Fwd: Intervento di Walter Tocci inviato a Profumo

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Michele Ciavarella

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May 31, 2012, 2:59:05 PM5/31/12
to italians...@googlegroups.com
gran chaos al solito.  nemmeno in grecia credo siano capaci di linee di condotta altalenanti e gattopardesche..... mc

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From: andrea rapisarda
Date: Thursday, 31 May 2012
Subject: Intervento di Walter Tocci inviato a Profumo
To:
Cc: andrea rapisarda <rapisard...@gmail.com>


Un intervento molto chiarificatore di Walter Tocci su 
quello che il ministro Profumo e questo governo si 
apprestano purtroppo a fare
andrea 


Analisi dei decreti sul merito (diritto allo studio e assunzioni dei professori
)

Signor Ministro, così non va. È il minimo che si possa dire dopo la difficile discussione nelle Commissioni Cultura di Camera e Senato sui due decreti attuativi della legge 240 relativi al diritto allo studio (n. 436) e alle assunzioni dei professori (n. 437). Altro che governo tecnico! Vengono sferrati due colpi che vanno ben oltre le cattive intenzioni dell’ex-Ministro Gelmini e preparano un sistema universitario più piccolo, più ingiusto e più burocratizzato.
Il PD si è battuto con energia per limitare i danni, ottenendo alcuni risultati parziali. Ma è stato molto difficile perché i decreti sono sbagliati nell’impostazione e sono viziati da gravi illegittimità. Con il voto contrario alla Camera il PD ha voluto sottolineare il giudizio complessivamente negativo sui provvedimenti e la preoccupazione per il futuro dell’università italiana, come ha spiegato nell’appassionata e competente dichiarazione di voto la capogruppo Manuela Ghizzoni. Il parere positivo è stato approvato a maggioranza con i voti di Pdl e Terzo Polo. Ora il Governo approverà il testo definitivo che andrà esaminato con molta attenzione perché dovrà comunque tenere conto delle osservazioni venute da diverse parti nel dibattito parlamentare.



La legge di estinzione dell’università 
Il decreto legislativo sul controllo degli organici dei professori impone un farraginoso algoritmo con l’unico obiettivo di rendere quasi impossibile il rimpiazzo dei docenti che vanno in pensione. Senza entrare nei dettagli si può riassumere così: la quota di assunzioni che sono autorizzate in rapporto al turn-over disponibile è calcolata sulla base del rapporto tra le spese del personale e le entrate statali e contributive dell’ateneo e del livello di indebitamento. Al crescere di questi due indicatori la quota di assunzioni possibile viene via via ridotta. La relazione tecnica che accompagna il decreto offre una stima degli effetti delle nuove regole: le
riassunzioni crollano dall’attuale 41% al 21% delle cessazioni. Si noti che le leggi vigenti prevedevano invece riassunzioni per il 50% delle cessazioni e comunque solo fino al 31/12/2012. In seguito alle proteste non solo nostre ma di tutti i soggetti consultati nelle audizioni il Ministro si è impegnato al Senato a modificare l’algoritmo del decreto per riportare la quota di riassunzioni almeno al precedente livello del 41%. Sulla base di questo impegno e di altre modifiche ottenute i senatori PD si sono convinti a votare a favore del decreto. Ma lo stesso Ministro, il giorno dopo, non ha mantenuto la parola data in sede di dibattito alla Camera poiché nel frattempo ha subito passivamente il diktat del Ministero dell’Economia che lo ha costretto a tornare indietro all’algoritmo di partenza, accettando nel testo del parere della Commissione Cultura della Camera solo un invito molto generico alla rideterminazione dei parametri nei prossimi anni. A questo punto il PD ha votato contro, non solo per stigmatizzare il mancato rispetto degli impegni ma per ragioni ancora più gravi che attengono alla illegittimità del provvedimento. Il decreto in questione è infatti uno dei tanti decreti legislativi (aventi rango e valore di legge) sui temi che la legge Gelmini ha delegato al Governo. Ma la delega a legiferare affidata al Governo deve essere esercitata, secondo la Costituzione, esclusivamente all’interno dei principi e criteri direttivi stabiliti dalla legge delega, cioè dalla legge Gelmini. Quando il Governo viola questo aspetto e legifera fuori dai principi e criteri stabiliti dalla legge si parla di “eccesso di delega”. La legge 240 è certamente una brutta legge ma non parla mai di blocchi totali o parziali del turnover. Si limita solo a vietare il superamento di determinati livelli di spesa del personale in rapporto
alle entrate, lasciando al Ministero di stabilire con decreto legislativo gli indicatori per valutare questi livelli di spesa e agli atenei l’autonomia di definire gli strumenti più adatti per non superarli. Di conseguenza l’introduzione nel decreto che stiamo esaminando di un blocco parziale del turnover sugli organici di tutti gli atenei, anche di quelli che non superano i livelli di spesa previsti, è da
considerarsi in eccesso di delega e quindi viziato da illegittimità costituzionale. Poiché il PD ha segnalato formalmente in Parlamento il vulnus giuridico, vogliamo sperare che il Consiglio dei Ministri si astenga dall’approvare definitivamente un provvedimento illegittimo. Sarebbe grave politicamente e si aprirebbe la strada a sicure contestazioni davanti alla Corte Costituzionale. La legge Gelmini non ha trattato il tema del turn-over perché era già regolato dalle leggi 133/2008 e 1/2009 che ne prevedevano il blocco del 50% sino al 31 dicembre 2011. Tale termine è stato poi prorogato al 31 dicembre 2012 dal “decreto milleproroghe” dello scorso dicembre. Quindi dal prossimo anno nessuna norma stabilisce blocchi del turn-over (tranne che non si superino gli indicatori di spesa massima di personale), né il decreto legislativo in discussione ha il potere di legiferare in materia.
Tutto ciò può sembrare una contorta disquisizione giuridica ma contiene un ragionamento di semplice buon senso. Una norma di vincolo sulle assunzioni può essere fissata solo per un tempo limitato, mentre la versione del decreto presentata al Parlamento per la prima volta rendeva il vincolo permanente nel tempo. In seguito alle nostre proteste sono state utilizzate formulazioni più
fumose, ma senza alcuna garanzia che sia davvero modificato l’indirizzo manifestato. Vedremo quale sarà la versione definitiva del decreto approvata dal Governo. Rimane lo sconcerto nel vedere con quanta leggerezza il Ministero ha proposto il vincolo für
ewig. Qui non si tratta di opinioni, ma di semplici considerazioni matematiche. Con il vincolo permanente il numero totale dei professori tende inevitabilmente a zero, in un tempo finito dato. In altri termini, un blocco del turn-over anche parziale ma senza limiti temporali non è altro che una legge di estinzione dell’università. E’ triste che a proporla per la prima volta al Parlamento sia
stato uno stimato professore universitario ex rettore. Nessuno prima di lui era mai arrivato a tanto. Perfino Tremonti e Gelmini avevano dato una scadenza al blocco parziale del turn-over. Con i loro tagli il numero totale dei professori ordinari e associati è già diminuito del 14,5% nel triennio 2008-2010. Se il decreto dovesse essere approvato nella versione iniziale si otterrebbe nei prossimi dieci anni il dimezzamento del numero dei professori, secondo stime non pessimistiche. Questo significherebbe dire a tutti i giovani ricercatori, stavolta in modo davvero definitivo, che non c’è più spazio per loro in questo paese. Se vogliono continuare a fare ricerca è bene che se ne vadano via al più presto. Ma c’è davvero bisogno di ridurre il numero di professori in Italia? Purtroppo il nostro rapporto studenti-professori è largamente al di sotto della media europea. C’è quindi il problema opposto di un grave sottodimensionamento del sistema di ricerca rispetto al contesto internazionale.



Meno sapere più burocrazia. 

La riduzione drastica e scriteriata degli organici avrebbe effetti non solo quantitativi, ma di irrigidimento burocratico dell’intera università. L’organizzazione della didattica è ormai basata, secondo i decreti Gelmini, su rigidi parametri che dipendono dal numero di professori. Di conseguenza verrebbero eliminati corsi di laurea senza badare alla qualità, ma solo in funzione
dell’effetto casuale dei pensionamenti. Ottimi insegnamenti verrebbero cancellati perché il professore non può essere rimpiazzato e discutibili attività didattiche verrebbero invece confermate solo perché meno soggette alla perdita di organico. Si ripete spesso che bisognerebbe far valutare agli studenti la qualità della didattica e in parte questo si va realizzando con forti variazioni in
positivo e negativo nelle immatricolazioni. Ma gli atenei che ottengono l’apprezzamento degli studenti avranno scarse possibilità di rispondere con la crescita in qualità e quantità dell’offerta didattica. Il Ministro Profumo ha lanciato l’allarme sui presunti scarsi risultati italiani di successo nei bandi europei, circa il 9%, che sarebbero molto al di sotto del nostro finanziamento verso la UE (circa il 14%) calcolato secondo la quota relativa di Pil. Da qui ha motivato l’esigenza di sottoporre i nostri ricercatori ad un allenamento speciale rendendo ancora più complicate le regole per l’accesso ai bandi di ricerca nazionali dei Prin. È curioso che si debba correggere la lettura dei dati del professore-ministro. La percentuale del 9% di successo nei bandi europei va confrontata infatti con la quota dei ricercatori italiani che è solo del 7% rispetto al totale europeo. Ciò significa che i nostri riescono a conquistare una quota di finanziamento superiore al dimensionamento del sistema nazionale. E’ come se le squadre italiane
partecipassero alla Champions League con sette giocatori e riuscissero a battere gli avversari che scendono in campo con gli undici regolari. Non è l’allenamento che manca ai nostri, semmai è un sovraffaticamento che non si sa quanto potrà durare ancora. L’anomalia invece consiste nella triste condizione di un paese con una quota di ricercatori che è circa la metà della quota della sua ricchezza in Europa. Perdiamo nel saldo dei finanziamenti perché siamo sottodimensionati e se continueremo a bloccare il turn-over dei ricercatori non potremo che perdere altre risorse. E tutto ciò viene chiamato rigore della spesa pubblica.
Non solo, le nuove regole per i progetti Prin hanno appesantito la burocrazia e diminuito il peso del merito della ricerca. I ricercatori non sono più liberi di partecipare ai bandi nazionali e devono rientrare in una rigida ripartizione dei fondi per ciascuna università. Ma le intelligenze non si distribuiscono in modo uniforme e quindi può succedere, ad esempio, che un ateneo per non
superare la quota assegnata dovrà rinunciare a progetti di alta qualità a tutto vantaggio di un altro ateneo che presenta progetti di qualità più bassa. Il risultato finale di questo meccanismo non può che essere l’abbassamento della qualità media. Nel contempo aumenteranno le incombenze burocratiche per comporre le alleanze tra dipartimenti che possono garantire il successo del
finanziamento. Vengono quindi premiati i criteri di fedeltà accademica più che di merito scientifico. Inoltre, nel decreto “semplificazioni” è stata cancellata una norma che vincolava l’utilizzo di una quota dei finanziamenti per i bandi della ricerca libera e non finalizzata.



Meno concorsi più nomine 

E’ già pronta la soluzione alternativa per le assunzioni. Da una parte si bloccano i concorsi nelle università statali e dall’altra si agevolano altri meccanismi di accesso molto più discrezionali. Proviamo a riassumerli.
Le università non statali e tra queste le telematiche sono esonerate dalle regole di blocco imposte dal decreto. Ciò significa, ad esempio, che la famosa Campus-one - quella collegata al Cepu - sarà libera di assumere, anche per concorso, professori universitari i quali poi cercheranno di passare alle università pubbliche. Il meccanismo ha già funzionato alla perfezione con le idoneità previste dalla legislazione precedente. Alcune telematiche con tre-quattro professori in organico hanno distribuito decine di idoneità agli atenei pubblici non si sa con quali scambi di interessi accademici ed economici. Questo virus si diffonderebbe con il blocco del turn-over imposto dal decreto.
-.Le nomine per chiara fama di professori italiani e stranieri. Ad un esame superficiale questo canale di accesso potrebbe apparire regolato dalle norme di limitazione del turn-over, ma in realtà non è così. Infatti, le nomine vengono finanziate da una voce integrativa del fondo FFO e di conseguenza non alterano significativamente il rapporto tra spese ed entrate e, quindi, sono quasi
indifferenti rispetto alle soglie di blocco del turn-over.
I vincitori di progetti di progetti europei, di Firb e forse prossimamente anche di Prin possono essere chiamati senza concorso e in alcuni casi anche senza abilitazione. Il limite di blocco del turnover può essere superato poiché queste nomine sono finanziate dal fondo speciale che doveva servire per i concorsi da ricercatore ad associato. Questo fondo fu istituito all’ultimo minuto dalla
Gelmini nel vano tentativo di spegnere le proteste dei ricercatori e servì come alibi per alcuni gruppi parlamentari del Terzo Polo per votare la legge. A distanza di un anno il ministro Profumo ha inserito una norma nel decreto “semplificazioni” per stornare questi finanziamenti dai concorsi per i ricercatori alle nomine per chiamata diretta.
Le cattedre finanziate dalle imprese sono ovviamente attribuite mediante nomine di tipo discrezionale. Anche in questo caso il costo aggiuntivo è parzialmente compensato dal finanziamento privato che aiuta a evitare il blocco. In tal modo si possono agevolare comportamenti opportunistici. L’impresa gode di agevolazioni fiscali per attività che vengono certificate come ricerca tramite convenzione con l’università. Una parte del bonus fiscale verrebbe poi stornato all’ateneo sotto forma di finanziamento della cattedra. Le risorse pubbliche che vengono negate per i concorsi tornano agli atenei passando per le imprese che possono in tal modo controllare le nomine di professori.
Sono tornati i contratti gratuiti di insegnamento, pur con un limite del 5% rispetto all’organico, che costringono i giovani ricercatori a rinunciare alla retribuzione in cambio di una vaga promessa di carriera. Il divieto presente nella legge Gelmini è stato revocato dal decreto “semplificazioni”, una parola che rischia di diventare inquietante. È stato bocciato dal governo l’emendamento del PD che riservava il contratto gratuito solo ai titolari di altri redditi. Il Ministro ha accolto, invece, le pressioni delle burocrazie accademiche per tornare a utilizzare una forza lavoro giovanile senza diritti e a costo zero. Occorre qui ricordare che la legge 240 delegava il governo a porre un limite al numero dei contratti a chiamata. E’ sconcertante che l’attuale ministero non abbia attuato questa parte della delega e al contrario sia stato tanto solerte nel porre i vincoli illegittimi sul turn-over. Si vuole lasciare mano libera agli atenei per ricorrere a nomine discrezionali evitando i concorsi. Tutto queste norme erano state raccontate all’opinione pubblica come antidoti al nepotismo, ma l’esito finale è il potere di nomina dei professori senza limiti.



Con la scusa del debito

Da molto tempo i tagli agli organici vengono giustificati con la necessità di ridurre il deficit. Invece, nel decennio berlusconiano la spesa pubblica totale, come ha evidenziato il recente rapporto Giarda, è aumentata in tutti i settori ed è diminuita solo nel capitolo dell’istruzione. Nel breve governo Prodi entrambe le dinamiche si sono attenuate. Nonostante fiumi di retorica sulla società della conoscenza la scuola e l’università hanno fatto da salvadanaio per lo sperpero di risorse pubbliche. I tagli non sono serviti a contenere la spesa, ma a penalizzare l’università rispetto a tutti gli altri settori. C’è un equivoco da chiarire. Non serve bloccare il turn-over per contribuire alla politica di risanamento dei conti. Infatti, l’eventuale decisione di un ateneo di assumere un professore non comporta un corrispondente aumento del finanziamento statale. Da circa venti anni il FFO non è più obbligato alla copertura delle spese di personale delle università per il semplice motivo che la competenza sugli stipendi è stata trasferita ai bilanci autonomi degli atenei. La ripartizione dei fondi per ciascun ateneo non è obbligata da nessuna norma a tenere conto del personale in servizio e quindi le decisioni di politica del personale a livello locale non incidono sulla spesa statale. Se poi l’ateneo assume professori senza disporre delle risorse necessarie compie una scelta irresponsabile di cui pagherà le conseguenze secondo le leggi in vigore, incorrendo nelle procedure di “warning” che possono condurre perfino al commissariamento. Sono norme che ho criticato in altra sede per motivi diversi, ma comunque esistono e danno la garanzia di separare le responsabilità di bilancio tra gli atenei e lo Stato. Quando nella legge di stabilità si fissa l’ammontare totale di FFO si pone anche un vincolo finanziario alle assunzioni e non vi è nessun motivo quindi per aggiungere ulteriori vincoli relativi al turn-over. Se si insiste è perché il deficit pubblico è solo una scusa e si intende invece perseguire un altro obiettivo, cioè ridurre la dimensione del sistema universitario perché l’economia arretrata del paese non ha bisogno di conoscenza. Ma proprio seguendo questa strada il Paese è arrivato
sull’orlo del baratro. Perseverare sarebbe diabolico. E il conto lo pagano gli studenti. Dopo aver portato l’università al collasso si vuole far pagare il conto agli studenti. Per evitare il blocco delle assunzioni il decreto indica la soluzione dell’aumento delle tasse universitarie. In questo modo si abbassa il rapporto tra spese ed entrate e l’ateneo può rientrare al di sotto della soglia di blocco del turn-over. In realtà nella legislazione vigente esiste una norma che impedisce alla contribuzione studentesca di superare il 20% del finanziamento statale, ma non viene rispettata da molti atenei. Si tratta di una violazione della legge e infatti il Tribunale Amministrativo ha già imposto all’Università di Pavia di restituire agli studenti una quota delle tasse percepite. Introducendo nel decreto questo nuovo fattore dipendente dalla contribuzione studentesca gli atenei che non hanno rispettato la legge vengono addirittura premiati rendendo più facili le assunzioni, mentre gli atenei che si sono attenuti alle norme vengono penalizzati con il blocco del turn-over a meno di non aumentare le tasse. Il governo non ha avuto il coraggio di chiedere apertamente agli studenti maggiori tasse, come suggerivano gli editorialisti alla moda, ma ha mandato allo scoperto gli atenei e le regioni. Una norma del decreto sul diritto allo studio impone un aumento medio del 60% dei tributi regionali che servono a finanziare le borse di studio. In piena crisi economica si pone un altro carico di circa 100 euro sui bilanci delle famiglie degli studenti già gravati dall’IMU e da altri balzelli. Più cinico è il condizionamento verso le università che si trovano di fronte ad un dilemma imbarazzante. Se vogliono portare in cattedra i giovani ricercatori devono far pagare di più gli studenti. Se invece non aumentano le tasse devono dire ai ricercatori di andarsene all’estero. In ogni caso il conto sarà pagato dai giovani.



La beffa delle borse di studio

Da tempo c’è una lacuna grave nell’adempimento costituzionale del sostegno per raggiungere i più alti gradi degli studi agli studenti capaci e meritevoli anche se privi di mezzi. Attualmente circa quarantamila studenti non ottengono la borsa di studio pur avendone pieno diritto secondo la legislazione attuativa della norma costituzionale. Ci si attendeva una soluzione con il secondo decreto legislativo all’esame delle commissioni parlamentari relativo al diritto allo studio. Invece il testo si dilunga in tante dichiarazioni di principio senza stabilire nessun impegno concreto e credibile. Nei tavoli tecnici che hanno provveduto all’elaborazione del decreto, i dirigenti del Ministero hanno rivelato le vere intenzioni: se il denaro non basta ad assicurare le borse a tutti gli idonei, basterà diminuire il numero degli aventi diritto abbassando la soglia di reddito familiare che costituisce requisito necessario per ottenere la borsa. Ad un piccolo aumento del numero di borse, comunque insufficiente a coprire gli aventi diritto, si provvederà con il già richiamato pesante aumento delle tasse regionali che porterà addirittura il contributo complessivo versato dagli iscritti all’università a superare l’intero finanziamento statale a sostegno del diritto allo studio universitario. La logica del governo parte insomma dalla scarsità dei fondi disponibili per farne conseguire il numero di borse disponibili, prescindendo dai diritti delle persone. Anche su questo punto la legge Gelmini delegava il governo a legiferare secondo un’impostazione più avanzata e anzi opposta rispetto a quella fin qui seguita: prima si definiscono i LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni) del diritto allo studio universitario, valevoli per tutto il territorio nazionale, e poi, di conseguenza, lo Stato assicura le risorse finanziarie necessarie per raggiungerli. Inoltre i LEP dovrebbero riguardare non solo le borse di studio, ma il complesso del welfare studentesco: residenze, trasporti, servizi culturali, opportunità internazionali, in particolare ERASMUS, et cetera. Per ciascuno di questi obiettivi si dovevano determinare standard qualitativi e quantitativi da raggiungere con un opportuno coordinamento delle politiche regionali e nazionale. Invece, non c’è nulla di nuovo. Il decreto non modifica nessuna delle arretratezze italiane. Rispetto
a Francia, Spagna e Germania abbiamo un bassissimo numero di studenti borsisti (il 7% degli iscritti in Italia, il 25% in Spagna) e un elevato carico contributivo sulle famiglie che crescerà ulteriormente con questi provvedimenti. Tutto ciò è ancora più grave se pensiamo alla diminuzione delle immatricolazioni che si è accentuata in questi anni di crisi. Molte famiglie non ce la fanno a sostenere i figli negli studi e d’altronde perdono fiducia nel titolo di studio che sempre di meno assicura un posto di lavoro e
retribuzioni adeguate. Si è aperta una grave questione sociale nell’accesso alla conoscenza nel nostro paese. Si rischia di tornare agli studi universitari come privilegio per i ceti benestanti.



Il pupazzo del valore legale della laurea 

Invece di occuparsi di questa grave emergenza sociale il governo è impegnato a giocare con il pupazzo di pezza del valore legale del titolo di studio. I ministri hanno dedicato al tema una giornata intera per arrivare alla conclusione che era molto difficile tradurre in norme sensate il manifesto ideologico proposto dal Corriere della Sera. Per guadagnare tempo hanno improvvisato una democrazia del click che chiede ai cittadini quello che il Ministro ha già deciso di fare. Quando scriverà un testo legislativo si vedrà che i risultati saranno o inutili o dannosi. Che il voto di laurea scritto nel titolo di studio influenzi il mercato del lavoro è una falsità propalata dagli economisti che scrivono sui giornali. Bastano semplici considerazioni per chiarirlo. L’imprenditore privato non è uno sprovveduto e sa come valutare un giovane a prescindere dai voti di laurea. I liberi professionisti sono abilitati da un esame di stato che costituisce una nuova e indipendente valutazione rispetto al voto di laurea. Non si comprende quale sia il vantaggio di far accedere all’esame di stato degli ingegneri una persona sprovvista della laurea in ingegneria. Oppure, in campo medico, il paziente è rassicurato dal fatto che il chirurgo abbia una laurea anche se di solito non gli chiede quale voto abbia conseguito. Per le professioni senza ordini poi il titolo di studio costituisce per il cittadino una minima garanzia sulla competenza del professionista. E questo è importante in un paese vulnerabile nell’imbroglio, come si è visto qualche anno fa col ministro che dichiarò di essersi laureato a Berkley, una università che rilascia titoli a pagamento e si differenzia dalla famosa californiana non solo per la mancanza di una vocale nel nome. Infine, non è vero che le pubbliche amministrazioni siano obbligate ad assumere i laureati secondo il voto conseguito. Questa è semmai un’usanza di alcuni dirigenti, ma certo non la impone nessuna norma e quindi sarebbe arduo abrogarla. Basterebbe invece una circolare del Ministro della Funzione Pubblica a ricordare a tutti i dirigenti come stanno le cose. La questione comunque non riguarda il Ministro dell’Università che non ha nessuna competenza sui concorsi della pubblica amministrazione. Ma poi di quali concorsi si parla se da anni non se ne fanno perché il turn-over è stato bloccato dappertutto? Ma di che cosa stiamo parlando allora, sono questi i problemi gravi del Paese? E’ incredibile che un governo di rettori e professori perda tempo appresso a queste amenità. Se invece, come appare dal questionario, si volesse stabilire un peso differenziale delle lauree sulla base della qualità scientifica degli atenei si tratterebbe non di abolizione del valore legale ma del suo contrario. La laurea a punti sarebbe un rafforzamento inusitato del valore legale che non trova paragoni in nessun altro paese civile. Si verrebbe a stabilire che un giovane poco brillante laureatosi in una buona università possiede un vantaggio per legge rispetto a un giovane geniale che ha avuto in sorte di laurearsi in una modesta università. Così i nostri ideologi meritocratici verrebbero a smentire la loro dottrina, perché ad essere svalutato sarebbe proprio il merito delle singole persone. La verità è che il valore legale assolve in Italia una semplice funzione di requisito soglia per l’accesso ai concorsi pubblici e di  eliminazione delle asimmetrie informative nella utilizzazione della laurea nel mercato del lavoro. Come ha dimostrato  un’approfondita indagine conoscitiva del Senato della Repubblica, tali funzioni sono presenti in forme diverse in tutte le legislazioni europee. Anzi, poche settimane fa il Parlamento europeo ha approvato una direttiva per rendere compatibili i titoli di studio tra i paesi dell’Unione. Se i ministri avessero letto gli atti parlamentari nazionali ed europei invece degli articoli di giornale ci avrebbero almeno risparmiato questa pantomima.



La retorica dei giovani contro i giovani

Da un po’ di tempo l’establishment ha preso il vezzo di raccontare che ogni sua decisione è presa nell’interesse dei giovani. Così, al danno si aggiunge spesso la beffa. Si allunga l’età pensionabile per favorire i giovani, anche se in tal modo troveranno meno opportunità di lavoro e certo non vedranno crescere le proprie pensioni. Si elimina l’articolo 18 per favorire i giovani, ma i precari
continueranno a non avere protezioni tra un lavoro e l’altro. E così via. Ma il vezzo diventa quasi un virtuosismo nella politica universitaria. La legge Gelmini era stata approvata con lo squillar di trombe che annunciava un futuro radioso per i giovani contro i baroni accademici. A distanza di più di un anno si può cominciare a trarre un bilancio. Do you remember tenure-track? Con quello strumento avremmo dovuto vedere ricercatori all’americana al posto dei soliti precari. Ma le burocrazie accademiche hanno avuto mano libera proprio dalla legge 240 per continuare come prima. Infatti, dopo un anno abbiamo avuto circa 500 contratti precari e
tre tenure-track in tutta l’università italiana. In questi due decreti tutte le difficoltà del sistema universitario sono state caricate solo sulle spalle dei giovani. Proviamo a riassumere: l’aumento delle tasse e la diminuzione delle borse di studio; il blocco del turn-over; le nomine al posto dei concorsi; le prestazioni gratuite; l’eliminazione della ricerca libera; la penalizzazione economica dei dottorandi.



Per un nuovo programma di governo di centrosinistra

Purtroppo l’attuale governo è una grande delusione per l’università. Non solo non ne risolve i problemi ma rischia addirittura di aggravarli. Nel 2013 si tornerà a votare e avremo la possibilità di vincere le elezioni con un governo di centrosinistra. Servono idee nuove. Quando abbiamo governato abbiamo fatto molte cose buone e qualche errore. Bisognerà trarne lezione e prendere impegni precisi di contenuti, di risorse, di coerenza nell’attuazione. Dovremo certamente sostituire l’attuale impraticabile congerie di norme con altre semplici ed efficaci. Per quanto riguarda le risorse, se già si smettesse di sottrarre all’università le risorse di cui dispone sarebbe un significativo passo avanti. Certo ancora meglio si potrebbe fare se nella politica economica generale si scegliesse di puntare sulla conoscenza come leva per la crescita della ricchezza economica e civile. Le nuove risorse devono essere impegnate soprattutto per creare un moderno welfare per i giovani: la vera emergenza che bisogna combattere è l’abbandono degli studi
da parte dei figli delle famiglie meno abbienti. Per contrastare le nuove disuguaglianze sociali ci vuole una buona università per tutti. L’altra vera grande emergenza è il rafforzamento della libera ricerca nelle università per far crescere la conoscenza in ogni campo. Non è questa la sede per dilungarsi, ma qualcosa di semplice si può dire. Da oltre un decennio il mondo universitario è stato posto alla gogna da una velenosa propaganda che ha messo in risalto i suoi difetti che sono certamente reali e gravi. Ma la parte negativa dell’università è servita a giustificare politiche punitive che hanno avuto l’unico effetto di aggravare proprio i difetti, come è sotto gli occhi di tutti. E’ tempo di ribaltare la logica, partendo dalle tante cose buone che ci sono dentro i nostri atenei per farle crescere e per estenderle. Una buona riforma non può consistere nell’agitare una clava, ma nell’aiutare i tanti riformatori già all’opera tutti i giorni per realizzare una buona università. E sono tanti, basta solo riconoscerli: sono gli studiosi che fanno ricerca a livello internazionale senza poter più contare su infrastrutture e risorse pubbliche; sono i professori che si dedicano con cura e passione ad insegnare ai propri studenti nonostante la frenesia numerologica delle norme sulla didattica; sono gli atenei che provano a schivare l’alluvione burocratica per aprirsi al mondo e per sostenere la crescita dei loro territori. E’ tempo quindi di pensare al programma di un nuovo governo. Bisogna raccogliere le idee, approfondire i problemi, condividere le soluzioni. E’ compito di tutte le forze culturali e sociali che hanno a cuore il futuro del paese. Anche il nostro centro studi, il CRS, intende dare, nel suo piccolo, un contributo e avvierà nelle prossime settimane seminari di studio sulla nuova politica per l’università. Ve ne daremo notizie più precise in seguito ma già da adesso posso dirvi che tutti i contributi saranno benvenuti e preziosi.



Walter Tocci

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Prof. Ing. Michele Ciavarella. Centro di Eccellenza in Meccanica Computazionale. Politecnico di BARI. +39 080 5962811, mob. +393204316816. Humboldt fellow 2010-2012. University TUHH. Germany. http://poliba.academia.edu/micheleciavarella
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