IL GIORNALE DI OGGI, GIOVEDÌ 3 APRILE 2008
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Pagina 54 - Cultura
DEI TRE
Il caso/ una famiglia di scrittori
CAROFIGLIo
NEL NOME
Gianrico è autore di best seller, Francesco è già al secondo libro e la
madre Enza Buono ora pubblica un lessico famigliare
Un racconto di Gianrico segue il breve romanzo della mamma
I protagonisti della storia di Francesco sono ragazzini
BARI
Nel salotto di un appartamento del centro ottocentesco di Bari, i fratelli
Gianrico e Francesco Carofiglio con Enza Buono, la loro mamma, una signora
di
ottantun anni piuttosto energica: guai a chiederle se è fiera del successo
dei suoi "ragazzi", ti guarda dritta negli occhi e sibila «Dovrebbero essere
loro, fieri di me».
A vederli così, da vicino: lei, altro che vecchina, sembra una leonessa, e i
suoi due figli, uno più interessante dell´altro, tutti e tre scrittori:
famiglia
insolita, e incline all´umorismo. Ci si mette pure il padre Nicola, un ex
ingegnere che "minaccia" di pubblicare i suoi racconti. Forse scherza, forse
no: la rarità di questo parentado pugliese è che non si sa mai quando fanno
sul serio, se il gusto dell´invenzione non fuoriesca dalla letteratura e
sconfini
nella vita, se non sia invece quel loro modo di essere acceso dalla fantasia
a trovare rifugio in certe pagine che regalano emozioni.
Dopo tre libri usciti presso piccole case editrici, Enza Buono ha scritto un
romanzo di memorie, un lessico famigliare che affonda le radici nella
Sicilia,
la terra in cui l´autrice è nata e che porta in qualche nascondiglio del
cuore, nelle pieghe della sua anima altera. È un romanzo breve, costellato
di
figure femminili spesso inaccessibili in un certo loro mistero, prima figlie
inquiete, poi archetipi dell´onnipotenza del materno. Ma non vuol essere una
saga, alludendo soprattutto alla casualità dell´esistenza, agli incroci del
destino, alla fragilità del tempo che inesorabilmente si sbriciola
rischiando
di non lasciare tracce: s´intitola Quella mattina a Noto (uscirà nei
prossimi giorni da nottetempo, pagg. 152, euro 14).
È una bella storia dalla scrittura densa che ignora le sciatterie
linguistiche, dai ritmi avvolgenti che non idolatrano la rapidità, capace di
restituire
con un sapiente scavo psicologico una galleria di ritratti di donne che alla
fine risultano indimenticabili: ragazze bellissime e intrepide, madri tenere
e orgogliose, nonne affabulatrici ma prive di leziosaggini - a cominciare da
"mamma ranni", la mamma grande, con quel suo appellativo già legata al
tramonto
della vita. È un gineceo vitale, solido, compatto, di caratteri forti che si
specchiano e si reiterano attraverso il flusso delle generazioni: donne di
eleganza spirituale, visceralmente legate alla famiglia ma provviste di un
senso estetico delle cose, colte ignorando le affettazioni di certa cultura
alla moda.
Insegnava lettere classiche nei licei Enza Buono, è stata una donna
impegnata nel suo lavoro, fino a vent´anni fa. Ancor più l´avrà assorbita la
famiglia,
l´amore devoto per il marito e i suoi due figli maschi - così belli,
affettuosi, gratificanti.
Ma qui, lei parla d´altro: «È da sempre, è dall´infanzia che coltivo la
passione di scrivere. Solo negli ultimi tempi però sono riuscita a sfuggire
ai
tanti impegni, forse anche alle abitudini, alla pigrizia, a un certo
oblomovismo delle mie giornate - come dico del resto in questo mio romanzo,
che certamente
è anche un viaggio dell´anima, nelle mie radici più remote. Ho vissuto solo
cinque anni in quel gioiello barocco che è Noto, tra gli odori forti, i
sapori
intensi, i colori dorati di quella città: ricordi molto lontani, che
sembrano appartenere alla dimensione del sogno, e pure nitidissimi,
incancellabili
dalla memoria, mai finiti nel buio della dimenticanza».
Il carattere nostalgico e insieme grintoso dell´autrice si riversa in certe
pagine polemiche contro i tempi non esaltanti che viviamo e i modi
contraddittori
in cui si declina il femminile. Ad esempio: «A quali gesti è affidata la
nostra immagine di donne d´oggi? In che cosa ci riconosceranno, ci vedranno
i
nostri figli?... Guardo una donna che si trucca: abile, accurata, precisa.
Non c´è grazia nei suoi gesti: solo un sapiente tecnicismo, un lucido
anonimato».
Non è l´inclinazione all´invettiva il tratto migliore del romanzo, ma non è
quella l´urgenza che prevale. Sono altri - molti altri - i passaggi
suggestivi,
come l´incontro quieto di "mamma ranni" con la morte: «Una notte, una calda
bella notte d´agosto, con la luna che disegnava ricami misteriosi nell´orto,
chiamò la figlia e la nipote, le volle vicine, le guardò con l´occhio velato
e disse: "È arrivata". Così se ne andò donna Mariannina... guardando, con
occhi sereni, il Serpente che aveva a lungo addomesticato nella sua anima».
Un omaggio ad Anna Achmatova è il racconto dal titolo Non esiste saggezza
che segue il breve romanzo della Buono: è firmato da suo figlio Gianrico
Carofiglio,
47 anni a fine maggio, amato da un paio di milioni di lettori - soprattutto
per i "casi" del suo alter ego, l´avvocato Guido Guerrieri - , riconosciuto
come una delle migliori voci della narrativa contemporanea. Magistrato in
aspettativa, consulente della commissione antimafia nella legislatura che si
è chiusa, è dato per certo che diventi senatore del Partito democratico
(«"Rialzati Italia" riecheggia "Rialzati Germania", lo slogan utilizzato da
Hitler:
certamente non sarà stata una scelta deliberata, ma comunque inquieta»).
In questo breve testo - scritto l´anno scorso per il Festival di Massenzio,
e finora rimasto inedito - Gianrico Carofiglio racconta l´incontro
nell´aeroporto
di Amsterdam tra una ragazza che si nasconde e un poliziotto molto fuori dal
cliché: i due avviano una conversazione a tratti surreale grazie a una
raccolta
di versi della poetessa russa che lei tiene poggiata sulle gambe e lui
riconosce perché quel libro con la copertina rossa lo leggeva sua madre
moltissimi
anni prima ("Ma nessun poeta ha detto ancora / che la saggezza non esiste,
che non esiste vecchiezza / e forse nemmeno la morte"). Si perderanno, lui
scoprirà
l´identità di lei decidendo di proteggerla, e quando un giorno riceverà una
cartolina con quella sola frase - Non esiste saggezza - sarà preso da «un
senso
di primavera e di vacanza».
È un racconto di pura bellezza: per la scrittura scintillante, il contenuto
struggente, la capacità che ha di restituire l´intero mondo letterario del
suo autore - sempre altalenante tra disincanto e umorismo, malinconie e
speranze, amarezze dolenti e improvvise allegrie. Ma in che rapporto sta col
romanzo
di sua madre?
Gianrico Carofiglio: «Esistono fili tematici comuni: i ricordi, la
nostalgia, la forza dolorosa degli affetti - in parte mancati, non compiuti,
ammesso
che si compiano mai. Ho pensato di mettere questo mio testo a fianco della
storia che racconta mia madre, perché in qualche modo l´ho trovato
pertinente,
per quanto in letteratura la pertinenza non è mai lineare ma obliqua, fatta
di traiettorie che si legano a distanza, si toccano e poi sfuggono in
direzioni
opposte».
Non meno interessante è il più giovane dei fratelli Carofiglio, Francesco,
che il 4 luglio avrà 44 anni e ha appena pubblicato il suo secondo romanzo:
L´estate del cane nero si chiama (Marsilio, pagg. 172, euro 14 - sarà
Gaetano Savatteri a presentare il libro e il suo autore a Roma, alle sei del
pomeriggio
di oggi, alla libreria Feltrinelli di piazza Colonna). È uno di quei libri
piuttosto rari che prendono la testa e il cuore: le immagini, i pensieri, i
sentimenti che evoca lasciano una risonanza interiore come una lunga eco.
Dopo l´esordio nel segno di un autobiografismo un po´ acerbo, con with or
without you (Bur), Francesco Carofiglio qui è capace di una costruzione
letteraria
sorprendente - e non è "solo" uno scrittore, pieno com´è di passioni che ama
mescolare: da architetto, regista, illustratore (i ritratti di questa pagina
sono suoi, e lui ha disegnato quel graphic novel, il romanzo noir in forma
di fumetto intitolato Cacciatori nelle tenebre, uscito da Rizzoli - i testi
sono del fratello Gianrico).
«Io non lo so se mi ricordo. O se quello che dico adesso è una cosa che ho
immaginato»: L´estate del cane nero è la storia di quattro ragazzini
pugliesi,
delle loro pericolose scorribande nella lontana estate del ´75 tra la luce
del mare, la campagna assolata e il buio della foresta. Dentro c´è la
meravigliosa
inquietudine dell´adolescenza, con tutte le sue emozioni forti, ci sono le
complicità e le sfide delle amicizie, i malintesi e le irresolutezze
dell´amore,
la scoperta del dolore. Non solo la baldanza e la voglia di rischiare, ma
anche la fragilità profonda che segna quella stagione della vita - dopo,
davvero
tutto sarà diverso da prima.
È Matteo l´io narrante che rievoca quella breve vacanza trascorsa con la
cugina Valentina e due coetanei, l´irreparabile perdita della fanciullezza
diventando
qualcos´altro, non sapendo bene cosa. Il protagonista ha tredici anni e un
cuore pieno di paura, coltivando l´incubo di un mostro in tutto simile
all´uomo
nero - può sempre incontrare, incontra nel bosco il cane nero: simbolo del
terrore senza nome, forse un´allucinazione.
«La mia - dice Francesco Carofiglio - è una storia che al suo interno ha
colori molto diversi, proprio perché fatta di ragazzini: non ci sono
soltanto
tonalità cupe, ma molti passaggi lievi, anche grotteschi. Prevale comunque
la percezione di una linea di confine, l´attrazione fatale per il pericolo,
la tentazione di perdersi nell´abisso - come in un crinale dal quale si
guarda uno spazio che appare terribilmente vuoto».
Non a caso l´accettazione dell´età adulta - che arriverà poco alla volta -
avrà la forma di un cucciolo «con le orecchie che si sollevano a metà». Non
più quel gigantesco cane nero con gli occhi gialli ma un esserino mansueto
raccolto teneramente per strada con il desiderio improvviso di averne cura,
tutti i giorni. Cercando intanto di stare nel mondo senza perdere la
leggerezza.