UN VIAGGIO DI LAVORO- La SIBERIA: Kemerovo

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Petra Pioneers

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Oct 11, 2011, 2:07:46 AM10/11/11
to La Bacheca del Viaggio
Da qualche giorno rimbomba la notizia della famigerata presenza dello
YETI, in Siberia..L' amministrazione regionale attraverso un
comunicato ufficiale ha spiegato che durante una spedizione nella
grotta Azasskaya, nella regione di Kemerovo, i partecipanti, eminenti
ricercatori russi, americani, canadesi, svedesi ed estoni hanno
raccolto delle prove inconfutabili che dimostrano che l'uomo delle
nevi vive nella Shoria montagnosa.
Il Kemerovo si trova nella Siberia occidentale,dove le temperature
oscillano tra i -40 °C ed i +30 °C.
Il nostro amico Carlo ci ha lasciato questo suo ricordo di quando,
anni orsono, ando' in Siberia...Lui lo Yeti, non lo ha veduto..chissa'
che qualcuno sia stato, o sara', piu' fortunato. Intanto leggiamoci
questo prezioso racconto:
LUGLIO e la SIBERIA OCCIDENTALE
Dopo un viaggio che ha incluso due giorni a Bruxelles e preceduto da
un mese ad Anversa, arrivo giovedì tre luglio a Mosca, perdo due ore
al controllo passaporti, e trovo Sergei, l’autista che è venuto a
prendermi. Mi porta in un appartamento in centro, carino e in ordine,
ma l’ingresso e la scala condominiale sono stati puliti per l’ultima
volta nel 1962. Sogno una lunga doccia calda, ma di acqua calda non ce
n’è. Cerco disperatamente un boiler, un rubinetto nascosto, che so,
niente. Scoprirò più tardi che con l’eccezione di qualche condominio
moderno di lusso, l’acqua calda manca in tutta Mosca, e nelle
principali città russe, perché è centralizzata per quartiere, e in
luglio la chiudono per tre settimane per pulire le tubature. Che gioia
lavarsi con l’acqua fredda. Arrivano Olivier e Franck, due colleghi
della agenzia che mi aveva organizzato il viaggio, residenti in Mosca,
e mi portano in un ristorantino dove scopro l’ottima birra russa e
mangio un arrosto con salsa di prugne. I giorni seguenti sono stati
passati in ufficio, e il week-end Anna, la corrispondente de La Stampa
mi ha fatto scoprire Mosca e dintorni, incluso il monastero di Nuova
Gerusalemme. Lungo la strada vediamo una piramide in vetro resina con
una folla che ci entra; si tratta di un furbacchione che l’ha
costruita, ne vanta le proprietà taumaturgiche e vende acqua e
gadgets.
Lunedì sera parto per Kemerovo, l’aereo è vecchio e stipato, l’attesa
prima del decollo soffocante senza aerazione, ma poi il servizio a
bordo buono, cibo pure e arrivo dopo un volo di quattro ore, e altre
quattro di fuso orario, a Kemerovo. A prendermi c’è Fred, il logista,
e mi portano nel mio appartamento. Una sana dormita, una doccia
fredda, poi in ufficio. Arrivo mentre è in corso una riunione con
tutto il personale, pare pochi giorni prima l’assistente di un collega
abbia trovato uno scarafaggio nella minestra e, benché vari testimoni
affermino si trattasse di una cipolla un po’ bruciata, lei si ostinava
ad affermare che era una mancanza di rispetto contro di lei il non
prendere sul serio la sua lagnanza. La sera, tutti in un ristorante
con un dehors. Oltre a Fred, c’è la sua fidanzata Ilse, medico, Yvon,
laboratorista, Dominique, medico e responsabile regionale, Jean-Yves,
sociologo, e Carlos, medico. Ho così passato alcuni giorni a Kemerovo,
capoluogo regionale del “Kemerovo Oblast”. E’ una città abbastanza
bella, tutto il centro è composto da viali alberati che si intersecano
ad angolo retto con condomini di quattro piani che noi diremmo “fine
ottocento” ma sono anni trenta. Ci sono teatri, cinema, negozi,
mercati, supermercati, un fiume, gruppi di giovani in giro. Per la
prima volta in vita mia ho fatto la sauna, che qui chiamano “bagna”,
con tanto di spalmatura del corpo con miele e sale e frustate con
frasche di quercia. Sto per conto mio in un appartamentino, e la vita
sociale ha incluso anche un pub irlandese e la festa d’addio per Yvon
in cui ho tentato di fare una carbonara. Yvon mi fa un “briefing”
completo, e mi porta in giro per ospedali, dove mi presenta allo staff
del laboratorio. Gli ospedali sono un disastro se confrontati con i
nostri standard. Il week-end arrivano i miei colleghi di Mariinsk,
Silje, infermiera norvegese, Osman, medico sudanese e Isaias, medico
etiope. Lunedì partiamo con loro e Fred per Novokuznesk, a sud, quasi
tutta autostrada, paesaggio di campi coltivati verdissimi. Novokuznesk
è meno bella di Kemerovo, ci sono più fabbriche e ciminiere, anche lì
dormiamo in appartamentini in vecchi condomini, e la sera andiamo con
dei colleghi dello staff locale a mangiare degli spiedini di maiale e
agnello (“sashlick”) che sono la fine del mondo in un ristorante
all’aria aperta. Tornando a casa, di fronte al teatro, veniamo fermati
da un tizio che indica Isaias e gli dice che finora aveva visto i neri
solo in televisione, era veramente affascinato. Aveva l’aria giovane,
eppure ha detto che era appena uscito dopo quindici anni di prigione.
Abbiamo anche incontrato un bambino di strada che voleva parlare.
Grosso problema, i bambini senza famiglia. Il giorno dopo visito il
laboratorio dell’ospedale della prigione, poi dopo un’ottima colazione
preparata in ufficio ripartiamo per Kemerovo. Il giorno seguente,
finalmente, Mariinsk! Dopo 150 km di strada tra campi e boschi,
arriviamo in quello che sembra un grosso paese con casette
sparpagliate, mucche e pecore. Mi piace subito. Mi presentano lo staff
dell’ufficio, c’è Nastia (Anastasia), la mia assistente, ci sono Lena,
Marina, Irina, e non ricordo gli altri nomi. Dopo il lavoro propongono
di andare a cercar fragoline, non ne troviamo molte, ma la campagna
intorno a Mariinsk è verdissima e tutta un fiore e finiamo la giornata
con un bagno nel fiume. Poi finalmente andiamo a casa, io vivo con
Silje, in una casetta con salotto e camere a pian terreno, cucina e
bagno nell’interrato. Vicino a casa ci sono tre botteghe che vendono
alimentari; per chiedere cosa voglio devo indicare la merce e dire
“niet” e “da”. Giovedì arrivano Fred e Jean-Yves da Kemerovo, e
Nicolas, il capomissione, con Olivier, e Marc Walsh, l’addetto stampa,
da Mosca. Per l’occasione viene organizzata una gran festa con
sashlick davanti all’ufficio, con il direttore della prigione come
ospite d’onore. L’invito era per le otto, arrivo alle otto meno un
quarto, ed erano già tutti a tavola. Mi fanno sedere di fianco al
direttore, e sono obbligato a brindare alla russa, tracannando d’un
fiato bicchierini di vodka. Con la scusa di far foto e vedere come si
fanno gli spiedini, mi affretto ad allontanarmi. La festa è un gran
successo, tra gli ospiti ci sono quattro tedeschi incontrati in paese
che fanno Francoforte-Vladivostock in moto, e Jean-Yves insegnava ai
russi a fumare il narghilè (ma si può? Si è portato dietro un narghilè
e una scorta di tabacco profumato alla mela). Il mattino dopo
continuiamo la riunione di lavoro iniziata il giorno prima, ma il
gruppo di Mosca non stava in piedi a causa delle libagioni del giorno
prima e del fuso orario. Venerdì pomeriggio, partenza per un week-end
nella natura siberiana. Imbarchiamo armi e bagagli in un furgone, e
con due pulmini raggiungiamo il villaggio di Makarakskii sulle rive
del fiume Kia, e ci fermiamo mezzo chilometro più a valle, il furgone
scarica la nostra roba, e se ne va coi pulmini. Montiamo il campo,
comincia a piovere, e noi siamo tutti lì come pere, sotto la pioggia,
senza riparo, cercando di arrangiarci con un telo di plastica tenuto
su da due rami. La guida accende un fuoco, ci mette sopra un secchio
pieno d’acqua, peliamo patate, le mettiamo nel secchio, e poco a poco
prende forma una minestra alla quale viene aggiunta pasta, e il
contenuto di scatolette di pesce e di maiale. Sembra strano, ma era
abbastanza buona. Per mangiarla, siccome non avevamo ne piatti ne
scodelle, abbiamo usato le scatolette vuote o i cartoni di succo di
frutta tagliati. Più tardi viene acceso un secondo fuoco un po’ più in
là, si canta, si beve, alcuni colleghi si ubriacano abominevolmente,
giochiamo al gioco del palloncino (bisogna tenerlo fra le ginocchia e
farlo risalire fino al collo), poi li saluto e vado a dormire,
l’interno della tenda è asciutto e il sacco a pelo pure, e dormo come
un sasso. Mi sveglio tra i primi, è tutto fradicio fuori, la guida
cerca di accendere un fuoco con la legna bagnata, ci riesce pure, e
riesco a bermi un caffè caldo. Dopo lunghi preparativi, smontiamo il
campo, montiamo gli zatteroni, ma io sono in un canotto per due con
Nicolas, che purtroppo si è ubriacato brindando con un pescatore russo
che sembrava una montagna di muscoli e che voleva a tutti i costi
sgonfiare il canotto perché secondo lui avrebbe tenuto l’acqua meglio.
Il fiume è un incanto: ha smesso di piovere, c’è il sole, fa caldo,
l’acqua è limpidissima, e si passa tra colline e montagne coperte da
foresta lussureggiante. Ci sono aquile e altri uccelli, e gli unici
rumori che si sentono sono i loro canti, oltre al fruscio del vento e
dell’acqua, e le urla di Olivier che si diverte ad apostrofare Marc
che ha ancora i postumi della sbornia: “WALSH! WALSH!”. Non ci sono
mai vere rapide, ma solo alcuni punti in cui l’acqua è un po’
movimentata. Facciamo alcune soste per fare il bagno, e ci fermiamo
vicino ad una cascata. Sarebbe tutto paradisiaco non fosse per i
tafani estremamente aggressivi. Alle otto di sera siamo ancora lì che
pagaiamo, il cielo si copre e ricomincia a piovere. Finalmente, sono
le nove, troviamo un posto adatto per passare la notte, c’è persino
una sorgente. Montiamo le tende, per fortuna smette di piovere,
facciamo un fuoco, cuciniamo di nuovo la stessa sbobba e la mangiamo
allo stesso modo, per fortuna stasera nessuno si ubriaca, il
giradischi è sempre (per fortuna) rotto, deve aver sofferto
dell’umidità, io purtroppo sono molto umido perché l’acqua è entrata
nel mio zaino, ma tenda e sacco a pelo sono asciutti e dormo di nuovo
benissimo. Il mattino dopo sono il primo sveglio, e provo ad accendere
il fuoco. Ci riesco con l’aiuto di Natalia, l’organizzatrice del week-
end, e presto mi ristoro con un caffè caldo. E’ incredibile quanto il
nescafé con il latte condensato, che normalmente considererei una
schifezza, sia buono in questi frangenti! Ripartiamo, questa volta
Nicolas è in piena forma, e dopo una navigazione in un paesaggio
sempre bellissimo arriviamo alla fine della gita, smontiamo gli
zatteroni, furgone e pulmini ci vengono a prendere, e ci portano lì
vicino al villaggio di Chumsai dove vive la madre di Natalia. Un vero
e proprio banchetto è organizzato in nostro onore: in una vecchia
casetta in legno, senza acqua corrente ma con la pompa in cucina, c’è
una tavola imbandita con un piatto incredibilmente buono a base di
agnello (pecora? montone?) “ucciso il mattino stesso” e dei pelmeni,
ravioli russi. Poi visitiamo l’orto, che è un vero e proprio campo che
produce sufficienti patate per la famiglia per tutto l’inverno; ci
sono anche carote, barbabietole, cetrioli, pomodori; e pure maiali e
galline. Il padrone di casa è molto simpatico, e per chiamare Isaias,
grida “Africa! Africa!” e poi gli regala una statuetta in legno
rappresentante un orso. Finalmente torniamo a casa, cotti, stanchi,
bruciati, doloranti e punti, ma felici. Non prima, però, di essere
andati all’altra casa, dove vivono Isaias e Osman e portato a
passeggiare Taiga, un enorme, bellissimo, simpaticissimo pastore
caucasico che purtroppo dovrà essere dato via perché pochi giorni fa
era riuscito a uscire e in un raptus di follia omicida aveva ucciso
dodici galline nel recinto dei vicini, e pare non sia la prima volta
che succeda !!!!

GRAZIE Carlo, alla prossima
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