando il potere da politico
diventa dispotico. Qual è l'importanza di queste forme? E in che modo esse
sono in relazione con la natura umana e con la particolare situazione
storica? Su questi problemi tornerà a in­terrogarsi l'uomo moderno.

Il gruppo Pistacchi
Capo gruppo: Silvia Incollingo
Marialucia Montello
Simone Colucci
Giovanni Delli Carpini
Domenico Triggiani


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