Kafka- il ponte (ringraziando Barbara Lazzarini)

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Duncan

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May 3, 2011, 1:16:48 PM5/3/11
to LA NUOVA REPUBBLICA (renovatio)
Franz Kafka nacque il 3 luglio 1883 a Praga, se è noto quanto questa
sua città natale, crocevia di etnie e culture, sede misterica
d’alchimisti ed eretici, si rifletta sulla sua scrittura e la
influenzi, è altrettanto vero che la dimensione onirica e visionaria
nell’opera kafkiana deve la sua immagine deformata del mondo anche a
forti elementi biografici traumatici che lo chiudono in un ossessivo
isolamento (si legga la “Lettera al padre“). La sua è un' indefinibile
condizione di genio ipersensibile, che lo condurrà ad un sofferto e
impacciato rapportarsi con la vita e con le donne che pure ama
intensamente. Infine a funestare la sua narrativa e la sua vita giunge
la tubercolosi, malattia che lo condurrà alla morte prematura avvenuta
a Kierling, il 3 giugno 1924.


L‘assurdo che si fa norma, le reiterate trasformazioni metafisiche, i
terrori infantili, sono solo alcune delle tematiche che stabiliscono i
cardini dell’esistenzialismo, per esempio Camus, Buzzati, Sartre gli
devono molto e molto di lui c’è anche nello smarrimento orwelliano.

"La vera sfida per uno scrittore è parlare dell’intricato groviglio
della nostra situazione usando un linguaggio che sembri tanto
trasparente da creare un senso d’allucinazione, come è riuscito a fare
Kafka" (Calvino)

Questo racconto breve di Kafka è un esempio straordinario di
letteratura lirica. In esso la scrittura è certo simbolica, si
alimenta con dettagli cui va fatta grande attenzione, ed è generata
tra un mondo di segni esistenziali. Su tutto aleggia un’angoscia reale
che è creata in un contesto non credibile, è l'ansia disperata di chi
teme e sa, la fine che lo attende, ma che allo stesso tempo diviene
testimone del disagio del suo tempo. L’inadeguatezza del vivere è
espressa, come più evidentemente si nota ne “La Metamorfosi”, nel
senso di costrizione spaziale, il corpo è esso stesso un carcere
dentro un carcere che a sua volta lo circonda.







Il ponte







Ero un ponte. Stavo disteso sopra un abisso. Ero rigido e freddo. Di
qua stavano le punte dei piedi, di là avevo conficcate le mani, mi
aggrappavo all'argilla sgretolabile. Le falde della mia giacca
sventolavano ai miei lati. Nella profondità rumoreggiava il gelido
ruscello delle trote. Nessun turista si smarriva fino a quell'altezza
impervia, il ponte non era ancora segnato sulle carte. - Stavo così
disteso e aspettavo; dovevo aspettare. Senza crollare, nessun ponte,
una volta costruito, può cessare di essere ponte.

Una volta, era verso sera, era la prima, era la millesima, non lo so,
- i pensieri erano sempre confusi e giravano in tondo, verso sera,
nell'estate, il ruscello mormorava più cupamente, allora udii un passo
d'uomo! A me, a me! - Stenditi, ponte, mettiti in posizione, travata
senza ringhiera, sorreggi colui che è affidato a te. Bilancia
impercettibilmente l'insicurezza del suo passo, ma se egli barcolla,
fatti conoscere, e, come un dio della montagna, scaraventalo a terra.

Quello venne, mi percosse con la punta di ferro del suo bastone, poi
alzò con essa le falde della mia giacca e le sistemò su di me.

Passò la punta nei miei capelli cespugliosi, la lasciò stare dentro a
lungo, forse guardandosi intorno crudelmente. Ma poi - appunto lo
seguivo nel sogno per mari e per monti - mi saltò in mezzo al corpo a
piedi pari. Io tremai nel violento dolore, del tutto ignaro. Chi era?
Un fanciullo? Un sogno? Un bandito di strada? Un suicida? Un
tentatore? Un distruttore? E mi girai per guardarlo.

- Un ponte che si volta! Non mi ero ancora voltato che già crollavo,
crollavo e già ero lacerato e trafitto dai ciottoli aguzzi che mi
avevano sempre guardato così pacificamente dall'acqua impetuosa.





_Franz Kafka_



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